22/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 4

 
Quarta e ultima puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso le prime parti corri a leggerle ai link qui sotto.


DEPRESSIONE POST FORUM


Grazie al Forum dei Brutti per la prima volta potei confrontarmi apertamente su tematiche che mi riempivano di vergogna, come l’aver dato il primo bacio a 25 anni. Prima di allora l’unica persona con cui ne avevo parlato era la mia compagna, ma con lei si trattò di una confessione piuttosto che di un’analisi. Io invece avevo bisogno di sviscerare ogni dettaglio con persone veramente interessate, coinvolte, e che mi capissero. Gli utenti del forum mi capivano perché anche loro stavano attraversando o avevano attraversato problemi simili ai miei. Inoltre non si tiravano indietro nel dare giudizi spietati su tematiche dove solitamente regna l’ipocrisia, come l’aspetto fisico.

Il rapporto con le donne, il mio aspetto esteriore, l’invidia dei successi sentimentali altrui divennero per me un’ossessione. Non riuscivo ad accettare d’essere stato a letto con così poche donne. Mi sentivo schiacciato dall’impossibilità di mettermi in gioco per testare il mio reale valore, oscillando tra valutazioni positive e negative da parte degli utenti del forum e non sapendo da solo che voto darmi. Trovavo insopportabile che nessuna donna della mia zona avesse mostrato un minimo segno d’interesse nei miei confronti, tanto da costringermi a dare il primo bacio a una villeggiante e a convivere con qualcuna conosciuta in chat e distante duecentocinquanta chilometri.

Non so come mi sarei comportato se durante quella tempesta avessi avuto accanto una donna che mi avesse dimostrato amore e attenzioni. Avrei finito con l’amarla? Avrei chiuso un occhio sul mio passato? Me la sarei fatta piacere fisicamente? Temo che prima o poi i nodi sarebbero comunque venuti al pettine, ma certamente la mia compagna spianò la strada al mio disincanto, trattandomi sempre più come una pezza da piedi e facendomi sentire respinto. Il bilancio nudo e crudo elaborato dalla mia mente sotto l’influsso del forum fu impietoso: io ero un 6 dai lineamenti maschili, lei una 4 dai lineamenti altrettanto maschili; io avevo un buon reddito, lei non lavorava; io avevo una bella casa di proprietà, lei non portava in dote nemmeno un garage; io laureato lei non pervenuta; io pieno di interessi e voglia di condividerli, lei un’ameba buona solo per il gioco del silenzio. Almeno avrebbe potuto compensare con una forte carica di sensualità... e invece no! Io sempre pronto a soddisfarla quelle rare volte che mi cercava, spesso respinto quando ero io a cercarla. Ciliegina sulla torta: non aveva nemmeno una quinta di seno da contrapporre ai miei venti centimetri di “puro amore”. Una persona è più della somma delle proprie caratteristiche, però iniziavo a rendermi conto che in quel rapporto malandato io davo troppo e ricevevo pochissimo.

Quei pensieri velenosi si impadronirono sempre più di me rendendomi un padre peggiore, un convivente fastidioso e persino un professionista inaffidabile, finché un autunno la depressione deflagrò. Ricordo bene quel periodo: dopo nottate prive di riposo e colme di pensieri di morte, la mattina sarei voluto rimanere costantemente a letto, ma il senso di colpa era talmente grande che finivo per alzarmi comunque presto, dopodiché vagavo impotente per la casa, spesso ancora in pigiama, passando dalla cucina alla sala, dalla sala alla cucina, dalla cucina alla sala. Non uscivo nemmeno per scendere in giardino.

 Scoppiavo a piangere improvvisamente senza un motivo preciso. Avrei dovuto e voluto lavorare ma non riuscivo nemmeno a iniziare, procrastinavo di minuto in minuto finché la mattina diventava sera e andavo a letto promettendo a me stesso che il giorno seguente sarebbe stato diverso, inesorabilmente mancando alla promessa. Le scadenze si accumulavano, i clienti mi chiamavano senza che io sapessi cosa rispondere, facendomi sentire ancora più in colpa e disgustato di me stesso (è incredibile quanto riuscissi a guadagnare per inerzia, grazie ad attività minori dall’alto rendimento che di tanto in tanto riuscivo a completare, ma mi chiedevo quanto sarebbe durata; poco - mi rispondevo - e sarebbe stata la fine). Vi sembrerò ipocrita, ma chiedevo aiuto alla mia compagna desiderando sinceramente che mi tendesse la mano e mi tirasse fuori da quel pantano: mi sarebbe bastato un abbraccio sincero, un segno autentico di affetto, ma me li negava persino di fronte a richieste esplicite, dicendo che non ne aveva voglia, che aveva altro da fare, che tanto sarebbe stato un gesto fasullo.

Toccai il punto più basso della mia vita una mattina d’inverno: solo in casa, riempii la vasca, impugnai il bisturi (sì, ho un bisturi) e mi immersi nell’acqua. Sono fermamente convinto che chi vuole veramente suicidarsi ci riesca e tanti saluti, mentre chi rimane sia solamente in cerca d’attenzione, pertanto non vi dirò che fu un tentativo non riuscito di suicidio: mi fermai prima ancora di farmi un graffio, distolto dal pensiero che sarei stato visto in una pozza di sangue dai miei figli, senza nemmeno poter scegliere l’espressione che avrei avuto. Però ho ben impresso lo stato mentale in cui ero e - per quanto adesso mi sembri follia - ricordo quanto suadente fosse la sensazione di poter spegnere tutto, di poter uscire da quella gabbia seppur usando la porta di servizio, e l’idea di aver pensato una cosa del genere mi spaventa tuttora. Riemersi e qualcosa era cambiato senza bisogno di spargimenti di sangue: presi atto che da solo non ne sarei uscito, cercai su internet una psicologa e ne trovai una la cui descrizione mi piacque.

LA PSICOLOGA


Non credevo che una psicologa potesse raccontarmi qualcosa di me che già non sapessi o non intuissi - e non lo credo tuttora - ma quel confronto fu per me fondamentale. Innanzitutto perché riuscii a raccontare a una donna in carne e ossa, bella e più giovane, d’essere stato uno sfigato e di esserlo rimasto nell’animo. Inoltre perché lei sembrava seriamente interessata a ciò che avevo da raccontare e aveva un approccio che non avrei mai associato a una professionista del settore: mi dava del tu, mi abbracciava, mi contattava durante la settimana tramite mail e Whatsapp, mi faceva percepire in lei un’amica più che una dottoressa.

Anzi, più che un’amica: avere a che fare con una bella donna intelligente che mi ascoltava e mi capiva era troppo per non far nascere in me dei sentimenti più profondi. Finii con l’innamorarmi e glielo confessai in una mail alla quale rispose in maniera molto professionale, senza ovviamente ricambiare ma al tempo stesso senza farmi sentire respinto. Be’, ammetterete che ci volle un certo coraggio a tornare da lei dopo quanto le avevo scritto, eppure lo feci senza alcun imbarazzo. Trattandosi d’una psicologa, possiamo pure tirare in ballo il transfert positivo, ma la verità è che ho una tale sete d’amore che appena qualcuna a cui riconosco valore mi mostra attenzione, finisco per innamorarmene!

L’episodio depressivo maggiore era alle mie spalle, e tale sarebbe stato anche se non avessi iniziato la cura, ma la terapia fu comunque risolutiva perché la psicologa mi spinse con convinzione a un passo che mai avrei ipotizzato come possibile: la separazione. Alla mia compagna non parve vero, anche se devo ammettere che pure lei attraversava un periodo di fragilità mentale e ci furono settimane molto difficili in cui ci tarammo reciprocamente, io cercando di capire se la separazione fosse ciò che volevo davvero: ovviamente mi preoccupava il rapporto coi bambini. Alla fine decidemmo che io sarei rimasto nella mia casa e lei si sarebbe trasferita coi bambini in un appartamento in affitto lì vicino. La cosa mi costò molto, sia economicamente che emotivamente: quando li accompagnai nella nuova casa mia figlia pianse perché non voleva che me ne andassi. È una scena che non auguro di vivere a nessuno.

Il mio stato mentale all’epoca era caotico: colmo di rabbia, voglia di rivalsa, senso di colpa (“ho abbandonato i miei bambini”), euforia per essere uscito dalla gabbia del rapporto, condiscendenza verso me stesso (“sei un pessimo padre, è meglio così per loro”). Mi sentivo una persona cattiva, amorale, disgustosa ma ero quasi rincuorato da questa scoperta, come se ciò mi permettesse di seguire la mia natura: quella era la parte assegnatami dall’universo e io non dovevo far altro che rispettare il copione. Non ero chiaramente guarito - ammesso che la mia mente contorta possa essere aggiustata - ma decisi comunque di interrompere la terapia iniziata appena tre mesi prima, pur continuando per un po’ di tempo a frequentare degli incontri di gruppo che si rivelarono molto interessanti.

TINDER



Improvvisamente ero libero ma insicuro delle mie possibilità in campo seduttivo. La prima cosa che feci fu comprare una macchina sportiva di grossa cilindrata: un gesto tipico da crisi di mezza età. Poi seguii il consiglio di Deleterio (uno degli utenti del forum) e mi registrai su Tinder, pur senza riporvi molte speranze.

E invece Tinder mi aprì le porte di un mondo tanto desiderato quanto sconosciuto. Impostai un target di età piuttosto ampio, anche se finii col ricevere compatibilità quasi esclusivamente da trentenni. Come raggio d’azione impostai un numero di chilometri sufficiente ad abbracciare le due città principali più vicine. Come molti degli uomini che usufruiscono di Tinder, iniziai valutando con cura i match ma finii con lo stufarmi e confermare rapidamente tutte le proposte fino a esaurimento delle possibilità giornaliere. Ricevetti un numero inatteso di match. Ovviamente mi incontrai con una modesta frazione di essi, ma con la maggior parte avviai proficue conversazioni sufficienti ad aumentare l’autostima e a farmi sentire desiderato.

