11/11/18

Crudezze Liceali - Parte 2

Crudezze Liceali

Seconda puntata della serie "Crudezze Liceali". La prima parte la puoi trovare al link qui sotto:

Crudezze Liceali - Parte 1

ALLA RICERCA DEL PRIMO BACIO


Avevo 15 anni e passavo 5 ore al giorno in un ambiente a maggioranza femminile che tentava costantemente i miei ormoni, ma ancora non avevo avuto alcun contatto fisico con l'altro sesso, a meno che non vogliamo includere le volte che alle feste capitava un lento e qualche ragazza, con enorme magnanimità, si lasciava abbracciare anche dagli impuri maschi sotto al 7.

Quelle serate furono sempre momenti pieni di speranza, in cui uno poteva quasi riuscire a dare una forma al concetto di amore, anche se poi non accadeva nulla di concreto ma solo un enorme viaggio nella fantasia.

Esiste un unico profumo femminile di cui io mi ricordi il nome, ed è l'Hypnotic Poison di Dior, uscito in quegli anni e molto di moda tra le ragazzine dell'epoca.
L'associazione tra quel profumo e quelle serate è ancora così forte in me che se dovessi dire che profumo ha l'amore direi senza dubbio: "Dior"; e lo sapete che io non sono molto fanatico di PNL e di minchiate pseudoscientifiche ma vi assicuro che l'ancoraggio che si è creato nella mia mente tra quel profumo e tutti i miei ricordi adolescenziali è così forte che quasi sempre, quando lo sento, da una parte non smetterei mai di lasciarmi trasportare dal suo aroma, dall'altra mi sforzo di distogliermi da quella fragranza per paura di abituarmi e far perdere di significato a tutte le emozioni che quella brezza si porta dietro.

Lo so cosa starete pensando: "Sta facendo pubblicità occulta alla Dior".
E invece no, sto proprio sclerando di mio.

Comunque ritorniamo alle feste in cui speravo di sbaciucchiare qualche fighetta.

Molte di queste erano organizzate proprio da un mio compagno di classe.
Era molto ricco di famiglia e usava la sua villa in collina per organizzare piccole festicciole.
Era un bravo ragazzo, di buona famiglia, intelligente, bravo a scuola e anche molto simpatico ed estroverso. Ma era brutto, e tutte le sue presunte qualità non gli impedirono di essere schifato sessualmente dalle tipe per quasi tutto il periodo delle superiori.

Ciononostante aveva molte amicizie femminili e una di queste era una cerbiattina nordica di un'altra classe che io desideravo tanto conoscere.

Da buon amico si offrì di invitarla ad una festa successiva, con lo scopo di presentarmela, ma senza ovviamente dirle nulla sulle mie intenzioni e il piano ebbe successo, almeno per quanto riguarda le presentazioni.
Peccato che il mio nome fu l'unica cosa che ebbi occasione di dirle quella sera: tutta la sua attenzione fu monopolizzata da un altro invitato alla festa e io passai tutta la serata a guardare lei che flirtava insieme a lui, in attesa di riuscire a ritargliarmi 5 minuti per avere la possibilità di mostrarle la mia personalità.
Ora so che, in fondo, avrei potuto risparmiarmi quella scena patetica da spettatore della felicità altrui, ma all'epoca, quanto dovevo essere stupido?

Pensate che un paio di settimane dopo ci sarebbe stata la festa di compleanno di un'altra nostra amica, e ancora ero speranzoso di una rivincita, dal momento che in teoria il mio rivale non ci sarebbe stato, ma quella volta andò pure peggio perché lei fece di tutto per imbucarlo alla festa e io, nella prospettiva di passare un'altra serata come la precedente, me ne rimasi a casa e preferii perdere i soldi già spesi per la festa piuttosto che la dignità una seconda volta.

Comunque finì che lui se la limonò e poi la sfanculò. Non era realmente interessato a lei e le occasioni non gli mancavano, venni a sapere proprio da lui che la considerava solo un modo per fare numero e aggiungere una tacca alle sue esperienze.


Questa vicenda però mi fece capire una cosa importante: se avessi continuato a fissarmi solo sulle ragazze che mi piacevano di più sarei veramente crepato con il cazzo in mano.

Max Pezzali e le sue canzonette mi avevano fottuto troppo il cervello e avevo bisogno di demitizzare la figura femminile e prima di tutto di sviluppare competenze sociali, visto che ero pure un totale inetto.

Per farlo avevo bisogno di provarci con molte tipe, anche con quelle che non mi piacevano.

Iniziò per me la fase di rimorchiatore seriale.

LA SVOLTA

Ero ancora lontano dal mio primo bacio, la volta in cui ci ero andato più vicino probabilmente fu al mare in Croazia l'estate del 2001 con la polacchina di cui ho parlato nel mini-articolo "Ricordo di un'Estate", il che è tutto dire.

(Cavolo, sono già passati 17 anni. Pensate che ci sono ragazzine che all'epoca neanche non erano nate e che ora hanno già avuto più esperienze sessuali di buona parte dei miei coetanei ahah)

Anche le speranze che nutrivo di combinare qualcosa durante la prima gita scolastica, ritenendo erroneamente che si trattasse di una circostanza più favorevole, si rivelarono un buco nell'acqua.
Anzi, quel viaggio organizzato dall'istituto, raccontato brevemente nell'articolo "la Grotta" fu per me una crudezza ancora peggiore, dal momento che per la prima volta ebbi modo di confrontarmi con quella bestialità che assale con impeto le donne quando si trovano lontane da casa e approfittano immediatamente della minore pressione sociale.

Però ero perseverante, prendevo già molti pali e analizzavo scientificamente i miei approcci cercando di capire a posteriori quali potessero essere stati i miei errori.
Ero arrivato anche al punto di documentarmi, andando a spulciare in libreria (all'epoca non avevo internet, e in ogni caso il web non offriva molte informazioni di questo genere) alla ricerca di qualche risorsa che mi potesse essere utile e finendo per acquistare uno strambo libro di seduzione che non aveva nulla di utile dal punto di vista seduttivo ma solo cazzate tipo "tuo padre è un ladro?".

Una volta feci l'errore di lasciarlo nello zaino e un bulletto della classe lo vide e mi ridicolizzò davanti a tutti con un senso di superiorità che aveva un che di grottesco se consideriamo che anche la sua carriera sentimentale liceale fu costellata da una serie di innumerevoli pali, prima di riuscire a iniziare una relazione, nella quale lui era quello subordinato, con la meno peggio che riuscì a trovare ma , con tutta probabilità, non a trombare.

Questo per farvi capire come il mio percorso di "automiglioramento" seduttivo sia sempre stato in salita fin dall'inizio.

Un primo barlume di speranza venne da una mia compagna di scuola più matura ed esperta di me.
Era di origine meridionale e aveva anche un fidanzato giù ma non soffriva per nulla di solitudine, non so se mi spiego.
Passavamo molto tempo, ci vedevamo anche dopo scuola e sembrava starci, ma con tutta probabilità stava solo giocando con me e si divertiva a provocarmi. Infatti non ci conclusi mai nulla.

Penso che il suo fidanzato sospettasse qualcosa dei suoi intrallazzi e una volta, non so se più per il desiderio di vederla o per il sospetto di essere cornuto, attraversò la penisola per venire a trovarla.

Io ero un po' nervoso.
Avevo già conosciuto gente del sud ma erano tutti meridionali polentizzati, cioè che avevano acquisito le usanze del nord, mentre questo era proprio un terrone di quelli originali fresco fresco e non avevo idea di come comportarmi, dal momento che non ne avevo mai frequentato uno in un contesto simile.

Io all'epoca pensavo che al sud i maschi avessero l'usanza di salutarsi scambiandosi bacini o roba del genere e la cosa un po' mi scocciava ma non volevo dare l'impressione di essere superbo o distaccato, così, quando quel giorno andammo a prenderlo in stazione, gli andai incontro e gli diedi due baci sulla guancia come se fosse una ragazza lol

Lui mi guardò in modo strano e sicuramente fece rientro a casa molto sollevato del fatto che gli amici della sua ragazza, che lui credeva fossero minacce, erano in realtà omosessuali, senza sapere che i suoi veri rivali neanche li avrebbe mai visti e mentre lui era in treno già stavano ricominciando a insidiare la sua ragazza.

