06/08/20

Il Privilegio dello Stupro

 Il Privilegio dello Stupro

Quando per vostra disgrazia o masochismo vi troverete a discutere con una femminista sui motivi per cui la nostra società è tremendamente opprimente, discriminatoria e pericolosa verso chi ha avuto la sfortuna di nascere con una vagina, state pur certi che ad un certo punto la vostra interlocutrice vi sbatterà sul tavolo la carta stupro. Accade sempre, con puntualità svizzera. Nella lista dei motivi per cui vi dovete sentire in colpa per essere nati uomini e appoggiare ciecamente ogni istanza femminista, il privilegio di non essere stuprati figura senza dubbio nelle prime posizioni.

In realtà però, se dovessimo analizzare il fenomeno nella sua globalità, non soffermandoci solo sul trauma fisico e psicologico causato dall'atto violento, ma andando anche ad approfondire tutti i meccanismi sociali e biologici che stanno dietro alla maggiore probabilità che una donna ha di essere stuprata, bisognerebbe riconoscere che l'eventualità, rara, di subire uno stupro ripaga quotidianamente la donna con tutta una serie di vantaggi che un uomo si può solo sognare. Per dirla in termini finanziari, c'è un rapporto rischio/ricompensa molto favorevole, che rende l'essere donna un ottimo investimento.

Alla base dello stupro, oltre a un bisogno fisiologico insoddisfatto, c'è infatti l'attrattività sessuale. La donna media, per banali ragioni biologiche, è sessualmente più appetibile dell'uomo medio: la donna è selettiva, trova attraenti pochi uomini;  l'uomo ha una libido maggiore, ha bisogno di molto più sesso di una donna e si farebbe tranquillamente la maggior parte delle ragazze che vede.
Ciò conferisce alla donna un maggior potere sessuale. E il potere sessuale, soprattutto in una società fortemente sessualizzata come la nostra, è la più grande risorsa. Ti garantisce un'influenza sugli altri pressoché assoluta. E' il potere sessuale che fa sì che una ragazza carina venga trattata con gentilezza e condiscendenza ovunque vada, che fa sì che riesca quasi sempre a trovare qualcuno che paghi per lei o che risolva i suoi problemi al posto suo. E' il potere sessuale che fa sì che abbia opzioni sessuali praticamente illimitate, e inevitabilmente attenzioni sessuali indesiderate.


Girava un post zerbinante su facebook qualche settimana fa. Iniziava così: "Mi sono ubriacato diverse volte ma non ho mai corso il rischio di essere violentato. Sono uomo. In vita mia non ho mai sentito di un uomo ubriaco violentato. Allora il problema non è essere ubriachi. Il problema è essere donne."

L'obiezione è scontata: non corri il rischio di essere violentato solo perché sessualmente vali poco o nulla. Un po' come dire: "Io sono sempre senza soldi in tasca e girando per Montecarlo non ho mai corso il rischio di essere derubato". Grazie tante che non ti derubano, Einstein. Chi potrebbe derubarti è più ricco di te e non hai in tasca oggetti di valore, di cosa e per quale ragione dovrebbe derubarti? 
L'uomo medio è felice di andare a una festa, ubriacarsi e trovare una che vuole fare sesso con lui proprio perché normalmente ha il problema opposto, quello di non essere attraente e prendere continui due di picche.
Una situazione in cui una donna violenta un uomo, oltre ad essere fisicamente improbabile, è proprio concettualmente difficile da immaginare per ragioni biologiche e fisiologiche.


Quando leggo questi post stucchevoli non mi è mai chiaro dove inizi il patetico tentativo di impressionare le tipe che leggono e dove finisca la reale convinzione in certe stronzate, e mi auguro sempre che la prima motivazione sia quella prevalente perché è davvero preoccupante che ci sia così tanta gente talmente ottusa da non capire che all'origine dello stupro non c'è una condizione di inferiorità della donna, ma al contrario di superiorità.

Calzante è il parallelismo fatto poco fa con la ricchezza: un uomo che possiede molti beni deve fare maggiore attenzione ai pericoli rispetto ad un uomo con le tasche vuote, ma nessuno si sognerebbe di dire che il secondo è avvantaggiato rispetto al primo. E di certo il poveraccio che vive di stenti non rinuncerebbe alla possibilità di diventare ricco solo per paura che qualcuno lo picchi o lo ammazzi per strappargli il denaro.


Inconsciamente la donna sa perfettamente di essere una ricchezza ambulante, ed è terrorizzata dall'idea dello stupro proprio perché sa che uno stupratore ti priva della possibilità di esercitare il tuo potere sessuale.
Allo stesso tempo però molte donne, da una parte sembrano non essere in grado di gestire le proprie scelte a causa di una società che tende a deresponsabilizzarle sempre e comunque, dall'altra, grazie ad emancipazione e liberazione sessuale, hanno ottenuto a proprio vantaggio una così enorme sproporzione di potere sessuale da dar loro un'illusione di onnipotenza. Vivono quindi con frustrazione anche solo adottare quelle piccole precauzioni (come evitare di girare ubriache di notte in posti poco raccomandabili) che fanno parte delle abituali norme di prudenza delle persone dotate di buon senso. E per questo si sentono limitate e oppresse dalla società.


La società punisce lo stupro, come è giusto che sia, ma non si può pretendere che ciò basti ad azzerare la criminalità. Una certa percentuale di crimini è inevitabile, persone incapaci di controllare i propri impulsi ci saranno sempre, e le forze dell'ordine non saranno mai in grado di prevenire totalmente i reati. Illudersi del contrario significa avere una visione molto arcobalenata della vita, e purtroppo molte si rifiutano di uscire da questa logica infantile e continuano a relazionarsi al mondo non per come è, ma per come vorrebbero che fosse.

Ha poco senso anche continuare a fare sempre e solo la morale agli uomini, trattandoli tutti come potenziali stupratori, inventandosi una inesistente "cultura dello stupro".

All'italiano medio non passa minimamente per la testa di violentare qualcuna perché sa che così distruggerebbe sia la sua vita che quella della sua famiglia. Dovrebbe cambiare città, i suoi genitori diventerebbero "quelli che hanno il figlio stupratore", farebbe fatica a trovare un lavoro, verrebbe allontanato dagli amici e, ovviamente, passerebbe anni in carcere. D'altra parte, il prototipo dello stupratore è una persona che in genere non ha nulla da perdere e che certo non si fa scalfire da campagne contro la violenza.

Sarebbe giusto che anche le donne venissero messe di fronte alla resposabilità dei loro gesti, delle loro scelte, dei loro comportamenti. Il Governo ungherese ci provò ad esempio anni fa con un video in cui invitava le ragazze a fare attenzione ad ubriacarsi e poi flirtare e provocare, perché ciò aumenta il rischio di esporsi agli stupri.



