19/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 3


Terza puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso le prime due parti corri a leggerle ai link qui sotto.

 

LIBERO ARBITRIO

 Convivemmo per due anni nella cittadina dove lavoravo, in un monolocale in affitto che pagavo interamente io. Lei raggiungeva l’università in un’ora di treno; io avrei potuto recarmi in azienda a piedi, tanto ero vicino. Furono due anni che riesco a ricordare con difficoltà: a tratti mi sembrano privi di eventi importanti, come fossi rimasto in standby, una spugna immersa in un liquido lentamente assorbito. Sforzandomi di raccogliere i pensieri per scrivere questa parte del racconto, mi viene naturale concentrarmi sugli aspetti negativi (arrivati in fondo alla lettura non vi sarà difficile capire perché) ma certamente vivere insieme è stato anche bello e istruttivo. Si trattava di un’esperienza che facevo in anticipo rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, che per lo più vivevano ancora coi genitori. Dopo essere rimasto isolato per anni dall’universo femminile, improvvisamente ero costantemente a contatto con una donna, privo di una zona franca che occultasse gli imbarazzi dell’intimità quotidiana; perché una donna è anche pipì da seduti, porta del bagno aperta, bidet, ciclo, assorbenti, depilazione, biancheria intima stesa ad asciugare. E mi piaceva. 
Non era più necessario aspettare il fine settimana e viaggiare tre ore in macchina per fare sesso. Potevamo dormire abbracciati ogni notte, e nessun risveglio ci avrebbe costretto a decine di ultimi baci che rendessero sopportabile la separazione fino all’incontro successivo. Questo quadretto idilliaco non vi inganni: lei continuava a comportarsi come aveva sempre fatto, ostentando mutismo, assumendo comportamenti passivo-aggressivi in seguito a provocazioni che esistevano solo nella sua mente, sentendo frequentemente il suo ex, rifiutandosi di conoscere i miei amici e persino di visitare i miei genitori. Mio padre era da anni impegnato nella costruzione di una casa bifamiliare nel mio paese, con l’idea di destinare un appartamento a me e uno a mio fratello. Decidemmo di rendere velocemente abitabile la casa così da porre fine allo sperpero del denaro dell’affitto. Ci trasferimmo nella nuova dimora meno di due anni dopo aver iniziato la convivenza, all’inizio dell’estate, ma prima feci un’ulteriore rivoluzione: mi licenziai e mi misi in proprio, sia perché non ho mai tollerato che qualcuno potesse impormi cosa fare, sia perché avevo delle idee che preferivo arricchissero me anziché il mio capo, ma anche perché volevo stare il più possibile insieme a lei, e se avessi continuato a lavorare come dipendente vivendo nel mio paese sarei uscito la mattina presto per tornare la sera. 
Seguirono altri tre anni di convivenza ancora più privi di eventi dei due precedenti. Il mio errore, che fu anche un torto nei confronti di lei, fu quello di lasciarmi avviluppare dall’immobilismo: non uscivamo mai, i fine settimana erano indistinguibili dai giorni feriali, ogni giorno pareva la copia di quello appena concluso. Io non riuscivo a essere propositivo, nemmeno quando mi imponevo di esserlo, in parte perché - per quanto possa sembrare pazzesco - quella vita mi andava tutto sommato bene, in parte perché lei, pur essendo palesemente insoddisfatta, aspettava che fossi io a risolverle i problemi, e non era disposta ad aiutarmi ad aiutarla in alcun modo. Ci stavamo murando vivi in una casa vuota, fondendo le nostre due vite in un’unica non-vita. Ogni tanto uscivo con gli amici (che lei si rifiutava di frequentare) e ogni tanto venivano a trovarci i genitori e la sorella di lei (verso cui ero sempre più insofferente). Lei aveva talmente rallentato gli studi universitari da essere praticamente ferma, ma non lavorava né cercava lavoro. 
Badava ossessivamente alla pulizia e all’ordine della casa, rinfacciandomi per questo di non fare niente nonostante fossi l’unico ad avere un’attività che ci permetteva di vivere e fossi frequentemente impegnato nell’aiutare mio padre nel completamento della casa. A volte litigavamo, ma bastava poco per scoppiare a ridere dopo aver tenuto forzatamente il broncio. Alternavamo periodi in cui facevamo sesso quotidianamente ad altri di astinenza in cui lei mi accusava di essere interessato solo a scopare. Se la abbracciavo allora volevo solo portarla a letto. Idem se le davo un bacio sul collo mentre lavava i piatti. Se le accarezzavo i fianchi anziché un complimento era un insulto. Tale era la distorsione operata dalla sua mente. Il desiderio (magari reciproco) di fare l’amore la notte a letto era prontamente soffocato da lei che altrimenti avrebbe dovuto alzarsi per andare a lavarsi, e prevedeva che non ne avrebbe avuto voglia; vietato farlo anche la mattina appena svegliati perché le scappava e non voleva ritrovarsi costretta ad abbandonare le lenzuola calde a causa della vescica sollecitata. 
Così il sesso stava diventando sempre meno passione istintiva e sempre più “oh, che si fa, si scopa?” alle quattro del pomeriggio. Da qualche parte ho letto che più un uomo fa sesso con una donna e più si innamora di lei, mentre una donna più è innamorata di un uomo e più desidera fare sesso con lui. Be’, eravamo entrati in un circolo vizioso che ci stava allontanando e spegnendo. Non me ne rendevo pienamente conto e temo di non essere riuscito a descrivere quel tran tran sufficientemente bene da farvene rendere conto almeno a voi, ma mi stava avvelenando la vita. Stava avvelenando anche la sua e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che fungesse da antidoto, ma io certamente non lo ero. Similmente, avrei avuto bisogno d’una donna forte che mi guidasse fuori dalle sabbie mobili, ma lei certamente non lo era. Non eravamo sposati e avremmo potuto lasciarci in qualsiasi momento senza particolari traumi. Invece ci venne l’idea di fare un figlio. 