Ciò che più mi stupisce ancora adesso fu la naturalezza con cui riuscii ad affrontare quegli appuntamenti - nessuno dei quali andò in bianco - nonostante la mia inesperienza. Mi muovevo veramente bene, esprimevo sicurezza in me stesso, non rimanevo mai senza argomento di conversazione, le facevo ridere con battute argute, sapevo quando permettermi allusioni spinte, intuivo sempre quando lanciarmi per il primo bacio. E mi sentivo un cavallo quando finivamo a letto: instancabile, insaziabile, totalmente devoto al loro piacere, così disinibito e versatile da passare in un istante da un missionario vis-à-vis carico di dolcezza all’esplorazione perversa del retto.

A titolo di esempio riporto la scena che ebbi al primo incontro con una coetanea davvero carina. Ci trovammo in un locale della sua città e mangiammo un boccone, dopodiché ci spostammo a piedi per raggiungere una vineria; durante la breve passeggiata la presi per mano. Arrivati a una scalinata lei fece per salire ma io mi fermai; lei proseguì per inerzia fintanto che lo permise la lunghezza delle nostre braccia vincolate alle mani, poi rimase bloccata, si girò, la tirai verso di me con un sorriso e lei - accorgendosi istintivamente di cosa stava succedendo - rispose sorridendo, e ci baciammo. Sembrava la scena di un film, tanto era perfetta.

Una volta mi innamorai folgorato da un colpo di fulmine. Già alla prima uscita sperimentammo un’affinità di pensiero totale, le nostre menti cantavano all’unisono... anzi, meglio ancora: erano l’una il contrappunto dell’altra. Aveva un’intelligenza vivace, era curiosa, era ironica. Conversammo per ore senza accorgerci del tempo che passava, poi tornammo nel parcheggio dove avevamo lasciato le auto, lei dava le spalle alla sua mentre ci congedavamo, io mi accostai al suo corpo e la baciai. Che bello baciare una donna per cui provavo rispetto e ammirazione prima ancora che attrazione fisica! Peccato che lei fosse in Italia in visita dai genitori e che lavorasse oltreoceano (grazie dio, se esisti hai chiaramente qualcosa contro di me, ma non mi fai paura, un giorno faremo i conti). Non poteva funzionare, anche se mi ci volle un po’ per capirlo e accettarlo. Ancora oggi, quando penso all’amore, è a lei che torna la mia mente.

Passai attraverso diverse esperienze, non tutte frutto di Tinder, alcune davvero surreali. Ebbi una one night stand con una sexy trentenne turca residente a Londra, che ricorderò sempre con orgoglio per via delle parole che pronunciò: “It’s sooo big!”. Finii a letto con due donne (non contemporaneamente) conosciute dalla psicologa. Uscii con una ventenne che aveva da poco iniziato a cantare nel mio gruppo musicale, e anche in quel caso mi stupii della mia iniziativa: aveva quindici anni meno di me, l’avevo conosciuta da pochissimo, e già le proponevo di uscire insieme. E lei accettò subito! Feci sesso con una maestra di scuola materna nel parcheggio di un centro commerciale, lei appoggiata al cofano della macchina mentre io la prendevo da dietro (se fosse passata una pattuglia, adesso starei scrivendo le mie Memorie di Adriano dal carcere); come altre che ho conosciuto, non voleva concedersi al primo incontro pur avendo visibilmente voglia di farlo, così me la lavorai fino al punto che non riuscì a resistere; pochi minuti di sesso proibito e si convinse a portarmi a casa sua, lì vicino.

Ero diventato sessualmente bulimico. Mi ingozzavo di donne senza saper dire di no: ogni lasciata era persa e mi sarei pentito di non aver aggiunto quella vagina nella mia collezione. Tornavo sul luogo del delitto fintanto che potevo, ingordo delle possibilità che ogni donna aveva da offrirmi. Una volta, nell’arco di sette giorni, mi barcamenai in quattro appuntamenti: una mattina ero a letto con una dopo essere già stato nel letto di un’altra a inizio settimana, e la sera dovevo incontrarmi per la prima volta con una nuova, mentre avevo già un appuntamento di sesso per due giorni dopo con una vecchia conoscenza. Il mio umore oscillava come quello di un bipolare, alternando vorticosamente mania a depressione. In cuor mio ero convinto che non sarei durato più di due anni, dopodiché sarei morto - magari gettandomi da un ponte - serenamente, senza disperazione, come qualcuno che ha accettato il suo destino e lo insegue fino all’inevitabile epilogo. Tanto valeva bruciare in fretta emanando accecanti bagliori di luce.

RITORNO AL FUTURO


Finì l’estate e misi in discussione quell’abbuffata in cui inghiottivo acriticamente caviale e patatine fritte. Cominciai a credere che quel salto dal ponte non fosse il mio destino. Iniziai a essere più selettivo su Tinder nella speranza di incontrare non solo una vagina da collezionare, ma un essere umano con cui condividere pensieri e sentimenti. Fu così che conobbi una mia coetanea che ebbe un importante ruolo nella mia storia. Fisicamente era molto alta - poco più di me - con un corpo straordinario, non soltanto per la sua età. Caratterialmente eravamo molto diversi, ma anche lei era cerebrale, un’artista, amava parlare aprendo il suo cuore e ascoltava con sincero trasporto chi apriva il proprio. Aveva avuto anche lei un rapporto burrascoso con un genitore ed era andata presto per la sua strada. Essendo stata da giovane bellissima (vidi una foto di lei ventenne in costume: rimasi a bocca aperta) non aveva avuto problemi ad attrarre gli uomini che voleva, e a un certo punto della sua vita anche lei era stata sessualmente bulimica, certamente riuscendo a ingozzarsi più facilmente di me.

A parte la mia compagna, è l’unica donna che abbia dormito nel mio letto, perché tutte le altre con cui sono stato mi hanno ospitato nel loro oppure hanno condiviso con me quello d’un albergo. E il sesso con lei… wow! Ho troppe immagini sensuali che si accavallano nella mente al solo pensarci. Sapeva cosa voleva e non aveva problemi a chiederlo. Ed era molto generosa.

Passò poco tempo prima che mi aprissi con lei e le raccontassi il mio passato senza filtri, un po’ come ho fatto con voi tramite il Redpillatore. La cosa ci prese un po’ la mano e facemmo più volte discussioni interminabili sul femminismo, sull’importanza di perdere la verginità in tarda età, sulle differenti possibilità di maschi e femmine. Fu istruttivo, anche se a volte penso di essere stato un vero rompicoglioni e mi chiedo come abbia fatto a sopportarmi. Qualche volta litigammo, ma questo non fece altro che rendere ancora più autentico il nostro rapporto.

Il suo lavoro le faceva fare la spola tra la regione in cui vivo e la Germania, dove aveva un appartamento di proprietà. Così in un’occasione la accompagnai e mi fermai da lei una settimana. Fu una bella esperienza convivere in terra straniera, vagare per la città avendo lei come Cicerone, condividere le sue strambe amicizie, fare l’amore ogni giorno nel suo letto.

Era fatta, no? La donna della mia vita, giusto? E invece no: le volevo bene, mi faceva impazzire a letto, mi sentivo appagato al suo fianco ma, stranamente, non avevo saputo dire di no quando tempo prima ero stato contattato da un’altra donna, quella del bacio cinematografico descritto nel paragrafo precedente. Con quest’ultima avevo imbastito una storia parallela altrettanto appagante: trovavo anche lei molto attraente, ma in maniera più discreta; aveva un viso dolce, era più bassa di me ma di statura superiore alla media, dotata di belle curve femminili e un seno sodo; aveva una mentalità più simile alla mia, tant’è che si era laureata in una disciplina scientifica; anche con lei il sesso era paradisiaco e le chiacchiere piacevolissime. La cosa incredibile è che sentivo di voler bene a entrambe, ma è evidente che non ne volessi abbastanza a nessuna delle due. Quando si fece viva una terza donna con cui ero uscito in passato rimediando solamente un bacio, e accettai di rivederla, capii che ero un ipocrita a cui nessuna donna sarebbe risultata sufficiente per quante caratteristiche positive avesse avuto. Inseguivo un fantasma, un mosaico in cui ogni partner sarebbe stata una tessera mai importante quanto l’opera completa, di cui non avrei comunque mai visto la fine.

Da solo sul volo di ritorno ebbi un’epifania: stavo sacrificando la vita dei miei figli per saltare di letto in letto. Era una conclusione a cui ero giunto razionalmente (think) già da tempo, ma per la prima volta la sentii (feel) risuonare dentro di me.

Contattai la mia ex compagna (con cui il rapporto nel frattempo era migliorato grazie alla lontananza) e le proposi di tornare insieme. Lei accettò senza che ci volesse molto per convincerla. Il mio scopo principale era quello di ridare due genitori e un caldo focolare ai miei figli, ma dentro di me speravo che stavolta, scegliendo consapevolmente quella vita anziché subendo una non-scelta, oltretutto forte del bagaglio di esperienze e ricordi che avevo accumulato, avrebbe potuto nascere qualcosa di sincero anche con la loro madre. In fin dei conti mi lega a lei qualcosa di profondo che non mi legherà presumibilmente a nessun’altra, ed è la persona con cui ho in assoluto passato più tempo.

COSA RESTERA’ DI QUESTI ANNI TRENTA?