Possiamo aggiungere altra crudezza alla crudezza? Questo tipo era almeno un 7. L'ipergamia non ha freni.

LA PRIMA NOTTE FUORI


Venne anche il momento della prima gita scolastica di più giorni.
Era Aprile 2002 e la meta Firenze.
Come può non scappare un bacetto in un simile contesto, una notte spesa in una delle più belle città d'Italia, in un albergo tutto per noi ragazzi, durante quella che probabilmente per molti sarebbe stata la prima concreta occasione di trasgredire?

E in effetti la festa non mancava, tipe ubriache che giravano per le stanze e molte occasioni di provarci.

Non me ne lasciai scappare una, ci provavo un po' con tutte quelle che incontravo nei corridoi e nelle stanze, ovviamente senza ottenere nulla, anche perché a inizio serata avevo iniziato a bere e a fine serata ancora bevevo e ormai ero evidentemente sbronzo.

Mi buttai a provarci anche con le ragazze di un'altra scolaresca, e sparando cazzate riuscii a prendere in simpatia due tipe. Erano di Novara, o forse di Alessandria, o forse di Cremona, e avevano un paio di anni più di me.

Erano abbastanza trashone, ma me le ricordo sopra la sufficienza anche se ora non riesco più a tracciare col pensiero la loro fisionomia.

Facevano uso di droga, probabilmente anche cocaina o roba del genere, e quando ormai tutti gli studenti erano andati a dormire loro erano ancora sveglie.

Dopo una serata spesa a prendere pali erano la mia ultima possibilità concreta e decisi che dovevo entrare in camera loro; però agivo in solitaria e non avevo nessun pretesto, mi occorreva una spalla.

"Ragazzi, chi viene con me?"

Nessuno dei miei compagni aveva la mia stessa sfacciataggine.

"Vengo io"

Spuntò un ragazzo dell'altra classe che era venuta in gita con noi (stesso liceo ma altra sezione).

Lo conoscevo a malapena ma quella sera si era creata una buona affinità e avevo utilizzato la sua camera come base di riferimento, pianificando anche di fermarmi a dormire lì; lui era molto simpatico ed estroverso anche se esteticamente normaloide, e si rivelò un ottimo "acquisto".

Bussai alla porta della camera delle due, chiedendo loro se potevamo entrare, e loro accettarono.
Erano sul letto in reggiseno e stavano fumando erba con le luci soffuse.
Iniziammo a partecipare al loro mini festino a base di cannabinoidi, ridendo e scherzando.
Il mio compagno di avventure venne preso subito in simpatia da una delle due e lei lo invitò a togliersi la maglietta, quella che invece era seduta sul letto più vicino a me mi provocava soffiandomi il fumo in faccia.

Per non rimanere l'unico vestito e far la figura dell'idiota mi levai la maglietta, rimanendo a petto nudo.
Ero piuttosto sicuro che di lì a poco sarebbe arrivato il momento che tanto aspettavo, in fondo per quelle due tipe cosa sarà stato un bacio? Quasi sicuramente non erano già neanche più vergini, figuriamoci che importanza potevano dare ad un misero bacetto.

C'era un clima di fortissima tensione sessuale, mezzi nudi e sballati con gli ormoni in tiro.
Avevo accanto questa tipa diciottenne con delle belle tettine e flirtavamo toccandoci.
Ci provai brutalmente, praticamente buttandomi addosso a lei sul letto, ma lei mi scansò come un cane bagnato facendomi vergognare al punto che in pochi secondi mi passò perfino la sbronza che avevo in corpo.

Si divertirono parecchio a prenderci per il culo quelle due tossichelle, e lo capimmo ancora di più in corriera al ritorno quando il mio socio mi chiese se avessi visto la sua maglietta.

Appena dopo avergli ricordato che l'ultima volta che lo avevo visto indossarla eravamo nella stanza delle tipe, ci volle giusto una frazione di secondo per renderci conto in simultanea che lo avevano fregato.
Lui perse la sua maglietta e io persi (ancora) la mia dignità, ma quella sera entrambi guadagnammo una buona amicizia.

Quell'episodio umiliante non fu però l'ultimo della nottata.
Quando me ne tornai in camera infatti trovai una compagna ubriaca che dormiva su quello che sarebbe dovuto essere il mio letto e mi sdraiai vicino a lei.
In preda ad un ultimo rigurgito masochistico, ancora mezzo strafatto, mi avvicinai al suo viso e pronunciai quelle 4 parole che decretano il raggiungimento del punto più basso e infimo a cui possa arrivare un uomo: "Mi dai un bacio?"

"Ma che dici red, dormi che è tardi" neanche si scompose minimamente per la mia richiesta, tanto doveva esserle sembrata assurda e dovuta esclusivamente ai fumi dell'alcol, e per fortuna il giorno seguente non ritornò più sulla questione.

Ma questo ultimo colpo mi tolse completamente anche il sonno e non riuscii a dormire per tutta la notte.


E ora fa ridere ricordarlo, ma quella notte silenziosa in quell'alberghetto di Firenze, reduce da una serie di laceranti sconfitte, solo con i miei pensieri e nel pieno della mia adolescenza, temetti seriamente che non avrei mai dato un bacio ad una ragazza in vita mia. E vi assicuro che non ridevo proprio per un cazzo.

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07/11/18

Crudezze Liceali - Parte 1



Edmond Dantes nel romanzo "Il Conte di Montecristo" trascorse 14 anni di ingiusta prigionia, Solomon Northup ispirò "12 anni schiavo" e Robinson Crusoe passò  ben 28 anni della sua vita in un'isola deserta.

Io riuscii a provare un'esperienza ancora più estrema: mi iscrissi al liceo classico pur essendo esteticamente sotto il 7 e lì vi rimasi per ben 5 anni sopravvivendo ad ogni genere di crudezza.

Le ragioni che portarono a questo tipo di scelta scolastica però, credetemi, furono tutte da persona matura e responsabile e si potrebbero sintetizzare in 4 punti:
  • la matematica mi ha sempre fatto cagare 
  • sono obiettivamente una testa di minchia e all'ITIS mi avrebbero menato
  • mio padre voleva così e mi aveva promesso il motorino se avessi avuto una buona media
  • il classico era una scuola piena di fighette e avrei avuto più probabilità di rimorchiare
Quest'ultima probabilmente era la ragione principale, del resto allora come ora le ragazze sono sempre state il mio interesse principale. E purtroppo anche il mio cruccio. Con il senno di poi avrei preferito fare 8 ore di matematica giornaliere, essere pestato ogni giorno nei bagni dell'ITIS e girare per tutta la vita a piedi scalzi piuttosto che assistere così da vicino alla bestialità femminile nel suo periodo di massimo splendore, ovvero quello adolescenziale.

BENVENUTO ALL'INFERNO


Che non sarebbe stato facile lo capii fin dai primi giorni, quando mi catapultai in questo ambiente completamente nuovo per me.
Avevo frequentato le scuole medie nel mio piccolo paesello di provincia insieme a persone molto semplici e generalmente di modesta estrazione sociale, mentre il liceo si trovava in una cittadina di medie dimensioni e raccoglieva molti dei figli di papà del centro città.

Erano questi i veri protagonisti dello scenario seduttivo liceale, ragazzi bellocci e benestanti (normalmente chi è ricco di famiglia tende anche ad essere esteticamente sopra la media perché ovviamente i ricchi fanno la scalata genetica e trovano le mogli più fighe e fanno figli più belli) con l'Audi nuova a 18 anni, la camicetta ralph lauren e l'IWC al polso.


Non fosse stato abbastanza chiaro che le ragazze ambivano a loro, c'era una scritta sui bagni dell'istituto a rimarcarlo in maniera più esplicita:

"(Nome del belloccio figlio di papi) oggi mi sono rasata la figa per te".

Nonostante l'ambiente altamente competitivo non avevo comunque abbandonato l'idea di trovarmi una ragazza e vi giuro che all'epoca non mi drogavo né prendevo psicopaste, ero proprio così ritardato di mio.