SWEET CHILDREN OF MINE

A 31 anni ero padre e legato a quella donna ben più di quanto avrebbe potuto fare un matrimonio. Quel bambino mi condannò definitivamente… ma sapete una cosa? È impossibile pentirsi di aver fatto un figlio, anche quando si vorrebbe cambiarne la madre. In sala parto mi trovavo alle spalle della mia compagna cercando di aiutarla per quanto possibile (cioè zero) al culmine di un travaglio lunghissimo, quando lui finalmente si decise a mettere fuori la testa ed emise il primo suono che mi annunciava quanto reale fosse, molto più della promessa rappresentata dal pancione che lo ospitava. Poi lo estrassero completamente e lo vidi: mi meravigliai che avesse un aspetto preciso, mentre fino a un istante prima aveva tutti gli aspetti del mondo; soprattutto mi meravigliai di riconoscere i miei lineamenti in lui. Infine, mentre ricucivano i danni provocati dal suo passaggio, me lo misero in braccio avvolto in un panno e ci guardammo negli occhi, i suoi ovviamente ancora annebbiati.
 Messa da parte la poesia, gestire un figlio è complicato e faticoso, sia per la madre che per il padre. Ancora più complicato se la tua relazione è già a pezzi. Ancora più faticoso se non puoi nemmeno contare sui nonni, un paio perché lontani, gli altri due perché assenti. Improvvisamente non ero solo colpevole di non aiutare abbastanza a mantenere la casa ordinata e pulita (la stessa casa che vi ricordo stavo continuando a costruire con mio padre, impastando cemento, spostando pietre, legando tondini di ferro), ero colpevole di non badare a mio figlio quanto faceva lei. Ed era vero, non mi nasconderò dietro un dito, e devo ammettere che lei è un’ottima madre. Già da tempo sentivo che ciò che non funzionava avrebbe potuto e dovuto funzionare, che l’infelicità non era l’unica condizione di vita possibile, che le mie scelte erano state alquanto discutibili, che anzi non avevo nemmeno scelto ma mi ero lasciato trasportare dal corso degli eventi, da un destino nefasto che era stato deciso da altri quando ero ancora piccolo. Scivolai lentamente nella depressione e nel distaccamento che ciò comporta. Perché allora, dopo due anni di stress, di fatica, di allontanamento reciproco, di frustrazione, di risentimento, di privazioni, decidemmo di mettere al mondo un altro figlio? Mistero! Davvero non lo so spiegare. A onor del vero non fu una scelta ponderata come per il primo, ma non fu nemmeno un incidente. 
 Avevo 34 anni e già due figli. Stavolta arrivò una femminuccia a completare il quadretto, ma non eravamo decisamente la famiglia del Mulino Bianco. Quando nacque era già iniziato il mio risveglio, l’uscita dal guscio di sfigato in cui ero ancora ingabbiato: avevo iniziato a prendermi cura del mio aspetto, a fare esercizio fisico, a mettere in discussione gli abiti che indossavo, la mia attività aveva ingranato e guadagnavo bene, ero rispettato nel mio ambiente di lavoro, clienti importanti utilizzavano prodotti col mio marchio bene in vista, davo del tu ad amministratori delegati e dirigenti di società che fatturavano cento milioni l’anno, senza sentirmi in soggezione e anzi dimostrando molta spontaneità. Anche con le donne.