Ci ho creduto davvero e ci ho provato con tutte le mie forze, cercando di essere diverso dove lei aveva evidenziato i miei punti critici, dimostrando pazienza quando lei persisteva nei suoi. Purtroppo non ha funzionato. Lei ha dei problemi interiori irrisolti che non le permettono di essere felice né le fanno accettare le sue responsabilità, e non è nemmeno disposta a cercare aiuto da uno psicologo. Scarica le sue frustrazioni su chi le è vicino, identificando gli altri come i colpevoli di tutto ciò che le sembra stonato nella sua vita. Adesso siamo separati in casa, ma se non altro siamo sereni, parliamo tranquillamente e gestiamo insieme i bambini. I miei figli sono felici e io con loro mi sento appagato come non sono mai riuscito a essere quando erano più piccoli. Mio figlio mi dà un sacco di soddisfazioni con la sua mente brillante e mia figlia è una coccolona portata alla musica. Mi piacerebbe dare loro qualcosa di più: una casa piena d’amore in cui la mamma e il babbo si abbracciano, si baciano e danno loro il buon esempio, ma a quanto pare non è possibile. Stavolta però non mi sento minimamente responsabile.

Ho quarant’anni e il decennio appena passato è stato una rivoluzione dopo l’altra. Non vi mentirò: ho ancora quell’inestinguibile sete d’amore e ancora la mia mente vaga all’inseguimento di quel fantasma dalle sembianze femminili; pure il sesso mi manca, seppur non così tanto da cercarlo spasmodicamente o farlo con chi capita.

SEHR LANGSAM BEGINNEND


Ogni storia deve avere una morale, e voglio donare la mia agli incel.

Se siete ancora giovani, non date niente per scontato, non lasciate niente di intentato, non rimandate a un eterno domani. Agite! Il mondo morde ma non forte come credete voi. È il tempo a mordere davvero. Se mai sarete genitori, siate genitori amorevoli, ascoltate i vostri figli, fateli sentire apprezzati, che la vostra esperienza si faccia tesoro e diventi saggezza nei vostri consigli. Spezzate la catena affinché non ereditino il vostro dolore.

In quanto a me, temo non sarò mai veramente felice. Però proverò a esserlo, e molti di voi come me: perduti nella continua ricerca di un ideale, una donna eterea che nessuna persona in carne e ossa potrà mai incarnare, che forse non è nemmeno propriamente una donna e forse non è il sesso che le chiederemmo, forse era la madre che meritavamo e non abbiamo avuto, forse è la parte più pura e scissa di noi che vorremmo ci perdonasse e ci amasse come noi non riusciamo a perdonare e amare noi stessi.

Tutto l’effimero è solo un simbolo
L’inattuabile si compie qua
Qui l’ineffabile è realtà
Ci trae, superno, verso l’empireo femmineo eterno.



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19/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 3


Terza puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso le prime due parti corri a leggerle ai link qui sotto.

 

LIBERO ARBITRIO

 Convivemmo per due anni nella cittadina dove lavoravo, in un monolocale in affitto che pagavo interamente io. Lei raggiungeva l’università in un’ora di treno; io avrei potuto recarmi in azienda a piedi, tanto ero vicino. Furono due anni che riesco a ricordare con difficoltà: a tratti mi sembrano privi di eventi importanti, come fossi rimasto in standby, una spugna immersa in un liquido lentamente assorbito. Sforzandomi di raccogliere i pensieri per scrivere questa parte del racconto, mi viene naturale concentrarmi sugli aspetti negativi (arrivati in fondo alla lettura non vi sarà difficile capire perché) ma certamente vivere insieme è stato anche bello e istruttivo. Si trattava di un’esperienza che facevo in anticipo rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, che per lo più vivevano ancora coi genitori. Dopo essere rimasto isolato per anni dall’universo femminile, improvvisamente ero costantemente a contatto con una donna, privo di una zona franca che occultasse gli imbarazzi dell’intimità quotidiana; perché una donna è anche pipì da seduti, porta del bagno aperta, bidet, ciclo, assorbenti, depilazione, biancheria intima stesa ad asciugare. E mi piaceva. 
Non era più necessario aspettare il fine settimana e viaggiare tre ore in macchina per fare sesso. Potevamo dormire abbracciati ogni notte, e nessun risveglio ci avrebbe costretto a decine di ultimi baci che rendessero sopportabile la separazione fino all’incontro successivo. Questo quadretto idilliaco non vi inganni: lei continuava a comportarsi come aveva sempre fatto, ostentando mutismo, assumendo comportamenti passivo-aggressivi in seguito a provocazioni che esistevano solo nella sua mente, sentendo frequentemente il suo ex, rifiutandosi di conoscere i miei amici e persino di visitare i miei genitori. Mio padre era da anni impegnato nella costruzione di una casa bifamiliare nel mio paese, con l’idea di destinare un appartamento a me e uno a mio fratello. Decidemmo di rendere velocemente abitabile la casa così da porre fine allo sperpero del denaro dell’affitto. Ci trasferimmo nella nuova dimora meno di due anni dopo aver iniziato la convivenza, all’inizio dell’estate, ma prima feci un’ulteriore rivoluzione: mi licenziai e mi misi in proprio, sia perché non ho mai tollerato che qualcuno potesse impormi cosa fare, sia perché avevo delle idee che preferivo arricchissero me anziché il mio capo, ma anche perché volevo stare il più possibile insieme a lei, e se avessi continuato a lavorare come dipendente vivendo nel mio paese sarei uscito la mattina presto per tornare la sera. 
Seguirono altri tre anni di convivenza ancora più privi di eventi dei due precedenti. Il mio errore, che fu anche un torto nei confronti di lei, fu quello di lasciarmi avviluppare dall’immobilismo: non uscivamo mai, i fine settimana erano indistinguibili dai giorni feriali, ogni giorno pareva la copia di quello appena concluso. Io non riuscivo a essere propositivo, nemmeno quando mi imponevo di esserlo, in parte perché - per quanto possa sembrare pazzesco - quella vita mi andava tutto sommato bene, in parte perché lei, pur essendo palesemente insoddisfatta, aspettava che fossi io a risolverle i problemi, e non era disposta ad aiutarmi ad aiutarla in alcun modo. Ci stavamo murando vivi in una casa vuota, fondendo le nostre due vite in un’unica non-vita. Ogni tanto uscivo con gli amici (che lei si rifiutava di frequentare) e ogni tanto venivano a trovarci i genitori e la sorella di lei (verso cui ero sempre più insofferente). Lei aveva talmente rallentato gli studi universitari da essere praticamente ferma, ma non lavorava né cercava lavoro. 
Badava ossessivamente alla pulizia e all’ordine della casa, rinfacciandomi per questo di non fare niente nonostante fossi l’unico ad avere un’attività che ci permetteva di vivere e fossi frequentemente impegnato nell’aiutare mio padre nel completamento della casa. A volte litigavamo, ma bastava poco per scoppiare a ridere dopo aver tenuto forzatamente il broncio. Alternavamo periodi in cui facevamo sesso quotidianamente ad altri di astinenza in cui lei mi accusava di essere interessato solo a scopare. Se la abbracciavo allora volevo solo portarla a letto. Idem se le davo un bacio sul collo mentre lavava i piatti. Se le accarezzavo i fianchi anziché un complimento era un insulto. Tale era la distorsione operata dalla sua mente. Il desiderio (magari reciproco) di fare l’amore la notte a letto era prontamente soffocato da lei che altrimenti avrebbe dovuto alzarsi per andare a lavarsi, e prevedeva che non ne avrebbe avuto voglia; vietato farlo anche la mattina appena svegliati perché le scappava e non voleva ritrovarsi costretta ad abbandonare le lenzuola calde a causa della vescica sollecitata. 
Così il sesso stava diventando sempre meno passione istintiva e sempre più “oh, che si fa, si scopa?” alle quattro del pomeriggio. Da qualche parte ho letto che più un uomo fa sesso con una donna e più si innamora di lei, mentre una donna più è innamorata di un uomo e più desidera fare sesso con lui. Be’, eravamo entrati in un circolo vizioso che ci stava allontanando e spegnendo. Non me ne rendevo pienamente conto e temo di non essere riuscito a descrivere quel tran tran sufficientemente bene da farvene rendere conto almeno a voi, ma mi stava avvelenando la vita. Stava avvelenando anche la sua e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che fungesse da antidoto, ma io certamente non lo ero. Similmente, avrei avuto bisogno d’una donna forte che mi guidasse fuori dalle sabbie mobili, ma lei certamente non lo era. Non eravamo sposati e avremmo potuto lasciarci in qualsiasi momento senza particolari traumi. Invece ci venne l’idea di fare un figlio. 