"Tehetsz róla, tehetsz ellene" "Puoi fare qualcosa a riguardo, puoi fare qualcosa contro ciò". Ineccepibile. Ovviamente fu polemica a non finire.
La verità è che il numero di stupri in Occidente è già ai minimi (in Italia parliamo di 3 all'anno ogni 100mila abitanti) quindi non c'è una reale volontà di contrastare il fenomeno. Tutta questa farsa dell'emergenza stupri è solo un modo per fare vittimismo, propaganda femminista e rivendicare pretese continue nei confronti della società.

Vogliamo realmente provare a fare qualcosa? Cerchiamo un modo per migliorare la condizione sessuale maschile. Diamo agli uomini la stesse possibilità di vita sessuale che hanno le donne. Non accadrà mai. Perché, se accadesse, per le donne finirebbe la pacchia: non potrebbero più ottenere gli stessi favori che ottengono ora, non potrebbero più scroccare cene, cocktail e vacanze, non potrebbero più manipolare gli uomini, magari umiliandoli proprio sulla loro vita sessuale come fanno spesso. In pratica, anche loro inizierebbero a non contare nulla in società come gli uomini e allora sì che tornerebbero a rimpiangere il "problema" di essere donna.



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18/07/20

La Pillola più Amara


La Persistenza della Memoria - Salvador Dalì (1931)

Era la sera di due lunedì fa.  Per celebrare Ennio Morricone, in TV davano C'era una volta in America. I miei guardavano il film in salotto, mentre io già dormivo perché mi sentivo più stanco del solito ("Sono andato a letto presto" cit.). Brutti sogni disturbano però il mio sonno, e verso mezzanotte mi sveglio. Mi alzo, vado verso la cucina per prendere un bicchiere d'acqua e trovo mio padre contorto sul divano da un forte dolore. Dice di avere una terribile fitta al cuore che coinvolge anche la gola. La cosa mi suona maluccio, e io so che incamminarsi verso i cancelli di San Pietro con il Deborah's Theme in sottofondo ha un che di poetico, ma organizzare funerali non è proprio il mio hobby preferito,  per cui lo esorto a salire in macchina e corriamo all'ospedale. E' così che ha inizio la peggiore nottata della mia vita.

Un'ora dopo sono ancora nella sala d'aspetto del Pronto Soccorso, attendendo qualche notizia. Mi chiama l'infermiere di turno dicendomi di andare a casa perché ne avranno per parecchio e di ripassare per le 7, a meno che non mi telefonino loro, questo in caso la situazione fosse peggiore del previsto.
Rientro a casa e provo a dormire qualche ora, sperando che non arrivi nessuna chiamata, ma non c'è verso di chiudere occhio. La tensione per quanto mi è appena capitato è davvero troppo forte. Alle 4.50 del mattino squilla il cellulare. "Suo padre ora sta bene, ma i medici hanno deciso di tenerlo comunque sotto osservazione perché ha qualche parametro fuori posto. Può passare a trovarlo più tardi.". La notizia non è delle migliori, ma almeno l'appuntamento con l'obitorio pare rimandato ed è già qualcosa.
Poche ore dopo, nella stanza dove il mio vecchio è ricoverato e già si sta lamentando di dover pisciare dentro un pappagallo, la dottoressa mi spiega che dalle analisi del sangue risulta esserci stato un danno al cuore, probabilmente a causa di un'arteria occlusa. Dovranno quindi operarlo: angioplastica. Un'operazione sviluppata nel 1977 da Andreas Grüntzig, tedesco pazzo rifugiatosi in Svizzera perché in Germania non vedevano di buon occhio questa sua idea, che consiste nel riaprire le arterie dall'interno infilando un tubicino flessibile con all'estremità un palloncino che viene poi gonfiato una volta giunto al livello del segmento occluso.
Oggi è un'operazione molto diffusa e viene integrata anche da degli stent (protesi in maglie di metallo a forma di tubicino che vengono poste sul punto dove l'arteria si è ristretta per tenerla aperta), però è pur sempre un intervento invasivo che ha i suoi rischi ed è un po' difficile prenderla con tranquillità.
Andreas Grüntzig

Nel pomeriggio portano mio padre in sala operatoria. L'intervento ha successo, ma quando l'indomani vado a trovarlo mi dice che c'è anche un'altra arteria da operare.
Sono giorni snervanti per me e comincio anche a diventare un po' paranoico e a sospettare che i medici non mi stiano dicendo tutta la verità.
L'apice della paranoia lo raggiungo il giorno presunto dell'operazione, quando arrivo all'unità coronarica e scopro che mio padre non solo non è ancora stato operato, ma è stato addirittura trasferito in cardiologia; un reparto che a vedersi è decisamente più inquietante del primo, dove i pazienti sembrano presi molto peggio. Arrivo nel preciso momento in cui lo stanno portando in sala operatoria, in una coincidenza che pare davvero un cattivo presagio. I miei tormenti per fortuna finiscono 5 ore dopo, quando alla visita seguente trovo il redivivo seduto sul letto che apre il contenitore di una disgustosa poltiglia di mela. Dalla faccia si capisce che avrebbe preferito crepare che mangiare quella robaccia, ma io tutta questa ambizione di diventare orfano al momento non ce l'ho e quindi lancio una benedizione all'anima di Grüntzig lassù e a chi per lui quaggiù, tirando un sospiro di sollievo.
Ora il clima è molto più disteso di prima. Mio padre è anche in vena di dibattiti sociologici del tipo "Parli sempre male delle donne e dici che sono schizzinose, ma il mio compagno di stanza ha il pannolone che gli cade e c'è una bella morettina di 25 anni che viene ogni volta a raccoglierlo amorevolmente".
Ed è così che nel Luglio del 2020 viene sviluppata la Shitpill, ossia quella teoria per la quale una donna preferisce cambiare pannoloni che andare ad un appuntamento con un uomo sotto il 7. Un fagotto ripieno di merda di vecchio ha un potenziale attrattivo maggiore di quello di un uomo nella media.
Comunque ora rido e scherzo ma vi assicuro che in questi giorni ho riso veramente poco e dopo questa esperienza mi sento molto più vecchio. E' come se quella poca spensieratezza rimasta avesse definitivamente ceduto il passo alle responsabilità e le ultime gocce di ottimismo fossero ormai finite disperse nel mare della disillusione. Sto ormai entrando in quella fase limbo tra giovinezza e vecchiaia.

Idealmente bisognerebbe nascere con le carte giuste, vivere al massimo e levarsi dai coglioni prima di finire a sguazzare nella mediocrità degli uomini dai capelli grigio topo.
Una vita alla James Dean o alla Paul Walker, per intenderci; vivi veloce, muori giovane e lascia una scia di lacrime miste ad umori vaginali dietro al tuo carro funebre; andandotene in maniera spettacolare come sei vissuto, su una Porsche schiantata a 150 all'ora, le lamiere sparate verso il cielo, restando giovane e bello per sempre nella memoria. Scenograficamente perfetto.

In pratica invece per l'uomo medio succube della sua genetica scadente, la vita è solo un'escalation di sfighe, che nei primi anni lui riesce a mimetizzare un po' alla buona, ma che appaiono in tutta la loro crudezza quando poi non può più nascondersi dietro alla condizione facilitante della giovinezza.