LA TEDESCA

 Un conoscente di Firenze che capitava spesso nel mio paese aveva organizzato una grigliata notturna in un campo non lontano da casa mia a cui avrebbero partecipato mio fratello e dei giapponesi venuti con lui dalla città. Anche un mio grande amico era stato invitato e mi supplicò di partecipare dato che gli altri presenti non brillavano per simpatia. Il mio amico ed io lasciammo la macchina in uno spiazzo e ci incamminammo verso il luogo della grigliata, inerpicandoci per lo stradello che conduceva alla radura circondata dagli alberi dove sarebbe stato acceso il fuoco, lo stesso posto dove avevo guardato le stelle con la mia prima ragazza. Gli altri erano già là. Quando arrivammo fummo folgorati da una sorpresa: inaspettatamente era presente una fanciulla tedesca, e che fanciulla! Ventenne, alta, prosperosa, dai lunghi capelli biondi e dai lineamenti marcati e femminili. Appariva ancora più bella sperduta tra quegli uomini. Era in vacanza in Italia ed era stata coinvolta da uno dei giapponesi, che presumibilmente avrebbe voluto provarci. Non era il solo: tutti i maschi presenti avevano l’acquolina in bocca, e non per la carne che si cuoceva sul fuoco. Chissà lei come si sentiva, rendendosi conto d’essere l’unica femmina in mezzo a un gruppo di affamati, di notte, in mezzo a un bosco, lontano dalla civiltà. Non saprei dire perché lo feci, ma l’istinto mi spinse subito verso di lei, quando anni prima le sarei stato il più lontano possibile e non sarei nemmeno riuscito a dirle ciao. 
Iniziai a scherzarci amabilmente e lei reagì subito positivamente. Studiava italiano e quindi lo biascicava un po’, ma parlammo prevalentemente in inglese. Non volevo dare l’impressione d’essere un cane affamato gettato sull’osso, così alternai lo scambio di battute con lei alla conoscenza dei ragazzi giapponesi, che ovviamente erano per me altrettanto sconosciuti. Feci il brillante e anche loro reagirono positivamente. Insomma, fungevo da collante e devo dire che il mio entusiasmo ravvivò il gruppo, che prima del mio arrivo era muto e imbarazzato. Ovviamente la persona che mi interessava davvero non aveva nazionalità del Sol Levante ma tedesca, così mi spostai sempre più verso di lei - che continuava a versarmi da bere riempiendo i nostri bicchieri - finché la grigliata si divise in due gruppi netti: da una parte noi due, dall’altra tutti gli altri. Calò la notte ed eravamo piuttosto alticci: ridevamo sguaiatamente d’ogni stupidaggine, mischiavamo parole italiane, inglesi e tedesche, parlavamo d’arte (che lei studiava), facevamo profonde osservazioni sulla luna. 
Ci adagiammo vicino al fuoco e ci baciammo. Durò pochissimo, poi lei si ritrasse dicendomi “non posso” (eh sì, anche lei fidanzata, il ragazzo era rimasto a Monaco). Prima di tornare a Firenze mi abbracciò stretto e volle mandarmi una richiesta d’amicizia su Facebook per tenerci in contatto. Ho dedicato spazio a questo episodio della mia vita perché, a dispetto della sua apparente insignificanza, fu secondo me un punto di svolta: per la prima volta mi sentii il vincente della situazione, il maschio alfa, e per di più proprio nelle mie zone, da sempre teatro delle mie sconfitte. Anche gli altri presenti lo avevano percepito: quella sera il mio amico si sentì in dovere di confidarmi che la sorella della ragazza che frequentava aveva espresso parole di apprezzamento nei miei confronti. Perché non lo aveva detto prima? Credo che me lo disse solo allora proprio perché inconsciamente mi aveva riconosciuto come alfa. Quella bellezza teutonica a cui non ero abituato e che mai avrei pensato di poter attrarre produsse in me tutti i sintomi dell’innamoramento. La colpa era della feniletilamina, il cosiddetto ormone della felicità, prodotto in quantità industriale in seguito a quell’evento e responsabile del battito accelerato e della sensazione di gioia, eccitazione, euforia, infaticabilità e persino mancanza di appetito. Il problema della feniletilamina è che quando la sua produzione cessa bruscamente (ad esempio perché l’oggetto dell’amore non ricambia) il corpo e la mente vanno in crisi d’astinenza, e sono dolori.  
Sprofondai in un nuovo stato depresso, e stavolta ebbi molti quesiti con cui arrovellarmi il cervello: avrei potuto avere di più? La tedesca era stata un caso? Le ero davvero piaciuto o era solo ubriaca? Chi ero io, uno sfigato o un seduttore? Qual era il mio valore? Chi soffre di carenze d’autostima ha bisogno degli altri per determinare il proprio valore, e io non potevo mettermi alla prova liberamente. Mi ero fregato con le mie stesse mani.