Mi sarebbe bastata una ragazza, solo una, una fidanzata. Non avevo velleità da playboy, anzi venivo dal background culturale degli ingenui e blupillatissimi anni '90 e credevo nella possibilità di poter instaurare una relazione sana con un essere femmineo.

Guardandomi indietro però devo dire che i primi due anni (il cd. "ginnasio") furono per me proprio i peggiori e obiettivamente le mie chances di trovare una ragazza erano praticamente nulle.

Per le ragazze invece fu già fin da subito una gran pacchia.
Gran parte di loro già sperimentava i primi fidanzamenti, le prime seghine e i primi pompinetti e qualcuna si spingeva anche oltre.

Ricordo un lunedì mattina un gruppo di persone riunite intorno a una mia compagna di classe.
Raccontava di come il week end precedente, una nostra compagna di scuola avesse avuto un rapporto sessuale a una festa e, noncurante di essere nel suo periodo (si dice così?), avesse imbrattato tutte le lenzuola di sangue.


Venire a conoscenza di questo episodio, perdipiù raccontato con la stessa naturalezza con cui si racconta di uno che abbia accidentalmente versato della birra sul divano, fu piuttosto shockante per  tutti noi maschi della classe.

Io in particolare, non solo non avevo mai avuto rapporti sessuali, non solo non avevo mai baciato una ragazza, ma all'epoca non avevo in vita mia mai neppure partecipato ad una festa!


E di crudezze come quella ne seguirono molte altre; spesso erano le ragazze stesse a lasciarle trapelare, tipo quando il belloccio preferiva una ragazza ad un'altra e allora quest'ultima per invidia andava ad infangarla per tutta la scuola.
O come quella volta che una ragazza quattordicenne, nervosa e arrabbiata, chiese il telefono a un mio amico per mandare un sms, senza sapere che stava digitando il suo messaggio su uno dei primi modelli di cellulare che potevano salvare i messaggi inviati e che io e i miei amici avremmo scoperto tutti quanto la gentil pulzella aveva da dire: "Mi hai fatto troppo incazzare, stasera scordati la scopata." 

Io e i miei compagni eravamo tutti sfigatissimi, e la maggior parte di loro non solo avrebbe concluso quei 5 anni di superiori da vergine, ma molti sarebbero arrivati alla maturità senza neppure dare il primo bacio. Una volta ricordo che un mio compagno, preso dalla disperazione, offrì diecimila lire a una bruttina per un bacio e lei gli rise in faccia umiliandolo (che poi, diciamolo, 10mila lire non erano neanche male, i miei all'epoca mi davano 20 mila lire a settimana).

Completamente diversa era però la situazione per i ragazzi con LMS al top, e lo capii bene una mattina in cui provai ad avvicinare uno di loro, proprio quello che si stava frequentando con la tipa per la quale ebbi la prima cotta.
Volevo scoprire cosa ci trovasse di tanto speciale in lui, quale sì splendida personalità dovesse avere per risultare tanto attraente, volevo magari diventargli amico e mostrare alla mia fiamma che pure io ero una persona cool.

Non ricordo esattamente con che parole lo approcciai, ricordo solo che ad un certo punto feci virare il discorso verso l'argomento che più mi interessava.

"Ho saputo che stai uscendo con (tipa che mi piaceva)"
"Sì, sì" mi rispose, come a dire "ma che vuole questo ragazzino?"

"Beh, è una ragazza molto carina"
A questa mia osservazione restò piuttosto impassibile e tagliò corto dicendomi

"Mi sono scopato di meglio"

Mentre cercavo di riprendermi dal gancio destro metaforico che mi aveva appena centrato la bocca dello stomaco, prese la parola l'altro ragazzo che era insieme a lui e che voleva approfondire il discorso.

E così, mentre i due iniziavano una divertente e machosa discussione sulle tipe migliori che "si erano scopati", io mi congedai e me ne ritornai in classe avvilito.

Col senno di poi però quel tipo aveva ragione: io all'epoca avevo la mente piena di proiezioni romantiche e gli ormoni in subbuglio ma, a conti fatti, le ragazze a cui aspiravo e che io vedevo come delle dee erano solo ragazze appena carine, c'era effettivamente molto di meglio.
Ok che io ero bruttino, mi vestivo come un ragioniere degli anni '70 e portavo gli occhiali alla Harry Potter, ma porcodue loro erano delle stracazzo di 6.5 al massimo, tipe che in un locale di Copenaghen sarebbero letteralmente scomparse, e inoltre non avevano neppure chissà quali qualità umane.

Il 90% delle ragazze di quella scuola erano solo delle povere oche frivole, che sì studiavano Omero e Leopardi, ma il loro interesse principale rimanevano sempre le scarpette di Prada, i cellulari all'ultima moda e i bei faccini.

Memorabili le ore spese in aula video a guardare documentari sull'olocausto in occasione della giornata della memoria, alcune ragazze arrivavano perfino a piangere di fronte ai poveri prigionieri ebrei pelle ed ossa. Peccato che la loro commozione durasse giusto il tempo della lezione, perché subito dopo tornavano a sbavare dietro a ragazzi che parevano usciti da poster di propaganda ariana e a trattare i brutti nasoni proprio come dei..com'era quella parola...subumani?

Quanto ho riso per quella vignetta sulle tipe che scartano i cessi su tinder in stile SS, ho sempre riso molto per le vignette di redpill comics ma quella lì mi fece letteralmente sputare un polmone per quanto sembrava che l'autore avesse letto nei miei ricordi. 

la vignetta incriminata

Insomma , queste cavolo di liceali non erano per nulla speciali, né esteticamente né umanamente, eppure, per qualche ragione all'epoca a me sconosciuta (ma oggi ben chiara), nonostante condividessimo lo stesso spazio per molte ore al giorno, loro vivevano in universo completamente diverso dal mio, un universo di privilegi e appagamento totale, ed essendo sempre stato uno piuttosto sensibile alle ingiustizie confesso che la cosa già allora mi causava frustrazione.

Una volta eravamo a lezione e il prof. di greco ci stava parlando della battaglia delle Termopili.
Ci faceva notare come quella battaglia fosse stata decisiva per il destino dell'Occidente.
"Chissà come sarebbe stata la nostra società se i Greci quella volta avessero perso. Avremmo vissuto meglio o peggio?" rifletteva tra sè e sè "beh, forse per le donne sarebbe stato peggio, visto come vivono ora negli attuali Paesi islamici".

Sbroccai e dissi davanti a tutti che invece sarebbe stato bellissimo e che il modo in cui le donne vengono trattate sotto l'Islam era più che giusto.

Il professore rimase quasi sconvolto e al seguente colloquio coi genitori non si dimenticò di fare presente l'accaduto.

"Suo figlio è un pochino misogino".

Mio padre, a distanza di 18 anni, mi ricorda ancora questa cosa sghignazzando e io ogni volta gli rispondo:
"Padre, guarda che all'epoca, in confronto ad ora, ero praticamente un attivista per i diritti femminili".

In realtà non mi interessava né mi interessa una società islamizzata, anche lo stile di vita degli spartani andava benone.
Omosessualità accettata, spirito guerriero, culto del corpo, una gloriosa civiltà da difendere.

"Quanti cani persiani hai trafitto oggi con la tua lancia lunga e dura, Alexis?"
"Ho perso il conto Ilias, non meno di 30 comunque"
"E bravo il mio biondino, io appena 20, fatti accarezzare i muscoloni"


Che belle dovevano essere quelle notti stellate di Tessaglia senza donne in mezzo alle balle.

2001 ODISSEA NELLO STRAZIO


Durante la pausa estiva tra il primo e il secondo anno avevo perso qualche chilo e avevo cominciato a vestirmi come un normale adolescente anziché come Giampietro Mughini. Poco dopo i miei mi regalarono anche il primo cellulare, un nokia 3210, che ad essere onesti più che un telefono sembrava un'arma impropria per quanto era grosso e duro confrontato agli smartphone di ora, ma faceva comunque il suo lavoro.

Mi resi conto che era stato un regalo molto utile il giorno in cui lo schermo fu illuminato dai primi messaggi di una ragazza che si era fatta dare il mio numero da un amico comune.