Nel blog do forse troppa importanza alle dinamiche giovanili, diciamo fino ai 30-35 anni, ma una volta spente le prime trenta candeline un uomo in occidente ne ha mediamente altre 50 da mettere sulla torta. 50 anni di cui metà passati fra acciacchi vari, solitudine, rimpianti e tempi vuoti in attesa di finire dentro una colombaia e l'altra metà nella misera condizione di schiavo sociale.

Quanto è patetica la vita dell'uomo comune di mezza età, fra un lavoro svilente che ti procura quattro soldi che non bastano mai, assicurazione auto, lavastoviglie da riparare, erba da tagliare, mobili ikea, vita sessuale ridotta alla vecchia cessa rompicoglioni di tua moglie, sempre se te la dà,  sempre se non ti ha piantato costringendoti a versarle l'assegno di mantenimento e non potendo quindi neanche andare a troie.
Incrociando al supermercato belle fighette ventenni che ti fanno viaggiare con l'immaginazione, ma che ti considerano come un essere asessuato al pari del loro padre e ti riportano alla realtà quando ti chiamano "signore".
Il massimo della gratificazione? Il Milan che vince la supercoppa delle coppe di 'sto gran cazzo e lo sprizzetto al bar con i soliti amici che conosci da trent'anni, tuoi fedeli alleati nelle imprecazioni contro il Governo e le tasse troppo alte.



E quello che viene dopo è peggio ancora. Un paio di anni fa, in una casa spersa nel centro storico di Venezia, hanno trovato il cadavere mummificato di un prof. di matematica. Era morto da 7 anni senza che nessuno se ne fosse accorto [1]. Ora notizie del genere fanno scalpore, ma fra qualche decennio state certi che saranno normalità. In Nord Europa lo sono già: guardatevi il documentario "La teoria svedese dell'amore", che descrive la situazione della società svedese, dove ormai la disgregazione della famiglia e l'individualismo sono tali che i vecchi muoiono soli e ignorati da tutti.

So per certo che non farò la vita di quei poveracci di mezza età bullizzati dalla moglie e pieni di grane di ogni tipo,  ma spero anche di non campare così a lungo da arrivare alla fase "cacca nel pannolone". La prospettiva di una vecchiaia in solitudine e malattia è qualcosa che mi terrorizza più della morte, senza contare che l'Italia fra 40 anni sarà probabilmente una fogna del terzo mondo tipo Venezuela, con i ragazzini che ti piantano una pallottola in testa per un paio di Nike. Per molti uomini però una vecchiaia di questo tipo sarà un'eventualità concreta da fronteggiare e benché si tratti di un fenomeno tutto contemporaneo, senza precedenti nella nostra società, nessuno sembra avere intenzione di parlarne.

E forse in effetti è meglio non pensarci, continuare a vivere nel presente ed evitare di allungare lo sguardo oltre certi orizzonti temporali per scaramanzia.
Fare finta di non accorgersi che quando ti fermi davanti al bar a guardare le epigrafi il numero di facce note è sempre più alto; che molte di quelle facce appartengono a persone anziane e malate che magari non vedevi da tempo ma che nella tua memoria erano rimaste, rimangono e rimarranno attive ed energiche; che quel tuo amico d'infanzia ormai è morto da quasi un ventennio; che il tuo corpo cambia e quelle ore che a 18 anni ti servivano a smaltire una sbornia sono raddoppiate.
Pare ieri che mio padre mi toglieva le rotelle alla bici e mi dava una spinta per farmi andare su due ruote, e invece stamattina gli ho ricordato di prendere le sue pasticche per il cuore.
Assistere allo scorrere del tempo e al progressivo deteriorarsi di tutto, sapere che la vita può solo peggiorare, ma al tempo stesso rimanere lucidi nella consapevolezza di non poter fare nulla per arrestare il declino, quella è la pillola più amara da ingoiare.

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18/06/20

Dobbiamo Vietare per Legge i Tatuaggi sulle Ragazze Over 7



M'imbatto in un'intervista televisiva di quella che poi scopro essere la figlia dell'ex calciatore Sinisa Mihajlovic, Viktorija. Dreamgirl assoluta.
Mentre questa ragazza parla osservo estasiato le espressioni di quel faccino così perfetto e nella pausa pubblicitaria non riesco a resistere alla tentazione di cercare alcune sue foto con lo strumento del diavolo (Instagram). Entro nel suo profilo, ormai rassegnato a sperimentare quella classica sensazione che prende il nome di "inturgidimento", quando accade l'inaccadibile. Vedo cose che non andrebbero viste. Le braccia. L'inchiostro. L'inchiostro sulle braccia. T.A.T.U.A.G.G.I.
Boom...Come colpito alla bocca dello stomaco da una di quelle bombe che il padre tirava su calcio di punizione ai tempi della Samp mi piego dal dolore e crollo a terra. Da te Vicky davvero non me l'aspettavo.
 

Victorija Mihajlovic <3 <3 (Versione no tattoo)

Vietare i Tatuaggi sulle Belle Fighe

Secondo uno studio di un paio di anni fa, l'Italia risulta essere il Paese al mondo con più persone tatuate [fonte: Dalia Research]. Si tratta di un'indagine condotta su un campione di 18 Paesi, quindi sicuramente incompleta, ma che comunque conferma l'impressione che chiunque può avere passeggiando per una qualunque spiaggia italiana e osservando la gente in costume: c'è un fottio di gente tatuata. Soprattutto giovani, e soprattutto donne.
La donna italiana si conferma ancora una volta tremendamente conformista, seguendo questa bizzarra moda che ha come risultato solo quello di far perdere sex appeal e femminilità.
Diciamocelo, nessuna ragazza migliora esteticamente facendosi iniettare dell'inchiostro sulla pelle.
Ho sentito tante volte commenti del tipo "bella ragazza, peccato che abbia poche tette", oppure "carina di viso ma troppo bassa" ma mai frasi quali "peccato che abbia la pelle poco tatuata" oppure "se si facesse tatuare un testo di Vasco Rossi sull'anca sinistra sarebbe perfetta".
Anzi, quei centimetri di pelle alterata cromaticamente possono declassare anche la più gnocca delle gnocche nella scala del percepito. Da "modella di Victoria Secret" a "barrista de Freggène" è veramente un attimo. E' tempo che qualcuno fermi questo abominio.
Non tolleriamo l'insozzamento dei monumenti nelle nostre città, siamo rimasti indignati di fronte all'imbrattamento della statua di Montanelli, che, meriti intellettuali a parte, era comunque un tizio dalla faccia strana e il naso un po' grosso, perché dunque dovremmo tollerare il deturpamento delle belle fighe?
Occorrono leggi severe che proibiscano alle ragazze esteticamente sopra il 7 atti autolesionistici come i tatuaggi. E già che ci siamo pure i piercing e le tinte di colori innaturali.