GIULIA


 Al culmine di quel periodo di depressione approdai a una chat senza registrazione dove bastava scegliere un nickname “usa e getta” e si era subito pronti a contattare le altre persone connesse. Fu così che conobbi Giulia, l’unico personaggio di questa storia di cui scriverò il nome (tra poco capirete perché). Devo ammetterlo: sono sempre stato bravo a mettere insieme le parole, e in un luogo virtuale foderato di frasi e privo di immagini riesco a muovermi meglio di John Travolta in discoteca. Ricordo ancora la frase che mi uscì chattando con una bassista, in risposta all’osservazione su quanto il suo strumento sia importante nonostante molti ascoltatori inesperti non riescano a distinguerne le note: “il basso è la linfa vitale che scorre nei canali sotterranei della musica”. La colpì. 

Non pretendo colpisca anche voi - a meno che non siate fan di Moccia - però ammetterete la sua seducente aura poetica. (In quanto a te, sconosciuta bassista livornese di cui non ricordo il nome, se leggi questa frase ricordati che sei in debito di una notte di sesso bollente.) Con Giulia fu una prima chiacchierata piacevole, ma certamente non esaltante. Ciò che mi esaltò fu ricevere le sue foto per mail: era una ragazza inaspettatamente carina, acqua e sapone, coi capelli lunghi e scuri come piacciono a me. Ciò che mi catturò definitivamente fu la sua storia: abbandonata all’altare appena un anno prima quando il fidanzato si era arreso alla propria omosessualità, malata di cuore e già sottoposta a un intervento, in osservazione costante e in attesa di un’ulteriore operazione risolutiva, viveva sola nella casa che avrebbe dovuto condividere col marito. Avrei avuto bisogno d’una crocerossina ma avevo io stesso velleità da crocerossino.