SWEET CHILDREN OF MINE

A 31 anni ero padre e legato a quella donna ben più di quanto avrebbe potuto fare un matrimonio. Quel bambino mi condannò definitivamente… ma sapete una cosa? È impossibile pentirsi di aver fatto un figlio, anche quando si vorrebbe cambiarne la madre. In sala parto mi trovavo alle spalle della mia compagna cercando di aiutarla per quanto possibile (cioè zero) al culmine di un travaglio lunghissimo, quando lui finalmente si decise a mettere fuori la testa ed emise il primo suono che mi annunciava quanto reale fosse, molto più della promessa rappresentata dal pancione che lo ospitava. Poi lo estrassero completamente e lo vidi: mi meravigliai che avesse un aspetto preciso, mentre fino a un istante prima aveva tutti gli aspetti del mondo; soprattutto mi meravigliai di riconoscere i miei lineamenti in lui. Infine, mentre ricucivano i danni provocati dal suo passaggio, me lo misero in braccio avvolto in un panno e ci guardammo negli occhi, i suoi ovviamente ancora annebbiati.
 Messa da parte la poesia, gestire un figlio è complicato e faticoso, sia per la madre che per il padre. Ancora più complicato se la tua relazione è già a pezzi. Ancora più faticoso se non puoi nemmeno contare sui nonni, un paio perché lontani, gli altri due perché assenti. Improvvisamente non ero solo colpevole di non aiutare abbastanza a mantenere la casa ordinata e pulita (la stessa casa che vi ricordo stavo continuando a costruire con mio padre, impastando cemento, spostando pietre, legando tondini di ferro), ero colpevole di non badare a mio figlio quanto faceva lei. Ed era vero, non mi nasconderò dietro un dito, e devo ammettere che lei è un’ottima madre. Già da tempo sentivo che ciò che non funzionava avrebbe potuto e dovuto funzionare, che l’infelicità non era l’unica condizione di vita possibile, che le mie scelte erano state alquanto discutibili, che anzi non avevo nemmeno scelto ma mi ero lasciato trasportare dal corso degli eventi, da un destino nefasto che era stato deciso da altri quando ero ancora piccolo. Scivolai lentamente nella depressione e nel distaccamento che ciò comporta. Perché allora, dopo due anni di stress, di fatica, di allontanamento reciproco, di frustrazione, di risentimento, di privazioni, decidemmo di mettere al mondo un altro figlio? Mistero! Davvero non lo so spiegare. A onor del vero non fu una scelta ponderata come per il primo, ma non fu nemmeno un incidente. 
 Avevo 34 anni e già due figli. Stavolta arrivò una femminuccia a completare il quadretto, ma non eravamo decisamente la famiglia del Mulino Bianco. Quando nacque era già iniziato il mio risveglio, l’uscita dal guscio di sfigato in cui ero ancora ingabbiato: avevo iniziato a prendermi cura del mio aspetto, a fare esercizio fisico, a mettere in discussione gli abiti che indossavo, la mia attività aveva ingranato e guadagnavo bene, ero rispettato nel mio ambiente di lavoro, clienti importanti utilizzavano prodotti col mio marchio bene in vista, davo del tu ad amministratori delegati e dirigenti di società che fatturavano cento milioni l’anno, senza sentirmi in soggezione e anzi dimostrando molta spontaneità. Anche con le donne.

LA TEDESCA

 Un conoscente di Firenze che capitava spesso nel mio paese aveva organizzato una grigliata notturna in un campo non lontano da casa mia a cui avrebbero partecipato mio fratello e dei giapponesi venuti con lui dalla città. Anche un mio grande amico era stato invitato e mi supplicò di partecipare dato che gli altri presenti non brillavano per simpatia. Il mio amico ed io lasciammo la macchina in uno spiazzo e ci incamminammo verso il luogo della grigliata, inerpicandoci per lo stradello che conduceva alla radura circondata dagli alberi dove sarebbe stato acceso il fuoco, lo stesso posto dove avevo guardato le stelle con la mia prima ragazza. Gli altri erano già là. Quando arrivammo fummo folgorati da una sorpresa: inaspettatamente era presente una fanciulla tedesca, e che fanciulla! Ventenne, alta, prosperosa, dai lunghi capelli biondi e dai lineamenti marcati e femminili. Appariva ancora più bella sperduta tra quegli uomini. Era in vacanza in Italia ed era stata coinvolta da uno dei giapponesi, che presumibilmente avrebbe voluto provarci. Non era il solo: tutti i maschi presenti avevano l’acquolina in bocca, e non per la carne che si cuoceva sul fuoco. Chissà lei come si sentiva, rendendosi conto d’essere l’unica femmina in mezzo a un gruppo di affamati, di notte, in mezzo a un bosco, lontano dalla civiltà. Non saprei dire perché lo feci, ma l’istinto mi spinse subito verso di lei, quando anni prima le sarei stato il più lontano possibile e non sarei nemmeno riuscito a dirle ciao. 
Iniziai a scherzarci amabilmente e lei reagì subito positivamente. Studiava italiano e quindi lo biascicava un po’, ma parlammo prevalentemente in inglese. Non volevo dare l’impressione d’essere un cane affamato gettato sull’osso, così alternai lo scambio di battute con lei alla conoscenza dei ragazzi giapponesi, che ovviamente erano per me altrettanto sconosciuti. Feci il brillante e anche loro reagirono positivamente. Insomma, fungevo da collante e devo dire che il mio entusiasmo ravvivò il gruppo, che prima del mio arrivo era muto e imbarazzato. Ovviamente la persona che mi interessava davvero non aveva nazionalità del Sol Levante ma tedesca, così mi spostai sempre più verso di lei - che continuava a versarmi da bere riempiendo i nostri bicchieri - finché la grigliata si divise in due gruppi netti: da una parte noi due, dall’altra tutti gli altri. Calò la notte ed eravamo piuttosto alticci: ridevamo sguaiatamente d’ogni stupidaggine, mischiavamo parole italiane, inglesi e tedesche, parlavamo d’arte (che lei studiava), facevamo profonde osservazioni sulla luna. 
Ci adagiammo vicino al fuoco e ci baciammo. Durò pochissimo, poi lei si ritrasse dicendomi “non posso” (eh sì, anche lei fidanzata, il ragazzo era rimasto a Monaco). Prima di tornare a Firenze mi abbracciò stretto e volle mandarmi una richiesta d’amicizia su Facebook per tenerci in contatto. Ho dedicato spazio a questo episodio della mia vita perché, a dispetto della sua apparente insignificanza, fu secondo me un punto di svolta: per la prima volta mi sentii il vincente della situazione, il maschio alfa, e per di più proprio nelle mie zone, da sempre teatro delle mie sconfitte. Anche gli altri presenti lo avevano percepito: quella sera il mio amico si sentì in dovere di confidarmi che la sorella della ragazza che frequentava aveva espresso parole di apprezzamento nei miei confronti. Perché non lo aveva detto prima? Credo che me lo disse solo allora proprio perché inconsciamente mi aveva riconosciuto come alfa. Quella bellezza teutonica a cui non ero abituato e che mai avrei pensato di poter attrarre produsse in me tutti i sintomi dell’innamoramento. La colpa era della feniletilamina, il cosiddetto ormone della felicità, prodotto in quantità industriale in seguito a quell’evento e responsabile del battito accelerato e della sensazione di gioia, eccitazione, euforia, infaticabilità e persino mancanza di appetito. Il problema della feniletilamina è che quando la sua produzione cessa bruscamente (ad esempio perché l’oggetto dell’amore non ricambia) il corpo e la mente vanno in crisi d’astinenza, e sono dolori.  
Sprofondai in un nuovo stato depresso, e stavolta ebbi molti quesiti con cui arrovellarmi il cervello: avrei potuto avere di più? La tedesca era stata un caso? Le ero davvero piaciuto o era solo ubriaca? Chi ero io, uno sfigato o un seduttore? Qual era il mio valore? Chi soffre di carenze d’autostima ha bisogno degli altri per determinare il proprio valore, e io non potevo mettermi alla prova liberamente. Mi ero fregato con le mie stesse mani.

GIULIA


 Al culmine di quel periodo di depressione approdai a una chat senza registrazione dove bastava scegliere un nickname “usa e getta” e si era subito pronti a contattare le altre persone connesse. Fu così che conobbi Giulia, l’unico personaggio di questa storia di cui scriverò il nome (tra poco capirete perché). Devo ammetterlo: sono sempre stato bravo a mettere insieme le parole, e in un luogo virtuale foderato di frasi e privo di immagini riesco a muovermi meglio di John Travolta in discoteca. Ricordo ancora la frase che mi uscì chattando con una bassista, in risposta all’osservazione su quanto il suo strumento sia importante nonostante molti ascoltatori inesperti non riescano a distinguerne le note: “il basso è la linfa vitale che scorre nei canali sotterranei della musica”. La colpì. 

Non pretendo colpisca anche voi - a meno che non siate fan di Moccia - però ammetterete la sua seducente aura poetica. (In quanto a te, sconosciuta bassista livornese di cui non ricordo il nome, se leggi questa frase ricordati che sei in debito di una notte di sesso bollente.) Con Giulia fu una prima chiacchierata piacevole, ma certamente non esaltante. Ciò che mi esaltò fu ricevere le sue foto per mail: era una ragazza inaspettatamente carina, acqua e sapone, coi capelli lunghi e scuri come piacciono a me. Ciò che mi catturò definitivamente fu la sua storia: abbandonata all’altare appena un anno prima quando il fidanzato si era arreso alla propria omosessualità, malata di cuore e già sottoposta a un intervento, in osservazione costante e in attesa di un’ulteriore operazione risolutiva, viveva sola nella casa che avrebbe dovuto condividere col marito. Avrei avuto bisogno d’una crocerossina ma avevo io stesso velleità da crocerossino.

 Continuammo a chattare e scambiarci mail e foto quotidianamente per più di un mese. Le tenni virtualmente compagnia anche quando la ricoverarono in ospedale per un malore legato al cuore. Avevamo stretto un rapporto epistolare davvero intenso, come due innamorati ottocenteschi. Un nostro incontro era dato per scontato, mi parlava addirittura di cosa avrebbe cucinato qualora avessimo organizzato una cena a casa sua; sebbene le avessi parlato della mia situazione, dalle frasi che scriveva sembrava che immaginasse un futuro con me, e in quel momento della mia vita avevo proprio bisogno di simili attenzioni e speranze. Ci cascai così bene che contemplai seriamente la possibilità di abbandonare la mia famiglia per lei. A dispetto dei voli pindarici che spiccavamo insieme, non mi dette mai il numero di telefono sostenendo che sarebbe stato meglio sentire le reciproche voci dal vivo, né mi rivelò dove abitasse precisamente. Non riuscivo nemmeno a trovarla su Facebook. Io che mi vanto d’essere così intelligente non mi ero ammoscato nulla? Si avvicinò la data pianificata per l’incontro. Manco a dirlo, mi disse che doveva essere ricoverata d’urgenza in ospedale per un’operazione e di non preoccuparmi se non si fosse fatta viva nei giorni successivi. Non si fece viva e iniziai a preoccuparmi davvero. Le mandai diverse mail a cui ovviamente non rispose. Iniziai a supporre di essere stato ingannato. Be’, lo sperai perché le volevo bene e preferivo saperla fasulla che morta. Le mandai una mail dicendole che ero troppo preoccupato, stavo male e avevo bisogno di sapere la verità: se aveva giocato doveva dirmelo e amen.
Nessuna risposta. Dovevo fare qualcosa: mettendo insieme le informazioni che mi aveva dato feci una ricerca e chiamai l’ospedale dove era ricoverata ma mi risposero che non c’era nessuno registrato con quel nome; pensarono volessi fare uno scherzo. Io capii che lo scherzo l’avevo subito io, e finalmente la mia intelligenza sopita si svegliò: analizzando il tracking delle sue mail ipotizzai che la città in cui sosteneva d’abitare fosse quella vera; vedendo alcune foto dell’esterno di casa sua intuii come avrebbe dovuto presentarsi la zona vista dall’alto, così individuai la via tramite Google Maps; utilizzando Street View ebbi la conferma definitiva e scoprii il numero civico. Infine ottenni il numero telefonico di casa e il nome dell’uomo a cui era intestato. Le mandai una mail di ultimatum precisando che avrei potuto far squillare quel telefono. Stavolta rispose. Mi rivelò che si era inventata tutto, che era sua abitudine ingannare uomini in chat per poi sparire, che non sapeva nemmeno lei perché lo facesse. 