Mi appello a Vittorio Sgarbi, grande esteta e conoscitore dell'arte, che ha sicuramente la sensibilità per capire lo strazio che vivo ogni volta che vedo una pregevole cerbiattina sfregiata dell'inchiostro.

Lui stesso fu costretto a troncare la sua relazione con Elenoire Casalegno perché, disse, "poi si è coperta di tatuaggi e io ho aperto una polemica con lei, che era una bellezza pura", aggiungendo che "non si rovina un’opera d’arte con uno stupido graffio". Esattamente, Maestro.
Michelangelo, Raffaello, Leonardo: hanno forse mai ritratto donne tatuate?

Riusciamo ad immaginare la Venere del Botticelli mentre copre il suo seno mettendo in evidenza una farfalla impressa sull'avambraccio? O i capelli della dama con l'ermellino di viola dipinti?
Se i beni culturali sono meritevoli di conservazione, allora nella lista delle opere da tutelare vanno assolutamente incluse anche le belle fighette che passeggiano per le nostre città e che dovrebbero avere il dovere giuridico oltre che morale di mantenere un certo decoro.

Chiedo dunque all'Onorevole di presentare al più presto un disegno di legge che includa tatuaggi, piercing, e tinte strambe fra i reati contro il patrimonio (estetico).
Il destino estetico della nostra nazione è in pericolo e non possiamo continuare a rimanere impassibili di fronte alla barbarie.

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10/06/20

Non Pensavamo alle Donne e Stavamo Bene Così


Storia di un Metallaro


Ciao Redpillatore,
non so se pubblichi ancora le storie degli utenti, ma ti scrivo comunque la mia… fanne pure quello che credi.
Sono la quintessenza dell’uomo qualunque: statura media, fisico non palestrato ma neppure grasso (anche se, a partire dai 30, qualche chiletto ho cominciato a metterlo su…), viso privo di difetti significativi ma al tempo stesso “anonimo”.
Penso di aver trascorso gli anni più belli della mia vita fra i 15 e i 25 anni.
Frequentavo il liceo scientifico, una classe abbastanza tranquilla (anzi, piuttosto morta direi) ma avevo un buon giro di amici. Erano i ragazzi della mia età (o magari con uno o due anni di differenza) che frequentavano l’oratorio insieme a me sin da quando ero bambino.
Nessuno di noi era bigotto, anzi qualcuno col tempo è diventato ateo, ma a quei tempi (ti parlo degli anni ‘80/’90) in un piccolo centro l’oratorio era un’istituzione molto sentita, nella quale la stragrande maggioranza delle persone aveva trascorso buona parte dei propri pomeriggi durante l’infanzia e l’adolescenza.
Si sa che, quando si è giovani, ad un certo punto cominciano a coagularsi, all’interno del gruppo indistinto delle proprie conoscenze, nuclei di persone particolarmente in sintonia le une con le altre, le quali amano condividere il tempo e le esperienze.
Sto parlando, come avrai capito, dell’arcinoto fenomeno delle “compagnie”.
Penso che tutti, o quasi, ne abbiano avuta una, anche se ignoro quali dinamiche esistano fra i ragazzi di adesso.
La mia era una “cumpa” mista: quindici di persone, maschi e femmine in egual misura; con loro si usciva la sera, si facevano vacanze al mare o in montagna e ci si trovava in mille altre occasioni.
Il sabato, sfruttando chi aveva la patente, si andava nei pub che si trovavano nelle vicinanze.
Sempre i soliti tavoli, sempre una bella birrozza (ai tempi avevano cominciato a diffondersi le belghe, di cui tuttora vado pazzo) e risate, risate, risate a non finire. Anche la cosa più stupida, che magari in sé non aveva nulla di ridicolo, lo diventava in quel particolare contesto.
Ai tempi andavano alla grande l’Hard Rock e il Metal, onnipresenti nei locali che frequentavamo, e quasi tutti indossavamo le magliette dei Metallica, degli ACDC, degli Iron Maiden e di altre band “iconiche”.
La musica era del resto l’altra grade costante di quegli anni.
Avevo studiato chitarra classica da bambino, poi rapidamente mi ero appassionato al rock (evoluzione tipica del musicista: cominci con la classica, passi al blues-rock, quindi ti dai al metal e infine raggiungi la pace dei sensi col jazz…).
Così, assieme ad alcuni amici, avevamo formato una band.
Siccome non c’era nessuno che cantasse, essendo abbastanza intonato, ci provai io; avrebbe dovuto essere una soluzione provvisoria, ma poi andò bene e rimasi alla voce.
Avevamo, oltre alle nostre canzoni, un repertorio di cover che comprendeva Deep Purple, Led Zeppelin, Iron Maiden, Metallica, Bon Jovi, qualcosina dei Dream Theater, il mitologico Ronnie James Dio (da cui il mio nick…) e molti altri…
Suonavamo di brutto e col tempo eravamo diventati abbastanza famosi a livello provinciale: ricevemmo diversi premi e un bel codazzo di fan ci seguiva di locale in locale, uno dei quali era il nostro ritrovo “ufficiale”.
Quelli della cumpa, ovviamente, erano in prima fila.
La musica era un ottimo collante fra noi, e praticamente non c’era serata in spiaggia, capodanno, o uscita in montagna in cui, a un certo punto, non mi ritorvassi fra le mani una chitarra…
Ma perché ti sto raccontando tutto questo?
Quale attinenza ha la mia storia con le tematiche relative alla redpill, e più in generale alla vita sentimentale?
Nessuna! E proprio questo è il punto!
Alla figa, infatti, non ci pensavo proprio. Così come del resto anche i miei amici, tanto che, nonostante ci fossero delle ragazze nella cumpa, eravamo tutti rigorosamente singles e nessuno ci provava con nessuna (una specie di “patto fra gentiluomini”).
Ovviamente, quando vedevo le mie amiche in costume da bagno la cosa non mi dispiaceva affatto (erano tutte abbastanza carine, anche se nessuna poteva dirsi bellissima); però, di qui a provarci, ne correva. E lo stesso discorso valeva per gli altri.
Conosci la regola dell’amico di Max Pezzali (Che Ronnie mi perdoni dall’alto dei Cieli per aver citato un cantante così commerciale)? Ecco, era quello che succedeva.
Il fatto è che, in quel caso, andava benissimo così: nessuno di noi maschioni faceva il primo passo, non si creavano rivalità e si viveva alla grande.
Avevo pulsioni sessuali, come era ovvio che fosse; ma restavano una cosa relegata alla parte privata della mia vita.
Le soddisfacevo con la masturbazione e, più tardi, grazie a qualche soldo che intascavo con la musica, attraverso le prostitute.
Era un prurito che mi grattavo in caso di necessità ma non influenzava –inquinava, dovrei dire- nessuna parte della mia vita.
In seguito ho saputo che anche gli altri maschi facevano esattamente come me.
Così vivevo senza preoccupazioni né pensieri: in una parola, alla grande.
Poi le cose cominciarono a cambiare…
Quando mi laureai ricordo che alla festa (e i miei ricordi sono tuttora annebbiati, considerato quello che mi fecero bere…) uno dei ragazzi si presentò in dolce compagnia: ero già piuttosto ubriaco quando me la presentò, ma il nome me lo ricordo bene: “Alice”. Mi sembrò una cosa surreale e, come a me, credo a tutti gli altri. Anche se in fondo era perfettamente normale, ci sentivamo in un certo qual modo “traditi” …
Fu l’inizio della fine.
Dopo qualche mese anche gli altri ragazzi cominciarono a “impegnarsi”, e lo stesso fecero le ragazze.
Dapprima non era un problema, perché anche i rispettivi fidanzati venivano cooptati nella “cumpa”, ma poi le cose cambiarono.
Le fidanzate richiedevano più tempo, attenzioni, e i loro partner cominciarono a diradare sempre più la loro presenza o addirittura a sparire del tutto.
Ricordo che volta una di queste ragazze aveva avuto un vivace scambio di opinioni con una storica componente della cumpa; dal sabato successivo il “consorte” non si fece più vivo, fino a quando, a mesi di distanza, tornò con la coda fra le gambe confessando che la principessa l’aveva lasciato col cavallo e la spada in mano… lo trattammo come una specie di “figliol prodigo”  e fummo felici di riaverlo fra noi.
Ma il destino era segnato, ci trovavamo su di un piano inclinato e gli eventi potevano scivolare in un’unica direzione.
Ci fu un evento che, in qualche modo, fece da spartiacque. Un giorno uno di noi, dopo una corroborante pinta di birra ambrata, ci annunciò che di lì a sei mesi si sarebbe sposato.
Non era un fulmine a ciel sereno, visto che era fidanzato da tempo, e dopotutto avevamo ormai quasi trent’anni, ma rimanemmo lo stesso esterrefatti.
Il suo matrimonio fu probabilmente l’ultimo ritrovo della cumpa al massimo dello splendore: una festa bellissima, con tanti amici, nulla a che vedere con certe cerimonie patinate in cui nessuno conosce nessuno e si trascorrono 8 ore sperando che la cosa finisca quanto prima o dandoci dentro con l’alcool.
Alcool, che comunque, non mancò. Cantai praticamente dalla cerimonia (l’Ave Maria, su richiesta della mamma dello sposo), proseguendo poi per tutta la festa, sino alle due di notte.
Se ci ripenso non so come diavolo abbia fatto…
Una festa magica ma, appunto, l’ultima: un canto del cigno, una sorta di commiato collettivo che tutti sapevamo avrebbe segnato le nostre esistenze.
Così fu: presto la compagnia si sfaldò, divenne un mozzicone e sparì definitivamente; solo i componenti della nostra band continuarono, per ovvie ragioni, a trovarsi regolarmente.
Accadde così che anche io cominciai a sentirmi sotto pressione: avvertivo la sensazione di trovarmi in uno stato di minorità poiché, mentre vedevo gli altri fidanzati, restavo solo.
Per non parlare di genitori e parenti che mi ripetevano “perché non ti trovi una ragazza”?
Avvenne dunque che anche io entrai nel folle mercato delle relazioni.
A questo riguardo la mia storia ricalca ciò che ho letto tante volte qua dentro. Ero invisibile; le ragazze non mi consideravano.
Il fatto che all’epoca fossi pesantemente blupillato, del resto, rendeva tutto più difficile.
Una sera, dopo l’ennesimo concerto nel nostro amato pub, notai che il bassista (sono sempre fonte di ispirazione, i bassisti, almeno quando non si ubriacano…), anziché darsi da fare a smontare l’impianto –e va da sé che lo insultammo pesantemente- si era imboscato con una dolce metallara.
Pensai che, dopotutto, avrei potuto farlo anche io.
Chiaramente, il passaggio dalla teoria alla pratica non fu immediato; ma avvenne.
Cercare una ragazza fra le nostre fan era molto più semplice, visto che in quell’ambito godevo –senza saperlo- di un discreto “Status delle quattro pareti”.
Rimediai una limonata, e fu la prima volta, il che mi rese intraprendente.
La “fortunata” mi confessò che era convinta fossi gay: “sai, voi cantanti: Rob Halford, Elton John, Freddie Mercury…”. Era chiaro si trattasse di una svalvolata.
Mi concentrai su una ragazza che mi piaceva (non bellissima, ma carina), dopo aver peraltro registrato una quantità astronomica di due di picche.
Ricordo che le feci una corte spietata, fino a che –se ci penso me ne vergogno ancora adesso- le dedicai una canzone dal palco: “Bed of Roses” dei Bon Jovi. Una ruffianata di prima categoria...
Andò bene, fortunatamente.
Ricordo, qualche settimana dopo, il dialogo surreale con un’amica presente quella sera.
-ma, con la Fra, poi come è andata?
-Ehm…
-te l’ha almeno data?
-(rosso come un pomodoro) Sss… si…
-e mi pare il minimo: con una dedica così, te l’avrei data anch’io.
Incredibile quanto le donne sappiano essere esplicite, quando vogliono.