 Continuammo a chattare e scambiarci mail e foto quotidianamente per più di un mese. Le tenni virtualmente compagnia anche quando la ricoverarono in ospedale per un malore legato al cuore. Avevamo stretto un rapporto epistolare davvero intenso, come due innamorati ottocenteschi. Un nostro incontro era dato per scontato, mi parlava addirittura di cosa avrebbe cucinato qualora avessimo organizzato una cena a casa sua; sebbene le avessi parlato della mia situazione, dalle frasi che scriveva sembrava che immaginasse un futuro con me, e in quel momento della mia vita avevo proprio bisogno di simili attenzioni e speranze. Ci cascai così bene che contemplai seriamente la possibilità di abbandonare la mia famiglia per lei. A dispetto dei voli pindarici che spiccavamo insieme, non mi dette mai il numero di telefono sostenendo che sarebbe stato meglio sentire le reciproche voci dal vivo, né mi rivelò dove abitasse precisamente. Non riuscivo nemmeno a trovarla su Facebook. Io che mi vanto d’essere così intelligente non mi ero ammoscato nulla? Si avvicinò la data pianificata per l’incontro. Manco a dirlo, mi disse che doveva essere ricoverata d’urgenza in ospedale per un’operazione e di non preoccuparmi se non si fosse fatta viva nei giorni successivi. Non si fece viva e iniziai a preoccuparmi davvero. Le mandai diverse mail a cui ovviamente non rispose. Iniziai a supporre di essere stato ingannato. Be’, lo sperai perché le volevo bene e preferivo saperla fasulla che morta. Le mandai una mail dicendole che ero troppo preoccupato, stavo male e avevo bisogno di sapere la verità: se aveva giocato doveva dirmelo e amen.
Nessuna risposta. Dovevo fare qualcosa: mettendo insieme le informazioni che mi aveva dato feci una ricerca e chiamai l’ospedale dove era ricoverata ma mi risposero che non c’era nessuno registrato con quel nome; pensarono volessi fare uno scherzo. Io capii che lo scherzo l’avevo subito io, e finalmente la mia intelligenza sopita si svegliò: analizzando il tracking delle sue mail ipotizzai che la città in cui sosteneva d’abitare fosse quella vera; vedendo alcune foto dell’esterno di casa sua intuii come avrebbe dovuto presentarsi la zona vista dall’alto, così individuai la via tramite Google Maps; utilizzando Street View ebbi la conferma definitiva e scoprii il numero civico. Infine ottenni il numero telefonico di casa e il nome dell’uomo a cui era intestato. Le mandai una mail di ultimatum precisando che avrei potuto far squillare quel telefono. Stavolta rispose. Mi rivelò che si era inventata tutto, che era sua abitudine ingannare uomini in chat per poi sparire, che non sapeva nemmeno lei perché lo facesse. 

Era una donna molto grassa e obiettivamente molto brutta, davvero malata di cuore e in attesa di un intervento, sposata con un pover’uomo ignaro del comportamento della moglie. Le foto che mi aveva mandato erano quelle di sua cugina. Scoppiai a piangere davanti al computer. Quel volto che avevo guardato con tenerezza e che per me era diventato sinonimo di amore, quegli occhi digitali che credevo altrove scrutassero la digitalizzazione dei miei, quel corpo di cui già immaginavo il calore, appartenevano a una donna che nemmeno sapeva esistessi. 

IL FORUM DEI BRUTTI

Quella disavventura mi fece riflettere molto sul potere della bellezza: avrei provato certe sensazioni se avessi visto il suo vero volto fin dall’inizio? Ovviamente no. Atroce dubbio: che effetto faceva alle donne la vista del mio? Che speranze avevo d’essere amato? Tornai a pensare ossessivamente al mio passato, al fatto di aver dato il primo bacio a 25 anni, alle disavventure sentimentali, alle scarsissime esperienze, alle colpe di mia mamma, alla calvizie, e iniziai a cercare conferme su Google.
 Fu così che un link mi fece approdare al Forum dei Brutti, uno spazio ospitato da ForumFree e amministrato dall’utente Scarabocchio. Un luogo delirante fatto da persone deliranti. Fu amore a prima vista. Non potevo limitarmi a leggere: dovevo contribuire, quindi innanzitutto iscrivermi e scegliere un nickname. In quel momento nel lettore dei cd stava girando l’adagio della nona sinfonia di Mahler. Colsi l’attimo. Mi servirebbero cinque capitoli solo per descrivere la mia permanenza in quel forum di sfigati eccellenti: goliardia, humour nero, disperazione reale mischiata al trolling più becero, discorsi sui massimi sistemi e slogan ripetuti fino alla nausea (conta solo il bel faccino, è tutto finito, un brutto vero può avere al massimo due cesse obese ogni mille tentativi), attention whoring, flame come piovesse, minacce di morte per mano dell’anonima sarda e di solerti e affamati maiali, amicizie autentiche. È lì che ho conosciuto il Redpillatore, uno degli utenti più divertenti e profondi del forum. Il forum è stato la cassa di risonanza della mia autoanalisi: l’ho usato come un Caro Diario interattivo, ho cercato comprensione in persone che finalmente potevano davvero comprendermi, ho analizzato nuovi punti di vista che descrivevano una realtà altrimenti indecifrabile. Il forum è stato anche un amplificatore di sensazioni negative: quando la depressione riaffiorava, il confronto con gli utenti la intensificava facendomi sentire ancor più un fallito, un mostro pieno di difetti fisici, una creatura predestinata alla sofferenza. Finché, tra alti e bassi, arrivò quello che gli psicologi chiamano “episodio depressivo maggiore”.