Era una donna molto grassa e obiettivamente molto brutta, davvero malata di cuore e in attesa di un intervento, sposata con un pover’uomo ignaro del comportamento della moglie. Le foto che mi aveva mandato erano quelle di sua cugina. Scoppiai a piangere davanti al computer. Quel volto che avevo guardato con tenerezza e che per me era diventato sinonimo di amore, quegli occhi digitali che credevo altrove scrutassero la digitalizzazione dei miei, quel corpo di cui già immaginavo il calore, appartenevano a una donna che nemmeno sapeva esistessi. 

IL FORUM DEI BRUTTI

Quella disavventura mi fece riflettere molto sul potere della bellezza: avrei provato certe sensazioni se avessi visto il suo vero volto fin dall’inizio? Ovviamente no. Atroce dubbio: che effetto faceva alle donne la vista del mio? Che speranze avevo d’essere amato? Tornai a pensare ossessivamente al mio passato, al fatto di aver dato il primo bacio a 25 anni, alle disavventure sentimentali, alle scarsissime esperienze, alle colpe di mia mamma, alla calvizie, e iniziai a cercare conferme su Google.
 Fu così che un link mi fece approdare al Forum dei Brutti, uno spazio ospitato da ForumFree e amministrato dall’utente Scarabocchio. Un luogo delirante fatto da persone deliranti. Fu amore a prima vista. Non potevo limitarmi a leggere: dovevo contribuire, quindi innanzitutto iscrivermi e scegliere un nickname. In quel momento nel lettore dei cd stava girando l’adagio della nona sinfonia di Mahler. Colsi l’attimo. Mi servirebbero cinque capitoli solo per descrivere la mia permanenza in quel forum di sfigati eccellenti: goliardia, humour nero, disperazione reale mischiata al trolling più becero, discorsi sui massimi sistemi e slogan ripetuti fino alla nausea (conta solo il bel faccino, è tutto finito, un brutto vero può avere al massimo due cesse obese ogni mille tentativi), attention whoring, flame come piovesse, minacce di morte per mano dell’anonima sarda e di solerti e affamati maiali, amicizie autentiche. È lì che ho conosciuto il Redpillatore, uno degli utenti più divertenti e profondi del forum. Il forum è stato la cassa di risonanza della mia autoanalisi: l’ho usato come un Caro Diario interattivo, ho cercato comprensione in persone che finalmente potevano davvero comprendermi, ho analizzato nuovi punti di vista che descrivevano una realtà altrimenti indecifrabile. Il forum è stato anche un amplificatore di sensazioni negative: quando la depressione riaffiorava, il confronto con gli utenti la intensificava facendomi sentire ancor più un fallito, un mostro pieno di difetti fisici, una creatura predestinata alla sofferenza. Finché, tra alti e bassi, arrivò quello che gli psicologi chiamano “episodio depressivo maggiore”.

Continua.. 

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18/10/18

La Soluzione al Problema Incel? L' Astinenza



Caro Redpillatore,

leggo la tua pagina da qualche tempo e, attraverso di essa, ho appreso dell’esistenza della LMS Theory.

Devo confessarti che non sono molto avvezzo ai social media, anche per questioni anagrafiche (credo di essere più vecchio di te e della gran parte degli utenti della tua pagina); tuttavia vi ho trovato la conferma a convinzioni profonde maturate in una vita in cui mi è spesso capitato, per caso o per lavoro, di occuparmi di coppie separate o divorziate.

I complimenti per la tua pagina sono, in tal senso, davvero sentiti.

Ciò posto, mi permetto di proporti quelli che non sono certo dei “correttivi” alla teoria, che anzi poggia su basi solidissime, ma semplici pensieri – parole in libertà, diciamo pure- circa un tema che mi appare decisivo.

La domanda fondamentale a cui penso cerchino risposta ogni giorno della loro vita buona parte degli uomini, ivi inclusi coloro che visitano la tua pagina è: dunque, che fare?


Appurato cioè che risponde al vero tutto quanto la teoria LMS afferma e che, quindi, per molti una normale relazione resterà solo un miraggio, se non dopo i 40/50, dato per scontato tutto ciò... ch’avemo a ffà? Se femm?

Se posso, vorrei provare in qualche modo a dare una risposta. Fondamentalmente, le vie sono due: la prima, arcinota, è la prostituzione. Sul punto non mi dilungo perché mi sembra tu abbia già sviscerato l’argomento più volte.
C’è però anche una seconda strada, sempre più snobbata al giorno d’oggi, che in passato ha però avuto grande successo: l’astinenza.

Con ciò intendo non solo la mancanza di rapporti sessuali (quella è ovvia, se stiamo parlando di incel...), ma di qualunque attività sessuale (masturbazione compresa).
Riderai, probabilmente, o forse no. Ma quel che dico è vero.
Non è difficile vivere senza sesso; solo i primi tempi sono un po’ duri, ma poi diventa assolutamente naturale. Il testosterone, anche se non sembra, è una bestia facile da addomesticare perché si, è feroce, ma anche prevedibile.

All’uomo che decida di vivere così si spalancano orizzonti, oceani, universi.È incredibile quale parte della nostra vita e delle nostre energie siano monopolizzati dal sesso; ed in fondo, a pensarci bene, si tratta di una giostra folle: ci lanciamo in avventure pericolosissime, ci copriamo di ridicolo, ci sobbarchiamo di spese spaventose, il tutto per giungere al tanto agognato deliquio post orgasmico.



Il quale presenta poi tutti i suoi costi, mai indifferenti, il più delle volte enormi, in termini economici, di stress, di autostima, di tempo perduto.
Se non erro –ma è probabile che invece sia così- esiste una definizione che il gergo “redpill” dà di chi abbia intrapreso questa strada: “volcel”.
Se posso permettermi, anzi, sarebbe bello che dedicassi a questo tema qualche articolo in più.

Al di là delle questioni terminologiche, però, si tratta un fenomeno antichissimo: pensa al monachesimo (cristiano e non), all’eremitismo, all’anacoretismo che per secoli e millenni il mondo ha conosciuto.

Ad essere onesti, anzi, quasi tutti i più grandi saggi della storia, da Buddha a Gesù Cristo, potrebbero oggi definirsi “volcel”.



Non è una forma di ribellione verso un sistema che –è un fatto oggettivo- si va ormai avvitando in una spirale autodistruttiva.
Non è nemmeno la scelta di chi si improvvisi entomologo del genere umano, preferendo osservare
la vita piuttosto che viverla, magari creandoci sopra una pagina Facebook...


Nossignore, è molto di più: è riconquista della propria libertà.
Non più marionette della Natura, non più vittime del ruolo di “riproduttori” che la società ha ritagliato per noi, ma Uomini. Certo, dirai tu, la sessualità è importante; è un bisogno naturale, quanto quello di nutrirsi e dissetarsi. E chi lo nega? ​

Tuttavia, mentre non si può vivere senz’acqua o senza cibo, vivere senza sesso si può.
Si riacquista anche la propria razionalità (non a caso, come detto, proprio i saggi spesso vivono in “castità”), perché si vede la realtà per quello che è, non più deformata attraverso la lente del sesso.
Non sto suggerendo ai ragazzi di oggi di emulare Origene, evirandosi. Certo che no.
Ma di essere Uomini, questo si. Senza contare che l’assenza interesse verso il genere femminile,
soprattutto quando sia naturale (e non ostentata, come quella che consigliano i PUA), disorienta le
donne conducendole a reazioni esilaranti.
Di più, se diffusa, essa giungerebbe ad intaccare l’essenza stessa del loro potere.
Del resto, non è nemmeno scelta da consigliarsi esclusivamente ai brutti. Anche i belli, infatti,
invecchiano, magari impoveriscono, e si ritrovano soli. Potrei sbagliarmi ma credo che tu stesso, in un recente post, abbia messo in luce quest’aspetto.
Direi addirittura che per i belli ritrovatisi di colpo brutti è forse anche peggio, perché rimpiangono
la vita che non hanno più (i brutti invece rimpiangono in genere assai poco) e si vengono a trovare
in una condizione che non sanno minimamente gestire.

Considera peraltro che il periodo che abbiamo da vivere come brutti (over 50) non è inferiore a quello che avremo vissuto da belli e sessualmente attivi, posto di esserlo mai stati. Ergo, farsi due conti non sarebbe male per nessuno.