Era piccola e bruttina, ma era il primo feedback positivo femminile e su di me ebbe lo stesso effetto della visione di un'oasi a chi ha appena attraversato il deserto senza acqua e sotto il sole cocente.

Ci scambiammo qualche messaggino, ma più che altro molti squilli.

All'epoca non c'era whatsapp e una conversazione via sms risultava parecchio costosa, così gli studenti andavano avanti a scambiarsi squillini tutto il giorno (senza rispondere).
Era un po' un modo di dire "ti sto pensando". E così uno squillava e l'altro rispondeva. "Ti penso" "Anche io ti penso" e così via. Tutto il giorno, tutti i giorni.

Roba da manicomio a pensarci ora, imprescindibile testimonianza di affetto per un adolescente dell'epoca.

Non durò molto, tuttavia. Fu lo stesso amico che le aveva dato il mio numero a provarci con lei in contemporanea e a fidanzarsi poco dopo.
Fu succube di lei per tutta durata della relazione (neanche lui era questo gran figo) e in più non riuscì mai a trombarla. Anzi, curiosamente, dopo avermi "soffiato" la ragazza, fu proprio grazie ad una tipa che io gli presentai che perse la verginità alla "veneranda" età di 21 anni.

Comunque non me la presi troppo per quel tiro mancino, avevo cominciato a partecipare alle prime feste ed ero piuttosto fiducioso.

Credevo di essere anch'io una specie di Ulisse, in viaggio alla ricerca del mio posto nel mondo.
Sicuramente tutto si sarebbe concluso per il meglio e avrei trovato anche io la mia Penelope.

Ma l'adolescenza è un ring, non se ne esce indenni.

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Crudezze Liceali - Parte 2

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29/10/18

Wagecuck AKA ''Cornuto che Lavora''

wagecuck
wagecuck

 Wagecuck: Cos'è?

Andiamo oggi a vedere qual è il significato di wagecuck, parola spesso utilizzata in ambito redpill.

Nonostante io sia un padano doc, nato e cresciuto in un ambiente permeato da una forte cultura del lavoro, dove le persone che ti incontrano per prima cosa non ti chiedono come ti chiami o come stai ma subito che lavoro fai, sono nel tempo ugualmente riuscito a sviluppare un' avversione al lavoro così ostinata che, al paragone, tutti i vari furbetti statali che timbrano il tesserino e poi passano l'orario di lavoro al bar sono un esempio di completa abnegazione al lavoro in quanto per me già estrarre il tesserino dalla tasca sarebbe uno sforzo lavorativo eccessivo.

Fortunatamente vengo da una famiglia benestante e ho delle piccole entrate più o meno automatiche che, unite al fatto che vivo ancora coi miei, che non ho una famiglia a carico e che ho uno stile di vita piuttosto semplice, mi permettono di tirare avanti solamente lavoricchiando e di stare fuori dalla classica ruota del criceto "lavora-produci-consuma".

Non è sempre stato così, in passato ho avuto alcune esperienze lavorative, poche ma eterogenee, e so cosa significa dover lavorare, magari con un capo che è un negriero che ti considera solo un limone da spremere per trarre il maggior profitto e so anche che sfortunatamente per molti lavorare è una vera e propria necessità, l'unico modo per avere da mangiare e un tetto sopra la testa, e in questo particolare contesto storico l'impossibilità di lavorare diventa motivo di forte infelicità e frustrazione.

Ciò è ulteriore conferma del fatto che il lavoro non sempre è un modo per realizzarsi, ma molto più spesso una forma di schiavitù moderna e questo concetto assume particolare importanza se andiamo a parlare di redpill e, più in particolare di incel.

Chi è tagliato fuori dalle attenzioni femminili ed è anche costretto a lavorare, oltre al danno dell'astinenza sessuale subisce anche la beffa di trovarsi a dare il proprio contributo alla stessa società che lo condanna alla perpetua masturbazione.

Se ci pensate infatti, parte dei proventi di chi lavora e che viene letteralmente sottratta dallo Stato sotto forma di tasse, viene utilizzata per agevolare delle categorie che sono privilegiate rispetto al lavoratore incel.

Pensate ad esempio ai contributi economici per le madri single (spesso tipe che si sono fatte mettere incinta e poi abbandonare da uomini di valore di mercato nettamente superiore al loro) , da dove vengono presi? Ovviamente (anche) dal coglione incel che lavora.
Ma ci sono molti altri esempi, come ad esempio l'Erasmus che fondamentalmente è una grande orgia tra donne e Tommy finanziata dai contribuenti.
I fondi per le famiglie versati da gente che una famiglia non riuscirà mai ad averla.

Oppure guardate la storiella qui sotto di una donna che possiede un hotel in cui ospita un ivoriano con il quale si sollazza. Quanto scommettete che si tratta di un "rifugiato" in un albergo che riceve fondi statali per l'accoglienza? E chi paga? Ma ovviamente l'italiano cornuto lavoratore.

wagecuck
wagecuck
Gli esempi di fondi statali spesi per favorire categorie già privilegiate a discapito di altre sfavorite si sprecano ed era inevitabile quindi che in questa enorme beffa che vive l'uomo medio in occidente, qualcuno prima o poi coniasse un termine appropriato per descrivere lo stato dei fatti, e questo termine è appunto "wagecuck",  letteralmente "paga-cornuto" e descrive chi sgobba al lavoro per pochi soldi e manda avanti una società che lo reputa una nullità e lo discrimina continuamente.

La differenza tra il lavoratore in una società tradizionale e il moderno wagecuck è proprio questa:

  • Il primo lavorava e veniva ricompensato da dei diritti. La società gli dava delle prospettive future, e la possibilità di crearsi una famiglia. 
  • Il secondo invece lavora per conferire dei diritti alle stesse persone che lo discriminano. In pratica il wagecuck finanzia la sua stessa sfiga, ed è un po' come se lavorando si autocastrasse prendendosi a martellate sui testicoli. 
Redpill è anche comprendere che la retorica sul duro lavoro come mezzo per "nobilitare se stessi" è solo fuffa che viene propugnata dai vari media semplicemente perché la società va avanti solo grazie ai coglioni che lavorano e che quindi devono sentirsi speciali e importanti per ciò che fanno, ovvero farsi schiavizzare.

Non c'è nessuna nobiltà nel lavoro, è solo vita che viene barattata in cambio di denaro, e chi lavora duramente e non scopa non è un cittadino modello, è solo un cornuto.

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25/10/18

Patriarcato VS Femminismo: Lo Scontro Finale


Patriarcato VS Femminismo

Non sono un grande esperto di politica, ho le mie idee e le ho espresse in passato qua e là nel blog.
Mi reputo moderatamente conservatore, e penso si sia capito. Alcuni mi descrivono più estremista di quando non sia in realtà, forse perché ormai viviamo in una società così surreale che avere buon senso è considerato atto di estremismo.
Dal punto di vista economico mi colloco a metà strada tra l'interventismo statale e il libero mercato, ma forse più sbilanciato verso il libero mercato.

Detto questo, in genere ho sempre preferito accantonare il discorso politico da queste pagine per concentrarmi sugli argomenti di cui mi intendo maggiormente, ovvero le dinamiche sociali.
La politica non è proprio il migliore degli argomenti da introdurre qui dentro perché è un tema scottante e crea forti divisioni, esattamente il risultato opposto che vorrei perseguire io con questo blog, ovvero unire le persone.
Ho notato che i miei follower spaziano dall'estrema destra all'estrema sinistra senza tralasciare il centro e non mi pare il caso di alimentare sterili diatribe politiche nel blog.

C'è però un tema politico che va assolutamente trattato perché è fondamentale dal punto di vista redpill, e non a caso ritorna ciclicamente nelle varie discussioni fra gli utenti.
Si tratta della dicotomia Patriarcato/ Femminismo che porta alla classica discussione:

E' meglio la società tradizionale oppure la società contemporanea/ progressista?


Il dibattito in particolare riguarda principalmente il tema femminista della libertà sessuale.
E' giusto che chiunque sia libero di avere rapporti con chi vuole, anche se la differenza di selezione sessuale che esiste tra uomini e donne (ipergamia vs poligamia)  finisce per danneggiare una fetta di popolazione? O forse è il caso di regolamentare il mercato sessuale alla pari di molti altri mercati?