Continua.. 



11 commenti:

  1. Questa storia é piú avvincente (e piú tragica) delle ultime 6 stagioni di The walking dead

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  2. Sta diventando molto interessante questo sito... Pertanto, complimenti al Redpillatore che lo ha creato. Ho 56 anni e parlando ad un'ipotetico giovane lettore, posso confermare, data l'esperienza di vita, che tutto ciò che viene scritto qui è assolutamente condivisibile. Penso che assimilare questo modo di essere, possa realmente aiutare un giovane a meglio vivere gli anni che ha davanti a se. Io con rammarico, sono giunto tardi a fare miei questi concetti, anche se il "sentore" che le cose stessero così, lo avevo da molti anni. Viene voglia anche a me di raccontare la mia storia e parlare di vicende "in tema".
    Un vecchio redpillato

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    1. Se ci tieni e hai da raccontare esperienze a tema redpill ti lascio spazio volentieri, basta che mi scrivi in privato.

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  3. Il Red pillatore è a conoscenza di quanto io stimi il suo blog. L'unico grosso limite è la mancanza di un volto, anche nel caso di questo utente. È come leggere un bel libro senza sapere chi l'ha scritto...

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    1. Grazie ancora per la stima. Lo sapevo che vi sareste lasciati coinvolgere molto da questa storia e che vi sarebbe piaciuto vedere il volto dell'autore, ma per mahler non è stato proprio immediata la decisione di raccontarsi, quindi questi articoli sono già tutto di guadagnato.

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  4. Finora ho letto di una storia come tante, mi sembra di capire che alla fine di tutto ci sia un insegnanento? Forse che tutto quello che ci capita dipende dall'aspetto della nostra faccia?

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    1. L'aspetto della faccia è una delle tante variabili in gioco. Se l'aspetto è mostruoso peserà tantissimo nell'equazione; similmente se l'aspetto è quello di un modello. Ma per tutte le persone normali è solo una variabile importante in mezzo a tante altre.

      Mahler

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  5. Volevo chiedere a Mahler se non gli crea problemi mettere "in piazza" su internet le sue cose private con il fatto di essere un professionista e che potenzialmente i suoi clienti possono leggere tutto questo.

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    1. Beh, non c'è il mio nome e cognome, quindi ho un minimo di "scudo". Inoltre il Redpillatore non è (per ora) una trasmissione in prima serata di RAI 1...

      Col mio cliente più importante ho un buon rapporto, direi quasi di amicizia, e in diverse occasioni gli ho raccontato buona parte delle cose che ho raccontato anche a voi.

      Le disavventure col genere femminile riguardano molti più uomini di quanto si creda, anche persone che hanno fatto carriera, ed essendo io una persona molto aperta e che ama fare autoironia, non mi tirerei indietro con nessuno.

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  6. Mahler, non senti in cuor di tuo di aver anticipato troppo i tempi?
    Voglio dire, oggi ti rendi conto di aver fatto la cazzata più grande della tua vita andando a vivere con la prima ragazza che anzichè rifiutarti come uno scarafaggio, c'è stata?

    Pure io ho avuto le prime esperienze femminili tardi, ma non mi è passato neanche per l'anticamera del cervello di portarmi in casa una ragazza, o addirittura metterla incinta, per paura di perderla e tornare solo come prima

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  7. Tra l'altro, scorgo una vena di tristezza nel tuo racconto: non si parla mai di amore. E' come se fosse la storia di due vecchietti di 80 anni che anzichè stare da soli, preferiscono farsi reciprocamente compagnia: zero passione, zero sentimenti, zero progetti per il futuro.

    Tu non la amavi, è evidente dalle tue parole, ma ti sei mai chiesto se lei ti amava davvero o se invece stava con te per abitudine/affetto, o magari perchè materialmente impossibilitata a lasciarti e andare a vivere da sola?

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