Alla fine trovai un’ex compagna di università con la quale nacque una relazione seria, l’unica della mia vita.
Avevamo ormai oltre trent’anni e lei desiderava fare “le cose per bene”: dare vita, assieme a me, ad un progetto chiamato famiglia.
Il che poi fu quanto accadde effettivamente: ci sposammo e, dopo un paio d’anni, vennero i figli.
Oggi sono un quarantenne (quasi cinquantenne, a dire il vero) con la pancetta e un principio di calvizie, una moglie, due bambini, un lavoro come dipendente in una grande azienda e un SUV con seggiolini sui sedili posteriori.
Anche in questo penso di confermarmi “medioman” a tutti gli effetti.
La figa ha assorbito, come un buco nero (metafora delicatissima…), praticamente tutto: amici, spensieratezza, feste. Dove c’è lei, lo spazio e il tempo per tutto il resto vengono meno.
O si pensa alla figa, o si pensa a vivere, mi verrebbe da dire.
La vita famigliare, poi, elimina radicalmente ogni più piccolo spazio dedicato al resto.
E per quanto il sesso sia piacevole, così come anche l’amore di una donna e dei propri figli, non vale tutto quello che si sacrifica per averlo.
Se solo fosse stato possibile, firmando un patto col diavolo (da buon metallaro…), prolungare per sempre gli anni meravigliosi della “cumpa”, lo avrei fatto senza esitazione.
Non fraintendermi, amo mia moglie e ancor di più i miei figli.
Mentirei, tuttavia, se ti dicessi che questa è la parte migliore della mia vita, perché so benissimo che non è così.
Proprio questo è il succo del mio discorso e la parte di esso più attinente alla redpill.
Mi accorgo infatti della profonda fortuna che ho avuto a non pensare minimamente alle donne per tanti anni.
So che molti, alla stessa età, sono presi solo da quel pensiero e ne fanno una ragione di vita per cui, mentre chi ha successo vive alla grande, gli altri annaspano fra i martìri di mille rifiuti e qualche soddisfazione.
E intanto i giorni volano, portandosi via tutto.
Quando cominciai a provarci, alla soglia dei trenta, per me fu un trauma; era come un secondo lavoro e le cose belle che avevo potuto gustare sino ad allora persero gran parte del loro sapore.
Se non fossi stato spinto dalle pressioni sociali e dalle circostanze, delle quali prima o poi si è sempre vittime, avrei preferito mille volte continuare a restare fuori da quel circolo tossico.