Quella dei “volcel” è, alla fine, la scelta più razionale, anche se la meno conveniente per la società nel suo complesso.
È, in fondo, la Ragione che vince sull’istinto e, perché no, sulla Natura stessa.
E, del resto, come diceva il più celebre degli Incel, redpillato ante litteram, quest’ultima è madre di parto, ma di voler matrigna. Dunque non mi preoccuperei più di tanto di ignorare i suoi piani, perché in essi il nostro benessere non è neanche lontanamente contemplato.
Essere liberi, anzi, Liberi; non di quella libertà fasulla che ci viene propinata ogni giorno: libertà di
godere, di scopare, di darsi a qualunque piacere che presto diventa vizio, e dunque droga su cui campano migliaia di avvoltoi.
Questa finta libertà, che poi, al contrario, è appunto schiavitù, non giova a nulla. Gli attori porno versano, quasi tutti, in grave depressione, nonostante l’invidia e l’idolatria di cui sono fatti oggetto.

Schiavi del loro stesso piacere, divenuto droga.


Quella di cui parlo io è un’altra cosa: è Libertà vera, sano distacco dalle proprie pulsioni che conduce a uno stato di felicità diversamente irraggiungibile e conferisce una forza spaventosa in qualunque relazione umana. Si tratta, alla fine, di essere Uomini; il che, oltre che un diritto, è un dovere morale.
Bene, mi son dilungato oltre ogni misura (ed, anzi, ho ridotto più volte il pezzo...). Per questo motivo mi scuso, ti ringrazio e ti saluto.

Continua così.


Il proph. 


Il Redpillatore Risponde


Ciao, leggendoti mi è venuto in mente Napoleon Hill, non so se lo conosci.
Nel suo libro più celebre, "Pensa e arricchisci te stesso", molto famoso nella community pua e menzionato anche in The Game di Neil Strauss, parla della "trasmutazione sessuale", ovvero del convogliare le energie sessuali verso altre attività e ritiene che sia proprio la capacità di incanalare l'impulso sessuale, che è l'energia più forte che Madre Natura ci ha dato, ciò che fa la differenza tra mediocrità e genialità.

Penso che il tuo discorso sia sensato, e se uno riesce a fare a meno di pensare al sesso e non farsi rovinare la vita dall'incelness buon per lui.

Su di me ho sempre trovato il discorso inapplicabile.
Non ricordo di aver passato una settimana in vita mia senza masturbarmi e anche quando avevo una ragazza e avevo rapporti più o meno regolari, ogni volta che ritornavo a casa dopo essermi incontrato con lei mi masturbavo ugualmente.

Credo che il desiderio sessuale sia estremamente soggettivo, oltre che dipendente dall'età (mi pare di capire che tu abbia intorno ai 40-50 anni quindi in parte il tuo punto di vista potrebbe anche essere influenzato dalla tua età), quindi sublimare il desiderio sessuale in altre attività non è per tutti così semplice.

Però, ripeto, se uno vuole prendere quella strada io certo non glielo impedisco, anche se francamente avrei zero consigli da dargli a tal proposito ed ecco perché non parlo di quel tema.

Considera però anche un'ultima cosa: diversi studi dimostrano come masturbarsi sia importante dal punto di vista salutistico. Il ristagno del liquido seminale favorisce la comparsa di prostatiti ed è anche associato ad un maggior rischio di cancro alla prostata.

Temo quindi che eliminare anche totalmente la masturbazione non sia proprio consigliabile.

Ciao e grazie di seguirmi!
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17/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 2




La seconda puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso la prima parte corri a leggerla al link qui sotto.




IL PRIMO BACIO


 Eppure alla fine l'universo mi portò qualcosa. Avevo 25 anni e avevo dei capelli ridicoli: mi ostinavo a portarli lunghi nonostante fosse evidente che alla sommità i follicoli avevano combattuto una tremenda battaglia col DHT (un derivato del testosterone: noi calvi diveniamo nostro malgrado esperti endocrinologi) venendo miseramente sconfitti. La guerra sarebbe stata definitivamente persa di lì a poco, lasciando una landa desolata e infertile degna d’un bombardamento nucleare. Da pochi mesi ero entrato nel club dei lavoratori dipendenti, avendo così iniziato a guadagnare i primi soldi; l’azienda si trovava a mezz'ora d’auto da casa mia e vi lavoravano alcuni amici ex compagni di scuola. Era passata la primavera, la stagione del risveglio dei sensi, ed era giunta l’ennesima estate, l’ennesima alba che illuminava la mia immarcescibile verginità. 

Non mi ero arreso, ma non speravo più in niente. Con questo stato d’animo mi ritrovai a frequentare in amicizia una diciottenne che in estate veniva dalle mie parti per trovare la nonna. Non era stata una mia iniziativa: la madre di lei mi aveva chiesto il favore di farlo, dato che la figlia non brillava per socievolezza e non conosceva nessuno. La portai con me diverse volte coinvolgendola nelle uscite coi miei amici, finché iniziammo a rimanere sempre più spesso soli. Una sera eravamo in un campo a vedere le stelle cadenti e facendoci reciprocamente il solletico accarezzai per la prima volta la gamba di una ragazza (wow!). Non ci baciammo anche se sarebbe stato naturale farlo, ma è quella la sera che ricordo con più gioia, fatta di momenti così magicamente innocenti che - da profano - associo alle sensazioni che sarebbe stato giusto sperimentare da adolescente. Credo di essermi innamorato di lei quella sera.

 La sera successiva eravamo in giro in macchina ed era evidente che dovesse succedere qualcosa. L’avevo capito persino io nonostante il simpatico omino che vive nel mio cervello continuasse a ripetermi sghignazzando: “ahah, non dire cazzate, tu non piaci a nessuna, nessuna!” L’avevo capito ma non avevo idea di cosa fare: i pensieri ansiosi come sempre bloccavano le mie azioni. Eravamo parcheggiati in una piazzola isolata; a un certo punto lei, evidentemente frustrata dal mio immobilismo, tese una mano e tirò giù la zip del cardigan che indossavo; ma niente, nemmeno quello riuscì a smuovermi: il semaforo era verde, le macchine dietro strombazzavano innervosite, e io ero nel panico col motore spento. Tirai su la zip, riaccesi il motore e guidai ancora un po’, per poi fermarmi in un altro parcheggio semideserto. 

 Parlavamo e io ero disteso con la testa sulle sue gambe mentre mentalmente mi incitavo: fallo, fallo, fallo. E accadde. Incredibilmente detti retta a me stesso, mi sollevai, e la baciai. Ricordo ancora benissimo la sensazione di lei che rispondeva al mio bacio, la sua lingua che mi entrava in bocca e toccava la mia danzando delicatamente nel palato. Non mi addentrerò in ulteriori dettagli per rispetto di lei. Vi basti sapere che in quella sessione di scuole serali mi misi in pari facendo un corso intensivo. Troppo intenso: la mattina seguente ero talmente stravolto che per poco non feci un frontale andando a lavoro!

 La cosa strana è che non ero sopraffatto dalla felicità; anzi, dentro di me albergava un misto di sensazioni positive e negative: eccitazione, senso di colpa, inadeguatezza, gioiosa incredulità, ansia per il futuro. Fortunatamente i sentimenti negativi svanirono nel giro di poche ore, lasciando solamente un gran desiderio di rivederla per continuare a esplorare il suo corpo di donna. 

UN ADULTO FIDANZATINO 


Continuammo a vederci quotidianamente, poi lei andò alcuni giorni al mare con le amiche come da programma, quindi tornò di nuovo nel mio paese. In quel breve periodo di separazione e attesa mi ero innamorato ancora di più, tant’è che quando la rividi la trovai bellissima, come l’apparizione d’una Madonna. A dispetto del mio crescente amore, durante quei nuovi giorni insieme mi sembrò fredda, distante, tormentata; sembrava in bilico tra la voglia di concedersi fisicamente e quella di resistermi. La mia inesperienza sessuale ovviamente non aiutò a spingerla nella direzione che avrei voluto. Infine le scuole riaprirono e tornò nella sua città. Una relazione non sarebbe stata impossibile, in fin dei conti abitava ad appena un’ora d’auto, e infatti io la consideravo la mia ragazza. Però non mi permise mai di andarla a trovare accampando scuse, finché un giorno di inizio autunno ero a tavola apprestandomi a pranzare quando improvvisamente mi si chiuse lo stomaco: un suo sms mi informava che era confusa e si trovava sul treno per andare a passare il fine settimana fuori regione a casa del suo ex (in seguito seppi che ex non era, dato che non si erano ufficialmente lasciati nel periodo in cui stavamo insieme). Provai a chiamarla ma a quanto pare tra le donne è diffuso il pensiero che, dopo aver sganciato una bomba, sia meglio troncare ogni comunicazione radio. Per il bene dell’uomo, ça va sans dire. 

Mi crollò il mondo addosso: ero impotente mentre l’unica gioia che l’universo mi aveva portato stava andando a farsi scopare da un altro uomo. Ero un 25enne sentimentalmente immaturo e reagii in maniera eccessivamente drammatica a quella che qualunque coetaneo avrebbe considerato una storiella estiva giunta al termine. Anziché replicare con un orgoglioso “fanculo, avanti la prossima” cercai disperatamente di riconquistarla e fui protagonista di un paio di scenate veramente ridicole, di cui mi vergogno profondamente. L’ultima terminò con me in lacrime tra le sue braccia, la sera che vennero suggellate la mia sconfitta e la vittoria dell’ex.

 Nei giorni seguenti, sempre più abbattuto, mi trovai in lacrime anche tra le braccia di un carissimo amico e collega di lavoro, che mi dette un consiglio che si sarebbe rivelato risolutivo per la mia vita. In positivo o in negativo lo lascerò decidere a voi. 

C6: COLPITO E AFFONDATO 


Il mio amico mi consigliò di installare sul computer un programma di chat allora relativamente diffuso: C6. A quel tempo le chat non erano il regno dell’apparenza, dell’egocentrismo e della pretenziosità femminile che conosciamo oggi, in parte perché erano appannaggio di pochi timidi e timide che cercavano strade alternative alle difficoltà sociali della vita reale, ma principalmente perché la banda a disposizione era poca e quindi le immagini e i video non potevano essere al centro dell’attenzione, tant’è che non era nemmeno prevista una foto del profilo. Si sceglieva un nickname e ci si buttava nella mischia. Certo, era sempre possibile scambiarsi foto, magari per mail, ma non era qualcosa di scontato o addirittura obbligatorio. 