A seconda della propensione verso l'una o l'altra scelta i redpillati si possono suddividere in due categorie, quella degli "accasciati" e quella dei "cagacazzo".

I cagacazzo sono quelli ai quali l'attuale sistema sociale proprio non va giù, e di conseguenza se ne lamentano e rompono le scatole  ( "cagano il cazzo", espressione derivata dal fiorentino medievale) perché vorrebbero cambiare le cose.
Come potrete facilmente intuire io appartengo a questa categoria e questo blog ha fatto della rottura di palle una vera e propria vocazione.

Gli accasciati invece sono i rassegnati, sono quelli a cui questo sistema va più che bene, o magari non va neppure tanto bene ma non hanno nessuna voglia di battersi per cambiarlo perché ritengono che non ci sia speranza, che sia tutto vano.

La natura di accasciato presenta ovviamente due forti limiti:
  1. Porta all'immobilismo sociale: ogni cambiamento parte da ribellioni, rivoluzioni, movimenti mentre se fosse per gli accasciati la società non si sarebbe mai evoluta.
  2. Porta ad un peggioramento della situazione di partenza: non solo essere accasciati non porta a cambiamenti in positivo ma anzi spesso porta pure a cambiamenti in negativo perché lo stato di inerzia dà modo agli oppressori di opprimere ancora di più gli oppressi.
Pensate al "manspreading", la pratica degli uomini di sedersi a gambe aperte sui mezzi pubblici.
Lo avreste mai detto dieci anni fa che sareste stati considerati degli schifosi maschilisti solo per il modo in cui vi sedete? Ecco, se ciò accade ringraziate gli accasciati che non hanno fatto nulla per fermare i deliri femministoidi quando è stato il momento.

il monumento all'accasciato

All'Amor non si Comanda

Questo è il cavallo di battagli argomentativo degli accasciati, il fatto che, anche volendo, i sentimenti delle persone non si possono controllare. Le scelte delle persone possono essere indirizzate ma si tratterà sempre di una forzatura. Non ci sarà mai un sentimento autentico alla base di una scelta fatta per costrizione sociale, quindi è assurdo fare certe imposizioni alle persone.

Questo mi sembra ineccepibile: non si può pretendere di essere amati, non si può pretendere amore dagli altri e tanto meno lo si può richiedere allo Stato.

L'ho sempre detto nel blog: lamentarsi di non avere una vita sentimentale idilliaca non solo è sbagliato, ma tali lamentele danneggiano anche tutta la causa dei redpillati (ammesso che ce ne sia una).

Ciò che va pretesa è una vita sessuale, ovvero la soddisfazione di un bisogno primario, mentre molti si lamentano di non avere validazione e appaiono come bambini capricciosi a cui giustamente la gente ride in faccia, perché il loro comportamento è analogo a quello di chi si lamenta perché  non possiede un bene di lusso.

In fondo, se ci pensate, pure le donne potrebbero fare le stesse lamentele. Le donne hanno tutte possibilità di una vita sessuale ma non tutte vengono "validate", molte vengono semplicemente usate dai fighi e anche questo genera frustrazione.

"Meglio un Parco Giochi per Pochi, che una Vita Grigia per Tutti" 

Questo è un discorso accasciato che parte dal presupposto che nella società tradizionale la vita degli uomini era comunque peggiore di adesso.

Chi aveva le possibilità veniva represso, mentre chi se la passava male se la passava ancora peggio di adesso, dovendo fare lavori pesanti e partire per guerre dove sarebbe stato quasi sicuramente ammazzato. Non era certo la presenza di una vita sessuale garantita dal matrimonio a cambiargli la vita in meglio.

Il femminismo è prosperato proprio perché ora viviamo in un'epoca più ricca e prospera, e tale ideologia altro non è che il lato scomodo del nostro benessere.

L'accasciato ritiene che sia meglio innalzare il livello di felicità complessivo della popolazione anche a costo di generare enormi sproporzioni di felicità tra i singoli.

Autoreferenzialità

Penso che gli errori di ragionamento degli accasciati si possano sintetizzare un po' tutti nel titolo di questo articolo.
Chi promuove questo tipo di società giudica le alternative possibili parametrandole ai valori della propria società, ovvero quella contemporanea.
Questo è l'errore maggiore, non avere capacità di immedesimazione e rimanere rigidi e ancorati sui propri valori.

Gli accasciati pensano che la mentalità edonistica, superficiale e materialistica della nostra società sia il massimo e non si rendono conto che in realtà anche questo schema di pensiero altro non è che un condizionamento sociale, è indotto dai media ed è funzionale ad un certo tipo di sistema.
E' una libertà del tutto fittizia, che viene ritenuta erroneamente la migliore delle situazioni possibili solo per una questione di comodo.

Per loro la donna di 70 anni fa che si sposava a vent'anni secondo loro doveva per forza essere oppressa perché poverina non poteva andarsene in giro per il mondo con Ryanair a provare uccelli di ogni nazionalità ubriacandosi ogni sera.
Non passa neanche per l'anticamera del cervello il pensiero che magari il suo sistema di valori era tale da ricercare la felicità attraverso la famiglia e non attraverso la zoccolaggine, che il sesso all'epoca era visto ai fini del concepimento e non come una giostra.

I valori di oggi non sono quelli di ieri e non sono neppure quelli di domani, cambiano a seconda del tempo e dello spazio ed è da stupidi non prenderne atto.

La Posizione del Blog



Le società devono giudicarsi per la loro capacità di fare in modo che le persone siano felici e a mio avviso la nostra società occidentale contemporanea non raggiunge questo obiettivo.

Una società in cui pochi siano molto felici e molti lo siano poco è una società globalmente meno felice di una in cui tutti hanno un livello medio di felicità.

E' stato dimostrato che le persone povere che vivono in società ricche sono molto più infelici delle persone anche più povere di loro ma che vivono in società povere.
 
Io penso che lo stesso discorso si possa applicare anche alla vita sessuale.

Non avere una vita sessuale in una società in cui pochi fanno indigestione di scopate rende molto più infelici ed è utopistico pensare che l'infelicità del singolo non abbia ripercussioni sulla collettività.


Non trovo giusta una società in cui un uomo che lavora in fabbrica 8 ore al giorno guadagni meno di quanto guadagna sua figlia adolescente normoestetica su instagram, non trovo giusta una società in cui una cicciona può vendere le sue mutande usate per 50 euro mentre un uomo che perde il lavoro finisce a dormire in macchina, non trovo giusta una società in cui una ragazza che si vanta di scopare molto venga elogiata come libera ed emancipata mentre un ragazzo che si lamenta di non trovare una partner sessuale venga insultato e deriso.

In coerenza con la mia concezione politica espressa all'inizio ritengo quindi che sia necessario un ritorno ad una società almeno moderatamente conservatrice, anche perché la situazione attuale rappresenta un cancro dal punto di vista demografico dal momento che il femminismo ha stroncato il tasso di natalità dei Paesi occidentali.

L'ideale sarebbe trovare una soluzione che garantisca la libertà di scelta dei singoli ma che tuteli anche chi è sessualmente svantaggiato e io penso che la si possa trovare agendo su 2 fronti 
  • Culturale, che porti ad un cambiamento nel sistema di valori. Certi comportamenti come l'eccessivo esibizionismo e la promiscuità dovrebbero essere biasimati anziché incoraggiati. 
  • Legislativo, con normative ad hoc che garantiscano a tutti un minimo di vita sessuale, ad esempio attraverso la regolamentazione della prostituzione e l'istituzione di misure economiche che rendano il sesso mercenario accessibile a tutti, anche finanziato dallo Stato se necessario.
Troppo comodo parlare di libertà sessuale e goderne a discapito degli altri, quella a cui assistiamo è fondamentalmente una licenza concessa alle donne di comportarsi come se vivessimo allo stato brado e secondo me tutto questo va contro ad ogni principio di società civile.

Aristotele diceva che chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a se stesso, deve essere o una bestia o un dio.