Probabilmente penserai che sono un Peter Pan, un uomo desideroso di restare ragazzo.
Magari è anche vero.
Ma penso che ogni individuo, in fondo, cerchi il meglio per sé stesso e credere che la parte migliore di un’esistenza, ciò che davvero le dà significato, si trovi in una donna è oggettivamente un grave errore.
Mille volte meglio la compagnia degli amici alla vita da fidanzato (da sposato non parliamone nemmeno…); tutto è più libero, incondizionato, privo di secondi fini. Anche con le ragazze si riesce ad instaurare un rapporto che, proprio perché non può sfociare in nulla dal punto di vista sessuale, è molto più franco e sincero.

Quei giorni sono andati. E non ritorneranno.

Ogni tanto ci troviamo ancora, con alcuni amici, al vecchio pub (e va da sé che le nostre mogli ce lo rinfacciano ogni volta); ridiamo e scherziamo, ma tutto è diverso; qualcosa si è rotto.
C’è sempre chi dice: “scusate raga, un’altra media no che devo tenermi in forma”; oppure “eh, stasera però non facciamo tardi che domani devo andare con la donna e i figli al supermercato”.
La nostra mente è altrove, anche se desidererebbe più che mai stare lì con gli amici.

Qualche tempo fa, in una di queste rimpatriate, il proprietario del locale venne da noi, si sedette sulla panca e cominciò a sorseggiare anche lui una birra.
Era un uomo di 60 anni, forse più, che aveva la nostra età attuale quando noi pischelli ci trovavamo nel suo locale.
Si cominciò a parlare del passato, dei bei concerti che ora non si fanno più perché i ragazzi vogliono il DJ, delle feste e delle chilometriche bevute.
Ad un tratto prese un quaderno, vecchissimo, una specie di agenda; l’aprì e ci mostrò una fotografia: “Guardate un po’ qui…”.
Eravamo noi! Con tanti anni di meno e qualche capello in più! Proprio noi, tutta la cumpa al gran completo; ci aveva scattato quella foto proprio perché, oltre ad essere suoi clienti assidui, ci considerava amici.
Rivederci faceva un certo effetto: giovani, felici, spensierati. Soprattutto, uniti e padroni delle nostre vite.
Io apparivo in piedi sulla panca, le braccia aperte e la birra in mano a gridare (o forse a cantare) a squarciagola. Chissà che stavo dicendo…
“Guardalo lì il più pirla”, mi fa il proprietario… io rido e annuisco, ma intanto un groppo mi sale in gola.
Alzo lo sguardo verso i miei amici e vedo che anche loro hanno gli occhi lucidi.
“Su ragazzi, vi offro un altro giro!”, dice lui.
I giri diventarono 3, e nessuno disse di no. Che si fottessero, per un giorno, i nostri impegni da padri di famiglia…
Ridemmo e scherzammo e, per la prima volta, dopo tanti anni, ci sentimmo davvero vivi.
Ma lo sapevamo tutti, guardandoci in faccia attraverso i riflessi ambrati delle birre, ah se lo sapevamo, che quelli passati erano stati i giorni migliori delle nostre vite, i più veri, gli ultimi in cui siamo stati veramente padroni di noi stessi, senza doverci preoccupare di piacere a qualcuno o dimostrare qualcosa alla società che ci circondava.

Chiudo e ti saluto con le parole di una splendida canzone degli Iron Maiden che si intitola, non a caso, “Wasted Years”:

“I close my eyes, and think of home
Another city goes by, in the night
Ain't it funny how it is, you never miss it til it's gone away
And my heart is lying there and will be til my dying day”


Ciao Red, continua così!

-Ronnie James-
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03/06/20

I Vantaggi Nascosti di Essere Donna




I Vantaggi Nascosti di Essere Donna


Qua si parla spesso dei vantaggi evidenti che la società crea per le donne rispetto agli uomini (potere sessuale, leggi favorevoli per il divorzio, deresponsabilizzazione delle proprie azioni,etc.). Tutti questi vantaggi evidenti generano anche dei vantaggi nascosti, lo "step successivo" di cui non si parla mai. Faccio un esempio concreto, parliamo di studio, carriera e lavoro. Partiamo dallo studio, quello che riferirò fa parte della mia esperienza di studente e quindi non ho la velleità di dire che sia così per tutti, però è valevole come esempio. Ho sempre avuto l'impressione che gli insegnanti fossero più duri con noi maschi che con le femmine: già alle elementari i maschi che non facevano i compiti venivano sgridati pesantemente, quando non capivano qualcosa la maestra gli dava dello svogliato etc. mentre le bambine che facevano gli stessi comportamenti venivano sempre "capite" e le maestre erano comprensive e cercavano di non farle sentire delle incapaci. In sè l'effetto evidente era quello di dare valutazioni migliori alle bambine rispetto ai bambini, a parità di comportamento, ma sono gli effetti nascosti quelli molto più pericolosi. Il trattamento riservato ai maschi era colpevolizzante e umiliante e aveva l'effetto nascosto di rendere i maschi insicuri delle proprie capacità, dunque anche di trovare lo studio come un'esperienza poco piacevole ed allontanarsi da esso. E' normale: se mi viene fatto capire che sono un incapace in qualcosa, tenterò di evitarlo per non sentirmi incapace.

Ultimamente alcuni psicologi hanno proprio fatto uno studio che dimostra che i bambini a cui viene detto che sono bravi in una materia, anche quando non lo sono, diventano davvero bravi in quella materia! (Effetto Pigmalione ndr.) E in un mondo dove la scuola è almeno il 50% della vita, sentirsi incapaci porta a problemi caratteriali, porta a generalizzare questa sensazione di incapacità (altro effetto nascosto). La cosa nella mia esperienza prosegue anche nelle scuole medie e alle superiori. Alle superiori le cose peggiorano perché il voto con cui si esce determina poi il punteggio in caso di concorsi pubblici, selezione all'università, o assunzione al lavoro. Dunque il vantaggio evidente per le donne è quello di avere un voto più alto, ma il vantaggio nascosto è quello di trovare un miglior posto di lavoro, scegliere con più opzioni la facoltà universitaria, e più in generale essere più convinte delle proprie capacità e meno scoraggiate.