 Nel giro di poco tempo riuscii a organizzare un paio di incontri con delle ragazze della mia provincia, senza però combinare nulla. Nonostante i due insuccessi, fu positivo constatare quanto fossi cambiato grazie a quell’unica esperienza estiva: ero propositivo, mi sentivo a mio agio, non avevo difficoltà a parlare, anche se - va detto - non provai a baciarle. Nemmeno il due di picche esplicito della prima ragazza, che rifiutò un secondo incontro, mi abbatté. Nel frattempo continuavo a chattare con una ragazza di un’altra regione conosciuta fin dai primi giorni di C6, quando non avevo ancora capito che era opportuno impostare il filtro geografico prima di procedere alla ricerca delle utentesse online. Questa ragazza si comportava in maniera alquanto strana e talvolta mi faceva persino dubitare fosse una femmina. Su sua richiesta le avevo inviato diverse foto e le ero piaciuto molto fisicamente, ma lei si rifiutava di mandarne a me, sostenendo di essere grassissima e di non volere farsi vedere. Inoltre era scostante, spesso si esprimeva a monosillabi, si offendeva per un nonnulla ed era incredibilmente permalosa. Non fossi stato lo sfigato che ero, probabilmente l’avrei mandata subito a quel paese. Alla fine la convinsi a mandarmi quelle benedette foto, e mi resi conto che era davvero una ragazza diciannovenne e non era assolutamente grassa. 

Organizzammo un incontro a casa mia per l’ultimo dell’anno, ormai prossimo. Prima di incontrarla feci qualcosa di cui allora non potevo immaginare l’importanza, altrimenti avrei immortalato in una foto quel momento storico: mi rasai la testa a zero. Da quel giorno di tanti anni fa i miei capelli non sono mai stati più lunghi di pochi millimetri. Chissà, forse sono un Sansone alla rovescia: tutta la mia debolezza risiedeva nei capelli e liberarmene mi permise finalmente di spiccare il volo. Un volo a capofitto nel precipizio... ma andiamo con ordine. 

 Ci incontrammo e lei era decisamente timida e imbarazzata mentre io non lo ero per niente, e questo mi pose in netta posizione di superiorità: sul divano provai a baciarla con spavalderia e rispose subito positivamente al mio bacio. Quella sera finimmo a letto insieme e per la prima volta dormii con una donna. Dormire insieme è una pratica che troppo spesso viene sottovalutata: io la considero una delle esperienze più profonde che un uomo possa avere con una donna. Abbandonarsi alle braccia di Morfeo dopo essersi abbandonati l’uno all’abbraccio dell’altra è un segno di grande fiducia reciproca, anche se non escludo che per un maschio sia un modo inconscio di “maternizzare” la partner. 

LA SBRONZA 


Devo essere sincero: non fu amore a prima vista. Non posso dire di essere stato travolto dal suo aspetto, o dal suo modo di fare, o dai suoi pensieri. Forse la nostra relazione avrebbe dovuto nascere e morire quella prima sera, anche considerato che ci separavano quasi tre ore di auto. Invece continuai a vederla, un po’ per inerzia, un po’ perché il destino tesseva trame intricate e appiccicose come la tela d’un ragno. Si presentò nuovamente uno scenario simile a quello che avevo appena vissuto con la precedente ragazza: un ex ingombrante che non si capiva quanto ex fosse, distante geograficamente in quanto viveva in un’altra regione ma assiduo in quanto anch’egli disperatamente sfigato, lei così legata a lui da non riuscire a smettere di sentirlo telefonicamente nonostante le conversazioni finissero immancabilmente in litigi. Anzi, sembrava che lei avesse bisogno di quei litigi come dell’aria. 

Stavamo insieme da meno di un mese e mi disse che doveva fare chiarezza e che sarebbe andata da lui per passare il fine settimana, che avrebbe dormito nel suo letto ma non sarebbe successo niente. Mi impuntai e le dissi che non lo avrei accettato. Accettò il mio ultimatum e annullò l’incontro, ma non smise mai di sentirlo per telefono, finendo per parlare più con lui che con me, eleggendo lui a confidente del suo cuore e relegando me al ruolo di muto fidanzato. Naturalmente una persona sana di mente non avrebbe mai accettato tutto questo, soprattutto per una donna appena conosciuta e per la quale non era nemmeno scattato il proverbiale colpo di fulmine. Io però non ero sano di mente: ero entrato da poco in un mondo nuovo, un territorio affascinante ma ostile, convinto di dover difendere ogni millimetro conquistato perché se avessi ceduto sarei certamente tornato alla desolante solitudine che avevo lasciato pochi mesi prima, l’unica realtà a quel tempo vividamente impressa nella mia mente. Avevo le sembianze giuste per mimetizzarmi, quelle di un adulto, ma sapevo bene di essere un bluff, un fanciullo che poteva essere scoperto in qualunque momento. 

Inoltre non potevo tollerare d’essere nuovamente battuto da un altro uomo: era in gioco il mio orgoglio e ricordavo perfettamente il bruciore della precedente sconfitta per mano dell’ex. Non solo: ero come annebbiato dai fumi dell’alcool, mi ero rapidamente ubriacato come chi beve un bicchiere a stomaco vuoto, e l’euforia portata dal vino mi incatenava alla bottiglia. Allontanarmi da casa e dal paese, ritrovarmi in un luogo così differente (in una città!), rimanere a dormire da lei, passeggiare mano nella mano, accompagnarla al centro commerciale, avere qualcuna da chiamare e che mi chiamasse: ero innamorato di quelle sensazioni mai sperimentate prima, mi sentivo finalmente accettato nel club delle persone normali; confuso ed estasiato mi muovevo a tentoni, le cose accadevano più velocemente di quanto riuscissi a decodificarle, e in mezzo a quella giostra lei era l’unico punto fermo. Lei era Virgilio che mi accompagnava fuori dall’inferno, e io, ubriaco com’ero, l’avevo scambiata per Beatrice. Continuammo a vederci ogni fine settimana. Io strappavo al lavoro ogni minuto possibile per raggiungerla e stare con lei. Al di là degli aspetti positivi che ho già descritto - e che per me rappresentavano una novità assoluta - il nostro rapporto era piuttosto disfunzionale e frustrante.


 Lei continuava a offendersi per nulla esattamente come faceva in chat, interpretando negativamente qualunque cosa io dicessi, prendendo per insulti qualunque critica o battuta, rifiutandosi di esprimere qualsiasi opinione preferendo trincerarsi dietro a un’infinità di “non lo so”. A dire il vero questi comportamenti erano presenti in minima parte quando eravamo fisicamente insieme, ma diventavano la prassi durante la settimana al telefono. A volte smetteva di rispondere alla mie chiamate e ai miei messaggi, a volte mi lasciava per poi riprendermi il giorno dopo. Io ci soffrivo ma mi stavo abituando a quel nuovo tipo di sofferenza: è incredibile quanto il dolore e le privazioni possano legare un animo tormentato. Anziché fuggire a gambe levate cercavo in tutti i modi di averla vinta, manco fosse una gara: se lei non mi rispondeva continuavo a chiamarla finché non si arrendeva, se mi lasciava al telefono mi facevo tre ore di auto per farle la sorpresa di trovarmi di fronte al suo portone, se sentiva il suo ex la tormentavo finché non mi rivelava cosa si erano detti. I mesi passarono rapidi e il nostro rapporto si contorse sempre più, attorcigliandoci l’uno all’altra in una stretta soffocante ma difficilmente snodabile. Finché arrivò giugno e la fine della scuola e lei dovette decidere in quale università iscriversi. Ebbi una “grande” idea: iscriviti nella città vicina a quella dove lavoro, così prendiamo una casa in affitto! Poco più di un anno dopo aver dato il primo bacio, già convivevo.

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15/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 1


Il Redpillatore mi ha proposto di scrivere la mia storia. Dato che parlare di me è una delle cose che amo di più, ho accettato e ora vi beccate 'sto mattone che manco "Guerra e Pace". 

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R)


Partiamo dalla caratteristica che più d'ogni altra sintetizza la mia presenza nei circuiti redpill: ho dato il primo bacio a una ragazza quando avevo 25 anni, cioè dopo aver preso la patente, essermi diplomato e laureato, aver iniziato a lavorare, e in sostanza aver fatto tutta una serie di esperienze decisamente più adulte che appoggiare le labbra a quelle d'un altro essere umano. Ho persino perso i capelli prima di perdere la verginità

Insomma, a 25 anni ero un kissless virgin, un incel della peggior specie. Perché lo ero? La mia infanzia è stata costellata da una serie di sfortune, alcune comuni, altre decisamente peculiari. Quando ero bambino passavo moltissimo tempo con mio nonno paterno, una persona dotata di grande cultura, unico musicista in famiglia, appassionato di fotografia e letteratura. Eravamo veramente legati, e ritengo di assomigliargli moltissimo. Morì anzitempo prima che io compissi sei anni. Credo che il senso di abbandono e dipendenza che provo sia nato con la sua scomparsa, ma chi può dirlo con certezza? Di sicuro ho continuato a fantasticare sul suo ritorno per molto tempo, anche dopo aver metabolizzato il significato della morte.