Ecco care donne, non siete dee, e se volete comportarvi come bestie la società civile non fa per voi, andatevene a vivere nelle caverne.

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22/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 4



Quarta e ultima puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso le prime parti corri a leggerle ai link qui sotto.


DEPRESSIONE POST FORUM


Grazie al Forum dei Brutti per la prima volta potei confrontarmi apertamente su tematiche che mi riempivano di vergogna, come l’aver dato il primo bacio a 25 anni. Prima di allora l’unica persona con cui ne avevo parlato era la mia compagna, ma con lei si trattò di una confessione piuttosto che di un’analisi. Io invece avevo bisogno di sviscerare ogni dettaglio con persone veramente interessate, coinvolte, e che mi capissero. Gli utenti del forum mi capivano perché anche loro stavano attraversando o avevano attraversato problemi simili ai miei. Inoltre non si tiravano indietro nel dare giudizi spietati su tematiche dove solitamente regna l’ipocrisia, come l’aspetto fisico.

Il rapporto con le donne, il mio aspetto esteriore, l’invidia dei successi sentimentali altrui divennero per me un’ossessione. Non riuscivo ad accettare d’essere stato a letto con così poche donne. Mi sentivo schiacciato dall’impossibilità di mettermi in gioco per testare il mio reale valore, oscillando tra valutazioni positive e negative da parte degli utenti del forum e non sapendo da solo che voto darmi. Trovavo insopportabile che nessuna donna della mia zona avesse mostrato un minimo segno d’interesse nei miei confronti, tanto da costringermi a dare il primo bacio a una villeggiante e a convivere con qualcuna conosciuta in chat e distante duecentocinquanta chilometri.

Non so come mi sarei comportato se durante quella tempesta avessi avuto accanto una donna che mi avesse dimostrato amore e attenzioni. Avrei finito con l’amarla? Avrei chiuso un occhio sul mio passato? Me la sarei fatta piacere fisicamente? Temo che prima o poi i nodi sarebbero comunque venuti al pettine, ma certamente la mia compagna spianò la strada al mio disincanto, trattandomi sempre più come una pezza da piedi e facendomi sentire respinto. Il bilancio nudo e crudo elaborato dalla mia mente sotto l’influsso del forum fu impietoso: io ero un 6 dai lineamenti maschili, lei una 4 dai lineamenti altrettanto maschili; io avevo un buon reddito, lei non lavorava; io avevo una bella casa di proprietà, lei non portava in dote nemmeno un garage; io laureato lei non pervenuta; io pieno di interessi e voglia di condividerli, lei un’ameba buona solo per il gioco del silenzio. Almeno avrebbe potuto compensare con una forte carica di sensualità... e invece no! Io sempre pronto a soddisfarla quelle rare volte che mi cercava, spesso respinto quando ero io a cercarla. Ciliegina sulla torta: non aveva nemmeno una quinta di seno da contrapporre ai miei venti centimetri di “puro amore”. Una persona è più della somma delle proprie caratteristiche, però iniziavo a rendermi conto che in quel rapporto malandato io davo troppo e ricevevo pochissimo.

Quei pensieri velenosi si impadronirono sempre più di me rendendomi un padre peggiore, un convivente fastidioso e persino un professionista inaffidabile, finché un autunno la depressione deflagrò. Ricordo bene quel periodo: dopo nottate prive di riposo e colme di pensieri di morte, la mattina sarei voluto rimanere costantemente a letto, ma il senso di colpa era talmente grande che finivo per alzarmi comunque presto, dopodiché vagavo impotente per la casa, spesso ancora in pigiama, passando dalla cucina alla sala, dalla sala alla cucina, dalla cucina alla sala. Non uscivo nemmeno per scendere in giardino.

 Scoppiavo a piangere improvvisamente senza un motivo preciso. Avrei dovuto e voluto lavorare ma non riuscivo nemmeno a iniziare, procrastinavo di minuto in minuto finché la mattina diventava sera e andavo a letto promettendo a me stesso che il giorno seguente sarebbe stato diverso, inesorabilmente mancando alla promessa. Le scadenze si accumulavano, i clienti mi chiamavano senza che io sapessi cosa rispondere, facendomi sentire ancora più in colpa e disgustato di me stesso (è incredibile quanto riuscissi a guadagnare per inerzia, grazie ad attività minori dall’alto rendimento che di tanto in tanto riuscivo a completare, ma mi chiedevo quanto sarebbe durata; poco - mi rispondevo - e sarebbe stata la fine). Vi sembrerò ipocrita, ma chiedevo aiuto alla mia compagna desiderando sinceramente che mi tendesse la mano e mi tirasse fuori da quel pantano: mi sarebbe bastato un abbraccio sincero, un segno autentico di affetto, ma me li negava persino di fronte a richieste esplicite, dicendo che non ne aveva voglia, che aveva altro da fare, che tanto sarebbe stato un gesto fasullo.

Toccai il punto più basso della mia vita una mattina d’inverno: solo in casa, riempii la vasca, impugnai il bisturi (sì, ho un bisturi) e mi immersi nell’acqua. Sono fermamente convinto che chi vuole veramente suicidarsi ci riesca e tanti saluti, mentre chi rimane sia solamente in cerca d’attenzione, pertanto non vi dirò che fu un tentativo non riuscito di suicidio: mi fermai prima ancora di farmi un graffio, distolto dal pensiero che sarei stato visto in una pozza di sangue dai miei figli, senza nemmeno poter scegliere l’espressione che avrei avuto. Però ho ben impresso lo stato mentale in cui ero e - per quanto adesso mi sembri follia - ricordo quanto suadente fosse la sensazione di poter spegnere tutto, di poter uscire da quella gabbia seppur usando la porta di servizio, e l’idea di aver pensato una cosa del genere mi spaventa tuttora. Riemersi e qualcosa era cambiato senza bisogno di spargimenti di sangue: presi atto che da solo non ne sarei uscito, cercai su internet una psicologa e ne trovai una la cui descrizione mi piacque.

LA PSICOLOGA


Non credevo che una psicologa potesse raccontarmi qualcosa di me che già non sapessi o non intuissi - e non lo credo tuttora - ma quel confronto fu per me fondamentale. Innanzitutto perché riuscii a raccontare a una donna in carne e ossa, bella e più giovane, d’essere stato uno sfigato e di esserlo rimasto nell’animo. Inoltre perché lei sembrava seriamente interessata a ciò che avevo da raccontare e aveva un approccio che non avrei mai associato a una professionista del settore: mi dava del tu, mi abbracciava, mi contattava durante la settimana tramite mail e Whatsapp, mi faceva percepire in lei un’amica più che una dottoressa.

Anzi, più che un’amica: avere a che fare con una bella donna intelligente che mi ascoltava e mi capiva era troppo per non far nascere in me dei sentimenti più profondi. Finii con l’innamorarmi e glielo confessai in una mail alla quale rispose in maniera molto professionale, senza ovviamente ricambiare ma al tempo stesso senza farmi sentire respinto. Be’, ammetterete che ci volle un certo coraggio a tornare da lei dopo quanto le avevo scritto, eppure lo feci senza alcun imbarazzo. Trattandosi d’una psicologa, possiamo pure tirare in ballo il transfert positivo, ma la verità è che ho una tale sete d’amore che appena qualcuna a cui riconosco valore mi mostra attenzione, finisco per innamorarmene!

L’episodio depressivo maggiore era alle mie spalle, e tale sarebbe stato anche se non avessi iniziato la cura, ma la terapia fu comunque risolutiva perché la psicologa mi spinse con convinzione a un passo che mai avrei ipotizzato come possibile: la separazione. Alla mia compagna non parve vero, anche se devo ammettere che pure lei attraversava un periodo di fragilità mentale e ci furono settimane molto difficili in cui ci tarammo reciprocamente, io cercando di capire se la separazione fosse ciò che volevo davvero: ovviamente mi preoccupava il rapporto coi bambini. Alla fine decidemmo che io sarei rimasto nella mia casa e lei si sarebbe trasferita coi bambini in un appartamento in affitto lì vicino. La cosa mi costò molto, sia economicamente che emotivamente: quando li accompagnai nella nuova casa mia figlia pianse perché non voleva che me ne andassi. È una scena che non auguro di vivere a nessuno.