Passiamo alla vita adulta: i maschi devono impiegare molto del loro tempo a tenersi in forma andando in palestra o fare sport, perché la pressione selettiva scarta i brutti, devono impiegare molto del tempo libero a cercare di farsi conoscere alle ragazze: frequentare locali, eventi, aperitivi, contattarle sui social etc. Tutto tempo investito (o buttato?) che avrebbe potuto essere utilizzato in modo diverso. Le donne invece non buttano via questo tempo nella preparazione e ricerca del partner, con uno schiocco di dita possono trovare compagnia quando vogliono.
Ipotizza chi va all'università e più studia più ottiene voti alti: le ragazze sono belle tranquille e rilassate, studiano le loro 8 ore al giorno senza pensieri, al venerdì e al sabato sera escono, tutti le corteggiano, tornano a casa validate e rinvigorite, la domenica pomeriggio possono studiare in tranquillità e il Lunedì sono pronte ad iniziare una nuova settimana. Se vogliono scelgono un uomo e se lo scopano, se vogliono il fidanzato fisso se lo prendono, se vogliono gli zerbini se li trovano. Senza impiegare tempo. Il maschio medio universitario invece cerca di studiare 8 ore al giorno, ma deve cercare di conoscere ragazze per non fare una vita da escluso, quindi va in biblioteca dove non si concentra perché cerca di vedere se ci sono donne in giro. Si prende varie pause al bar o nel cortile per vedere se riesce ad attaccare pezza a qualcuna. Va sui social per mantenere i contatti con le tipe. Deve andare in palestra per tenersi in forma. Arriva il weekend e ha studiato meno della metà di quello che ha studiato la ragazza. Si fa venerdì e sabato sera fuori cercando di rimorchiare e sentendosi un incapace, beve per far passare la serata e passa la domenica con il mal di testa e non può studiare. La settimana nuova inizia con un senso di frustrazione e studiare diventa pesante.

Morale: la ragazza può concentrarsi sullo studio perché tutto il resto lo trova senza sforzo, il ragazzo sperpera energia e tempo in cose diverse. Tra i due chi avrà i voti migliori ? Chi si laureerà in tempo ? E dunque chi troverà il lavoro migliore e farà una carriera migliore ? (sempre nel caso la ragazza voglia lavorare). Stesso discorso per chi lavora: la donna può concentrarsi solo sul lavoro e anzi utilizzare il potere sessuale per farsi fare favori dai colleghi e prendersi i meriti. I maschi invece affrontano il lavoro con la mente insoddisfatta, sono già frustrati da un weekend in cui hanno (forse inutilmente) girato locali per conoscere qualche ragazza. Chi verrà promosso come capoufficio quando sarà il momento: la ragazza sempre rilassata e che fa sempre bella figura grazie all'aiuto dei colleghi, o il ragazzo che viene al lavoro già stressato dalla mancanza di vita relazionale, che oltre al proprio lavoro ha il "secondo lavoro" di cercare di trovarsi un partner che gli porta via le energie ? (ho volutamente evitato in questa descrizione le donne che fanno carriera dandola via ai capi perché volevo mantenere la discussione in termini generali: pur essendo una possibilità in più per le donne per fare carriera, offrire sesso per carriera è comunque non una cosa standard per le donne, mentre quello di avere favori dai colleghi e di potersi dedicare di più al lavoro perché il resto della vita scorre liscia è una cosa standard).

-Kollok- 

Il Redpillatore Risponde 

Il tuo discorso non fa una piega. Si parla tanto di gender gap e disuguaglianze di vario tipo tra uomini e donne in ambito professionale, supponendo che la donna sia svantaggiata  e incontri tutta una serie di ostacoli, quando invece è l'esatto opposto.
Mi soffermerei in particolare sulla fase universitaria, che è secondo me veramente la quintessenza della penalizzazione maschile.
Si tratta degli anni più belli in cui ci si dovrebbe costruire il proprio futuro e vivere quelle esperienze tipiche della giovinezza che saranno poi preziose per costruire la base di uno sviluppo psichico funzionale in età adulta.
Eppure molti uomini finiranno per ricordarsi quegli anni come i peggiori della propria vita, segnati da una solitudine perenne e da una sensazione di tempo che sfugge.
Circa un quarto degli uomini tra i 18 e i 26 anni è completamente tagliata fuori dai rapporti con l'altro sesso e un altro buon 50% arranca, il tutto con il desiderio sessuale che raggiunge il suo picco massimo e le coetanee che in nessun altra fase della loro vita saranno più attraenti.
E' molto difficile che una situazione simile non abbia conseguenze negative anche sull'andamento scolastico perché, come fai giustamente notare, viene meno sia la quantità che la qualità dello studio. Passare il pomeriggio sui libri rimuginando per i rifiuti subiti, stressati per un' ipercompetitività che ti stronca o angosciati perché il tempo passa senza poter vivere veramente è totalmente improduttivo.
La ragazza universitaria media non capirà mai questi patemi d'animo. Gratificata da tutti i feedback positivi che riceve potrà dedicarsi allo studio con attenzione massima, senza neppure preoccuparsi della propria vita sociale, che tanto verrà organizzata da altri.
Neanche serve informarsi su cosa ci sarà in giro il week end seguente: in quanto donna riceverà un'ampia varietà di inviti e dovrà solo preoccuparsi di scegliere il migliore, mentre l'uomo si sbatterà parecchio per riuscire a trovare qualche evento che gli dia possibilità di conoscere ragazze e spesso non ci riuscirà neppure, finendo per passare il suo week end in qualche pubbetto fra amici sfigati perdendo un altro week end di opportunità con l'altro sesso.
Questo è il vero gap che bisognerebbe considerare tra uomo e donna: il gap esistenziale, il gap degli affetti, delle possibilità sociali, della ricerca della felicità. Non il gap di pochi merdosi euro che le donne hanno in meno in busta paga solo perché scelgono sociologia anziché fisica, e che recuperano ampiamente dai loro zerbini.
Ciao e grazie di seguirmi!

P.S.
Per favore, la prossima volta, se devi proporre un argomento, non spammarmelo off topic tra i commenti, mandamelo via mail :)



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27/05/20

La Miserabile Fine della Community di Seduzione

 

Gli "Artisti del Rimorchio"

Nel 2008 non c'era una ragazza mediamente carina che potesse girare un sabato pomeriggio per il centro di una grande città senza venire fermata da bizzarri soggetti vestiti in modo eccentrico. "Ehi, mi serve un'opinione femminile" era la tipica frase d'esordio, alla quale seguiva una storiella ripetuta meccanicamente che aveva lo scopo di entrare nella conversazione con la ragazza e riuscire a rimorchiarla.
Questi molestatori seriali erano i pick up artist (PUA), gli artisti del rimorchio, ovvero uomini che facevano parte di una community di seduzione che era appena stata resa famosa del libro "The Game" di Neil Strauss. L'autore, giornalista presso il New York Times, si era inflitrato nei gruppi online dove si discuteva di seduzione in maniera metodologica e scientifica e aveva raccontato in un romanzo la sua biennale esperienza in mezzo a questi discepoli e maestri di seduzione. Non senza un pizzico di imbarazzo confesso di aver fatto parte anche io un tempo di quella schiera di persone convinte di poter trovare nei metodi proposti da questi "guru" un valido mezzo per migliorare i miei rapporti con le ragazze.
Acquistai "The Game" nel 2006 e quando iniziai a leggerlo ne fui immediatamente assorbito. La trama mi coinvolse a tal punto che quando un paio di giorni dopo lo terminai mi sentivo una persona completamente diversa e pronta ad iniziare una nuova vita.
Strauss del resto incarnava perfettamente lo stereotipo dello sfigato, basso pelato e bruttino, da sempre schifato dalle donne e leggere del suo riscatto in ambito sessuale e sentimentale fu inevitabilmente di ispirazione per migliaia di uomini in tutto il mondo, e portò alla nascita di uno dei movimenti più importanti della manosphere.
Negli anni successivi ci fu un'esplosione commerciale dei metodi pua, sia Strauss che altri incassarono milioni di dollari vendendo manuali e facendo bootcamp sulla seduzione. Erik Von Markovik aka Mystery, l'inventore del Mystery Method, David DeAngelo, Ross Jeffries, Owen Cook (Tyler Durden di Real Social Dynamics) sono solo alcuni dei nomi più famosi di uomini che in quegli anni erano fonte di ispirazione per gli sfigati bisognosi di rivalsa (o per chiunque volesse migliorare i propri rapporti con le donne) di tutto il mondo. Ma che ne è stato di loro?