NON E' VITA SOTTO IL SETTE, MA NEMMENO NELLE SETTE


  Mia mamma è stata certamente la mia più grande sfortuna. Non saprei dire come si sia presa cura di me nei primissimi anni di vita, ma temo non molto bene. È una persona carente di equilibrio, forse anche lei vittima di dinamiche familiari disfunzionali. Si affiliò ai testimoni di Geova e trascinò anche me, bambino inconsapevole, mentre mio padre non poté fare nulla perché fu messo fuori gioco da false accuse di violenza e finì col separarsi, salvo poi tornare un paio d'anni dopo per limitare il più possibile i danni

Immaginate che meraviglia per un bambino far parte di quella congrega di pazzi: vietato festeggiare i compleanni, sia i propri che quelli degli amici; vietato festeggiare Natale, Pasqua, Carnevale; obbligo di studiare costantemente la Bibbia e le altre pubblicazioni della setta; obbligo di presenziare alle adunanze (l'equivalente delle messe) tre volte a settimana, compresa la domenica pomeriggio; vietati persino gli sport agonistici e la realizzazione di disegni religiosi in classe, così da far sentire il bambino un diverso e un emarginato in mezzo ai suoi pari. E naturalmente accompagnare gli adulti di casa in casa per rompere le scatole alle altre persone e farsi ridere dietro e disprezzare. A complicare la situazione, mia nonna era stata cacciata dai testimoni di Geova e pertanto doveva essere ostracizzata dal resto della famiglia nonostante vivesse al piano sotto al nostro. Io avevo con lei un bel rapporto, ma dovevo vederla di nascosto e ricordo ancora il senso di angoscia quando mi trovavo nel suo appartamento e sentivo mia mamma rincasare in anticipo, non sapendo se scappare di sopra prima che mi vedesse - deludendo mia nonna - oppure affrontare il rabbioso sdegno di mia madre. 

Riuscite a immaginare i danni che una situazione del genere può produrre nella psiche di un bambino? Abbandonai di mia volontà i testimoni quando ero in seconda media, contemporaneamente distaccandomi emotivamente da mia madre, ma ormai il danno era fatto; per molti anni mi è stato impossibile scrivere o pronunciare la parola "Geova", o persino udirla da altri o in televisione, senza provare un profondo senso di vergogna. Anche senza Geova e i suoi testimoni, mia madre riuscì a portare avanti l'opera di distruzione della mia autostima e della mia serenità adolescenziale con atteggiamenti familiari fortemente conflittuali e continui litigi con mio padre che sfociavano nella violenza più grottesca.  


 BAD STATUS DELLE QUATTRO PARETI 



 Quanto appena descritto era amplificato da un'altra "sfortuna": vivere in un piccolo comune di montagna dove tutti si conoscono e dove uno status negativo può compromettere la reputazione per sempre. Ho usato le virgolette perché in realtà amo il posto dove vivo e non vorrei vivere da nessun'altra parte, ma è innegabile che, fossi vissuto in città, avrei potuto affrancarmi più facilmente dal mio passato perché mi sarei imbattuto in persone senza un'opinione preconcetta di me, e sarei cresciuto senza quel senso di inferiorità che mi attanagliava ogni volta che incrociavo una ragazza domandandomi cosa sapesse della mia vita.

 Non pensate però a me come a un completo emarginato: avevo pochi amici, ma tutti ottimi, e lo sono tuttora dopo molti anni; uscivo spesso, anche se crescendo ho sviluppato un atteggiamento via via più disilluso e depresso che mi ha portato a negarmi esperienze che adesso rimpiango (come passare il capodanno del 1999 in casa coi genitori anziché in qualche piazza europea); ho subito qualche episodio di bullismo alle medie, ma niente di tragico, e alle superiori godevo del rispetto dei miei compagni di classe; suonavo in un gruppo e ci esibivamo dal vivo con una buona risposta da parte del pubblico. 


 Q.I. QUOZIENTE DI INCELLISMO


 Sono una persona molto riflessiva, introversa, portata al pensiero, all'introspezione e alla razionalità. Se siete appassionati di tipi psicologici, sono un INTP. Chiunque abbia una personalità simile potrà confermarvi quanto questa non aiuti ad affrontare le relazioni sociali durante l'adolescenza. Ciononostante non definirò mai questa caratteristica una sfortuna, nemmeno con tutte le virgolette del mondo: amo ciò che sono internamente a dispetto di tutto l'odio di me stesso che mi è stato instillato fin da quando ero bambino, e considero la mia intelligenza l'unica ragione per cui sono sopravvissuto. Ho una frattura mentale che trovo molto compatibile col disturbo narcisistico di personalità: da un lato sono sinceramente orgoglioso di me, tanto da sfiorare l'arroganza e in certi casi oltrepassarla, dall'altro sono altrettanto sinceramente il mio peggior detrattore, costantemente tormentato dalla vergogna. 

Mi sento contemporaneamente superiore e inferiore agli altri, ma mai come gli altri; affascinante, no? A volte credo che l'attrito tra questi due poli inconciliabili abbia prodotto una sorta di mediazione: un personaggio vincente ma fasullo mandato a confrontarsi col mondo al posto mio, una specie di armatura che protegge la mia fragilità. La cosa pazzesca è che col tempo, grazie alla maturazione e ai successi professionali, sono diventato realmente simile a quel personaggio. Paradossalmente recito la parte di me stesso.  


 E BRUCE WILLIS ALLORA? 


Finora non ho parlato di estetica, e ciò sembrerà strano a chi ha associato gli incel al motto "sotto il 7 non è vita". La verità è che non sono brutto, e non credo di esserlo stato nemmeno da giovane. Semmai ero trascurato e abbandonato a me stesso, senza nessuno di fidato che mi dicesse: cambia pettinatura, vestiti un po' meglio, pompa quei muscoli, fai questo, fai quest'altro. La mia più grande sfortuna estetica - la ciliegina sulla torta arrivata proprio quando avevo l'età giusta per cercare un riscatto - è stata quella di perdere i capelli in maniera aggressiva a 20 anni. La "fortuna nella sfortuna" è quella di avere un cranio che regge bene la calvizie, ma andatelo a raccontare a un ventenne! Il trauma della calvizie precoce consiste nel veder deperire profondamente il proprio aspetto senza poterci fare nulla, oltretutto in quella parte del corpo che usiamo come biglietto da visita e che non possiamo coprire: il viso. Il colpo di grazia per un uomo con un'autostima già compromessa.  


TUTTI I MIEI DUE DI PICCHE



 Un kissless virgin adulto non è soltanto un vergine che non ha mai baciato. È un uomo a cui nessuna donna ha mai detto "ti amo", che non ha mai avuto il viso di una ragazza a pochi millimetri dal suo, che non è mai stato speciale per nessuna né ha mai potuto definire "mia" un'altra persona, fosse anche per un solo giorno. La società lo ha lasciato fuori dalla porta non facendogli vivere una banale esperienza apparentemente alla portata di chiunque, e questo lo fa dubitare del proprio valore. Siamo esseri umani e non infiliamo la lingua dappertutto, perché non è igienico. Ecco, passati molti anni un kissless virgin potrebbe legittimamente supporre che la sua bocca non sia un posto igienico dove infilare una lingua, e conseguentemente allarmarsi per la propria.

 Bene, avevo 25 anni compiuti e non avevo ancora dato un misero bacio. Certamente non perché la cosa non mi interessasse: le ragazze erano da anni un argomento di conversazione costante con gli amici. Ricordo di avere avuto un primo interesse concreto già in prima media, fantasticando sul farlo sapere a lei tramite un bigliettino nello zaino; in seconda media chiedevo consigli al mio compagno di banco su come dichiararmi a una coetanea che mi piaceva; in seconda superiore ero cotto di una ragazza di un anno più giovane, compagna di classe di un amico che assillavo chiedendo di lei costantemente. L'autostima precaria però spegneva ogni azione accesa dai miei desideri. Quando ero in prima superiore, seppur spinto più dagli amici che da un sincero ardore, feci organizzare a un amico comune un incontro con una ragazza molto carina per proporle di metterci insieme. Fu la prima volta che ci provai con una ragazza e una delle esperienze più imbarazzanti della mia vita: non spiccicai parola restando muto davanti a lei per quelli che sembrarono minuti interminabili, mentre i miei amici e le sue amiche ci osservavano in disparte e io con la coda dell'occhio osservavo loro; quando finalmente decisi che l'ordalia doveva terminare, me ne uscii con un poco convinto "ti vuoi mettere con me?" al quale lei replicò fin troppo gentilmente con "sto già insieme a un altro". 

Quell'esperienza mortificante mi frenò dal dare repliche, e infatti non ci provai con nessun'altra fino al terzo anno di università, quando mi innamorai di un’amica. Dopo mesi di struggimento e timidi corteggiamenti trovai il coraggio di organizzare un incontro e mi dichiarai in camera sua: stavolta le parole fluirono copiose - pure troppo! - ma in maniera veramente confusa. Credevo ancora di dover descrivere i sentimenti imbrigliandoli nelle parole, anziché lasciarmi guidare da essi. Dovevo giustificare perché provassi determinate cose, spiegando razionalmente che, sì, magari meritavo anch'io la considerazione di una ragazza, ma senza troppa convinzione dato che ero il primo a non esserne pienamente convinto. Non successe niente. Tornai a casa con un misto di gioia per essere riuscito nell'impresa e tristezza perché di fatto non era cambiato nulla. Non mi aveva nemmeno esplicitamente rifiutato: aveva preso atto di quanto le avevo detto, ed era finita lì. L'errore atroce fu dichiararmi nuovamente a lei circa un anno dopo, di nuovo in camera sua, di nuovo parole parole parole, di nuovo quella sensazione d'essere fuori posto. Di nuovo non successe niente, ma stavolta ero risultato più ridicolo, e seppi in seguito che lei se ne lamentò con gli amici comuni, descrivendomi come un maniaco. Mi arrabbiai ma, ripensandoci adesso, come biasimarla? Queste tre esperienze rappresentano l'intero curriculum dei miei approcci alle ragazze prima dei 25 anni. Un po' poco per dichiararmi un incel vittima dell'universo. Potessi tornare indietro farei molto di più, ma chi adesso lo afferma non è più quel ragazzo. Quel ragazzo aspettava che l'universo gli portasse qualcosa anziché essere lui ad andarla a prendere, e nemmeno la delusione lo smuoveva.

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