Il mio stato mentale all’epoca era caotico: colmo di rabbia, voglia di rivalsa, senso di colpa (“ho abbandonato i miei bambini”), euforia per essere uscito dalla gabbia del rapporto, condiscendenza verso me stesso (“sei un pessimo padre, è meglio così per loro”). Mi sentivo una persona cattiva, amorale, disgustosa ma ero quasi rincuorato da questa scoperta, come se ciò mi permettesse di seguire la mia natura: quella era la parte assegnatami dall’universo e io non dovevo far altro che rispettare il copione. Non ero chiaramente guarito - ammesso che la mia mente contorta possa essere aggiustata - ma decisi comunque di interrompere la terapia iniziata appena tre mesi prima, pur continuando per un po’ di tempo a frequentare degli incontri di gruppo che si rivelarono molto interessanti.

TINDER



Improvvisamente ero libero ma insicuro delle mie possibilità in campo seduttivo. La prima cosa che feci fu comprare una macchina sportiva di grossa cilindrata: un gesto tipico da crisi di mezza età. Poi seguii il consiglio di Deleterio (uno degli utenti del forum) e mi registrai su Tinder, pur senza riporvi molte speranze.

E invece Tinder mi aprì le porte di un mondo tanto desiderato quanto sconosciuto. Impostai un target di età piuttosto ampio, anche se finii col ricevere compatibilità quasi esclusivamente da trentenni. Come raggio d’azione impostai un numero di chilometri sufficiente ad abbracciare le due città principali più vicine. Come molti degli uomini che usufruiscono di Tinder, iniziai valutando con cura i match ma finii con lo stufarmi e confermare rapidamente tutte le proposte fino a esaurimento delle possibilità giornaliere. Ricevetti un numero inatteso di match. Ovviamente mi incontrai con una modesta frazione di essi, ma con la maggior parte avviai proficue conversazioni sufficienti ad aumentare l’autostima e a farmi sentire desiderato.

Ciò che più mi stupisce ancora adesso fu la naturalezza con cui riuscii ad affrontare quegli appuntamenti - nessuno dei quali andò in bianco - nonostante la mia inesperienza. Mi muovevo veramente bene, esprimevo sicurezza in me stesso, non rimanevo mai senza argomento di conversazione, le facevo ridere con battute argute, sapevo quando permettermi allusioni spinte, intuivo sempre quando lanciarmi per il primo bacio. E mi sentivo un cavallo quando finivamo a letto: instancabile, insaziabile, totalmente devoto al loro piacere, così disinibito e versatile da passare in un istante da un missionario vis-à-vis carico di dolcezza all’esplorazione perversa del retto.

A titolo di esempio riporto la scena che ebbi al primo incontro con una coetanea davvero carina. Ci trovammo in un locale della sua città e mangiammo un boccone, dopodiché ci spostammo a piedi per raggiungere una vineria; durante la breve passeggiata la presi per mano. Arrivati a una scalinata lei fece per salire ma io mi fermai; lei proseguì per inerzia fintanto che lo permise la lunghezza delle nostre braccia vincolate alle mani, poi rimase bloccata, si girò, la tirai verso di me con un sorriso e lei - accorgendosi istintivamente di cosa stava succedendo - rispose sorridendo, e ci baciammo. Sembrava la scena di un film, tanto era perfetta.

Una volta mi innamorai folgorato da un colpo di fulmine. Già alla prima uscita sperimentammo un’affinità di pensiero totale, le nostre menti cantavano all’unisono... anzi, meglio ancora: erano l’una il contrappunto dell’altra. Aveva un’intelligenza vivace, era curiosa, era ironica. Conversammo per ore senza accorgerci del tempo che passava, poi tornammo nel parcheggio dove avevamo lasciato le auto, lei dava le spalle alla sua mentre ci congedavamo, io mi accostai al suo corpo e la baciai. Che bello baciare una donna per cui provavo rispetto e ammirazione prima ancora che attrazione fisica! Peccato che lei fosse in Italia in visita dai genitori e che lavorasse oltreoceano (grazie dio, se esisti hai chiaramente qualcosa contro di me, ma non mi fai paura, un giorno faremo i conti). Non poteva funzionare, anche se mi ci volle un po’ per capirlo e accettarlo. Ancora oggi, quando penso all’amore, è a lei che torna la mia mente.

Passai attraverso diverse esperienze, non tutte frutto di Tinder, alcune davvero surreali. Ebbi una one night stand con una sexy trentenne turca residente a Londra, che ricorderò sempre con orgoglio per via delle parole che pronunciò: “It’s sooo big!”. Finii a letto con due donne (non contemporaneamente) conosciute dalla psicologa. Uscii con una ventenne che aveva da poco iniziato a cantare nel mio gruppo musicale, e anche in quel caso mi stupii della mia iniziativa: aveva quindici anni meno di me, l’avevo conosciuta da pochissimo, e già le proponevo di uscire insieme. E lei accettò subito! Feci sesso con una maestra di scuola materna nel parcheggio di un centro commerciale, lei appoggiata al cofano della macchina mentre io la prendevo da dietro (se fosse passata una pattuglia, adesso starei scrivendo le mie Memorie di Adriano dal carcere); come altre che ho conosciuto, non voleva concedersi al primo incontro pur avendo visibilmente voglia di farlo, così me la lavorai fino al punto che non riuscì a resistere; pochi minuti di sesso proibito e si convinse a portarmi a casa sua, lì vicino.

Ero diventato sessualmente bulimico. Mi ingozzavo di donne senza saper dire di no: ogni lasciata era persa e mi sarei pentito di non aver aggiunto quella vagina nella mia collezione. Tornavo sul luogo del delitto fintanto che potevo, ingordo delle possibilità che ogni donna aveva da offrirmi. Una volta, nell’arco di sette giorni, mi barcamenai in quattro appuntamenti: una mattina ero a letto con una dopo essere già stato nel letto di un’altra a inizio settimana, e la sera dovevo incontrarmi per la prima volta con una nuova, mentre avevo già un appuntamento di sesso per due giorni dopo con una vecchia conoscenza. Il mio umore oscillava come quello di un bipolare, alternando vorticosamente mania a depressione. In cuor mio ero convinto che non sarei durato più di due anni, dopodiché sarei morto - magari gettandomi da un ponte - serenamente, senza disperazione, come qualcuno che ha accettato il suo destino e lo insegue fino all’inevitabile epilogo. Tanto valeva bruciare in fretta emanando accecanti bagliori di luce.

RITORNO AL FUTURO


Finì l’estate e misi in discussione quell’abbuffata in cui inghiottivo acriticamente caviale e patatine fritte. Cominciai a credere che quel salto dal ponte non fosse il mio destino. Iniziai a essere più selettivo su Tinder nella speranza di incontrare non solo una vagina da collezionare, ma un essere umano con cui condividere pensieri e sentimenti. Fu così che conobbi una mia coetanea che ebbe un importante ruolo nella mia storia. Fisicamente era molto alta - poco più di me - con un corpo straordinario, non soltanto per la sua età. Caratterialmente eravamo molto diversi, ma anche lei era cerebrale, un’artista, amava parlare aprendo il suo cuore e ascoltava con sincero trasporto chi apriva il proprio. Aveva avuto anche lei un rapporto burrascoso con un genitore ed era andata presto per la sua strada. Essendo stata da giovane bellissima (vidi una foto di lei ventenne in costume: rimasi a bocca aperta) non aveva avuto problemi ad attrarre gli uomini che voleva, e a un certo punto della sua vita anche lei era stata sessualmente bulimica, certamente riuscendo a ingozzarsi più facilmente di me.

A parte la mia compagna, è l’unica donna che abbia dormito nel mio letto, perché tutte le altre con cui sono stato mi hanno ospitato nel loro oppure hanno condiviso con me quello d’un albergo. E il sesso con lei… wow! Ho troppe immagini sensuali che si accavallano nella mente al solo pensarci. Sapeva cosa voleva e non aveva problemi a chiederlo. Ed era molto generosa.