La Miserabile Fine della Community di Seduzione


Julien Blanc
Julien Blanc

E' passato un decennio e la community di seduzione è praticamente morta. Sia i forum italiani che americani sono vuoti. Qualcuno continua a provare a spennare qualche ragazzino ingenuo, troppo giovane per conoscere la cronostoria di questo movimento, ma il mercato che i guru di seduzione è sparito per sempre e non tornerà più. Anzi si metterà sempre peggio.
L'ispirazione per questo articolo mi è venuta dalla vicenda dell'arresto di un artista del rimorchio, finito a scontare due anni a causa dei suoi approcci stradali alle ragazze [fonte:BBC]. La notizia non mi sorprende ed era da un po' che mi chiedevo quando sarebbe successo. Nell'ultimo decennio c'è stata una fortissima repressione della sessualità maschile e sempre più leggi e stigmi sociali volti a disincentivare gli uomini di scarso valore attrattivo che vogliono avvicinarsi alle donne. Superfluo dire che l'uomo arrestato era un 38 enne pakistano che ci provava con ragazze giovani , fosse stato un belloccio biondo ad avvicinarsi nessuno avrebbe mai parlato di "mascolinità tossica".
Sui PUA ormai da anni è stampato un marchio di infamia, in particolare da quando Julien Blanc, un noto maestro svizzero di seduzione, si è reso protagonista di tutta una serie di infelici sparate sulle donne [fonte: dailymail], culminate in video in cui si faceva vedere intento a strozzarle, che sono costate a lui il ban da diversi Paesi e ai suoi colleghi l'ostracizzazione da Youtube, attraverso la cancellazione di diversi video e canali. Da allora i pua sono noti come stupratori, molestatori ecc. e questo è stato il colpo di grazia.
Intendiamoci, nulla di tutto ciò è vero, e le trovate di Julien Blanc sono solo cazzate fatte per provocare e pubblicizzarsi. I ragazzi che ho conosciuto nei miei anni di permanenza nella community erano tutti ragazzi per bene, semplicemente desiderosi di imparare a relazionarsi con le donne. A me non è mai successo che qualche ragazza reagisse veramente male ai miei approcci. Al massimo non ci stava e morta là.
Purtroppo però questi ultimi anni le femministe hanno diffuso un'enorme psicosi collettiva sul tema della violenza contro le donne che non ha fatto altro che avvelenare i rapporti tra i sessi ed evidentemente molti di questi guru non hanno capito l'andazzo e non si sono adattati di conseguenza.

Neil Strauss invece, molto intelligentemente, ha deciso in tempo di dissociarsi da questa community, riciclandosi come guru generico di automiglioramento. A livello personale la sua fine però non è stata migliore: nel 2013 ha annunciato di volersi sposare e porre fine alla sua carriera di seduttore. Per farlo ha messo in scena una bella americanata, il funerale del suo alter-ego Style.


Il matrimonio c'è stato e ne è nato anche un figlio. La moglie era molto più giovane di lui, esteticamente carina, ma lontana dall'essere una delle "9" che i vari PUA hanno sempre millantato.
Dopo pochi anni c'è stata la separazione.
E' vero, le relazioni iniziano e finiscono per tutti, non possiamo dare la colpa a Neil del fallimento del suo matrimonio, ma c'è dell'ironia nel constatare che alla fine anche il più grande artista del rimorchio mondiale ha fatto una fine peggiore di molti uomini qualunque che non ne sanno un bel niente di come funziona la mente femminile ma che comunque non si fanno inculare a sangue in un divorzio.
Con lui la ex moglie ha fatto il colpaccio: andata a Los Angeles in cerca di fortuna come modella senza mai trovarla, le è bastato il matrimonio con lo scrittore milionario per svoltare. Mica male!
Mystery invece continua a tenere bootcamp in giro per l'Europa e gli USA, un giro d'affari molto limitato rispetto ai tempi d'oro, soprattutto se si considera che lui era il guru di seduzione più famoso di tutti.
Anche per lui figli e una storia fallita, però ora sta insieme a una finlandese giovane e molto carina.
La sorte degli altri guru è pressoché la stessa, qualcuno lavoricchia ancora nello stesso settore ma il tempo delle vacche grasse è passato già da un pezzo.
Del resto ormai le interazioni dal vivo, in strada e nei locali, sono state quasi completamente soppiantate dall'approccio online, su Tinder e sui vari sociali.

Vedi: Su Tinder le Ragazze Fanno Selezione Spietata

Appare quindi già molto innaturale, quasi molesto, approcciare delle sconosciute a freddo e per l'uomo medio c'è veramente molto da perdere e molto poco da guadagnare, considerando che alla fine è tutta una questione di aspetto fisico e status socioeconomico. Ricordo che già nel 2012, quando ormai ero alla fine di questa mia esperienza, il clima era completamente cambiato e le interazioni dal vivo avevano già perso parecchia spontaneità. E da lì in poi è andato tutto ulteriormente peggiorando.

Spettacolare parodia di Tyler Durden

I limiti dei metodi sono poi noti già da molti anni: forum come puahate in cui si sbugiardavano i vari pua e si raccontavano le esperienze negative di gente truffata hanno acceso lo spirito critico di molta gente e sono stati un po' la scintilla di quel sistema di idee che poi si è evoluto in redpill.
Possiamo dunque considerare la miserabile fine della community di seduzione anche come una prova del 9, una dimostrazione che essa alla fine è stata solo una moda, un fenomeno commerciale che si è subito sgonfiato non appena sono entrate in gioco le condizioni che evidenziavano tutti i suoi limiti.
A Neil Strauss e agli altri guru, oltre ai dollaroni nelle tasche, rimarrà perlomeno il merito di aver potuto offrire una speranza e un sogno a schiere di ragazzini impacciati con le donne, anche se poi alla fine quel sogno si è scoperto essere solo un'illusione.


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