Passò poco tempo prima che mi aprissi con lei e le raccontassi il mio passato senza filtri, un po’ come ho fatto con voi tramite il Redpillatore. La cosa ci prese un po’ la mano e facemmo più volte discussioni interminabili sul femminismo, sull’importanza di perdere la verginità in tarda età, sulle differenti possibilità di maschi e femmine. Fu istruttivo, anche se a volte penso di essere stato un vero rompicoglioni e mi chiedo come abbia fatto a sopportarmi. Qualche volta litigammo, ma questo non fece altro che rendere ancora più autentico il nostro rapporto.

Il suo lavoro le faceva fare la spola tra la regione in cui vivo e la Germania, dove aveva un appartamento di proprietà. Così in un’occasione la accompagnai e mi fermai da lei una settimana. Fu una bella esperienza convivere in terra straniera, vagare per la città avendo lei come Cicerone, condividere le sue strambe amicizie, fare l’amore ogni giorno nel suo letto.

Era fatta, no? La donna della mia vita, giusto? E invece no: le volevo bene, mi faceva impazzire a letto, mi sentivo appagato al suo fianco ma, stranamente, non avevo saputo dire di no quando tempo prima ero stato contattato da un’altra donna, quella del bacio cinematografico descritto nel paragrafo precedente. Con quest’ultima avevo imbastito una storia parallela altrettanto appagante: trovavo anche lei molto attraente, ma in maniera più discreta; aveva un viso dolce, era più bassa di me ma di statura superiore alla media, dotata di belle curve femminili e un seno sodo; aveva una mentalità più simile alla mia, tant’è che si era laureata in una disciplina scientifica; anche con lei il sesso era paradisiaco e le chiacchiere piacevolissime. La cosa incredibile è che sentivo di voler bene a entrambe, ma è evidente che non ne volessi abbastanza a nessuna delle due. Quando si fece viva una terza donna con cui ero uscito in passato rimediando solamente un bacio, e accettai di rivederla, capii che ero un ipocrita a cui nessuna donna sarebbe risultata sufficiente per quante caratteristiche positive avesse avuto. Inseguivo un fantasma, un mosaico in cui ogni partner sarebbe stata una tessera mai importante quanto l’opera completa, di cui non avrei comunque mai visto la fine.

Da solo sul volo di ritorno ebbi un’epifania: stavo sacrificando la vita dei miei figli per saltare di letto in letto. Era una conclusione a cui ero giunto razionalmente (think) già da tempo, ma per la prima volta la sentii (feel) risuonare dentro di me.

Contattai la mia ex compagna (con cui il rapporto nel frattempo era migliorato grazie alla lontananza) e le proposi di tornare insieme. Lei accettò senza che ci volesse molto per convincerla. Il mio scopo principale era quello di ridare due genitori e un caldo focolare ai miei figli, ma dentro di me speravo che stavolta, scegliendo consapevolmente quella vita anziché subendo una non-scelta, oltretutto forte del bagaglio di esperienze e ricordi che avevo accumulato, avrebbe potuto nascere qualcosa di sincero anche con la loro madre. In fin dei conti mi lega a lei qualcosa di profondo che non mi legherà presumibilmente a nessun’altra, ed è la persona con cui ho in assoluto passato più tempo.

COSA RESTERA’ DI QUESTI ANNI TRENTA?


Ci ho creduto davvero e ci ho provato con tutte le mie forze, cercando di essere diverso dove lei aveva evidenziato i miei punti critici, dimostrando pazienza quando lei persisteva nei suoi. Purtroppo non ha funzionato. Lei ha dei problemi interiori irrisolti che non le permettono di essere felice né le fanno accettare le sue responsabilità, e non è nemmeno disposta a cercare aiuto da uno psicologo. Scarica le sue frustrazioni su chi le è vicino, identificando gli altri come i colpevoli di tutto ciò che le sembra stonato nella sua vita. Adesso siamo separati in casa, ma se non altro siamo sereni, parliamo tranquillamente e gestiamo insieme i bambini. I miei figli sono felici e io con loro mi sento appagato come non sono mai riuscito a essere quando erano più piccoli. Mio figlio mi dà un sacco di soddisfazioni con la sua mente brillante e mia figlia è una coccolona portata alla musica. Mi piacerebbe dare loro qualcosa di più: una casa piena d’amore in cui la mamma e il babbo si abbracciano, si baciano e danno loro il buon esempio, ma a quanto pare non è possibile. Stavolta però non mi sento minimamente responsabile.

Ho quarant’anni e il decennio appena passato è stato una rivoluzione dopo l’altra. Non vi mentirò: ho ancora quell’inestinguibile sete d’amore e ancora la mia mente vaga all’inseguimento di quel fantasma dalle sembianze femminili; pure il sesso mi manca, seppur non così tanto da cercarlo spasmodicamente o farlo con chi capita.

SEHR LANGSAM BEGINNEND


Ogni storia deve avere una morale, e voglio donare la mia agli incel.

Se siete ancora giovani, non date niente per scontato, non lasciate niente di intentato, non rimandate a un eterno domani. Agite! Il mondo morde ma non forte come credete voi. È il tempo a mordere davvero. Se mai sarete genitori, siate genitori amorevoli, ascoltate i vostri figli, fateli sentire apprezzati, che la vostra esperienza si faccia tesoro e diventi saggezza nei vostri consigli. Spezzate la catena affinché non ereditino il vostro dolore.

In quanto a me, temo non sarò mai veramente felice. Però proverò a esserlo, e molti di voi come me: perduti nella continua ricerca di un ideale, una donna eterea che nessuna persona in carne e ossa potrà mai incarnare, che forse non è nemmeno propriamente una donna e forse non è il sesso che le chiederemmo, forse era la madre che meritavamo e non abbiamo avuto, forse è la parte più pura e scissa di noi che vorremmo ci perdonasse e ci amasse come noi non riusciamo a perdonare e amare noi stessi.

Tutto l’effimero è solo un simbolo
L’inattuabile si compie qua
Qui l’ineffabile è realtà
Ci trae, superno, verso l’empireo femmineo eterno.



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19/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 3


Terza puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso le prime due parti corri a leggerle ai link qui sotto.

 

LIBERO ARBITRIO

 Convivemmo per due anni nella cittadina dove lavoravo, in un monolocale in affitto che pagavo interamente io. Lei raggiungeva l’università in un’ora di treno; io avrei potuto recarmi in azienda a piedi, tanto ero vicino. Furono due anni che riesco a ricordare con difficoltà: a tratti mi sembrano privi di eventi importanti, come fossi rimasto in standby, una spugna immersa in un liquido lentamente assorbito. Sforzandomi di raccogliere i pensieri per scrivere questa parte del racconto, mi viene naturale concentrarmi sugli aspetti negativi (arrivati in fondo alla lettura non vi sarà difficile capire perché) ma certamente vivere insieme è stato anche bello e istruttivo. Si trattava di un’esperienza che facevo in anticipo rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, che per lo più vivevano ancora coi genitori. Dopo essere rimasto isolato per anni dall’universo femminile, improvvisamente ero costantemente a contatto con una donna, privo di una zona franca che occultasse gli imbarazzi dell’intimità quotidiana; perché una donna è anche pipì da seduti, porta del bagno aperta, bidet, ciclo, assorbenti, depilazione, biancheria intima stesa ad asciugare. E mi piaceva. 
Non era più necessario aspettare il fine settimana e viaggiare tre ore in macchina per fare sesso. Potevamo dormire abbracciati ogni notte, e nessun risveglio ci avrebbe costretto a decine di ultimi baci che rendessero sopportabile la separazione fino all’incontro successivo. Questo quadretto idilliaco non vi inganni: lei continuava a comportarsi come aveva sempre fatto, ostentando mutismo, assumendo comportamenti passivo-aggressivi in seguito a provocazioni che esistevano solo nella sua mente, sentendo frequentemente il suo ex, rifiutandosi di conoscere i miei amici e persino di visitare i miei genitori. Mio padre era da anni impegnato nella costruzione di una casa bifamiliare nel mio paese, con l’idea di destinare un appartamento a me e uno a mio fratello. Decidemmo di rendere velocemente abitabile la casa così da porre fine allo sperpero del denaro dell’affitto. Ci trasferimmo nella nuova dimora meno di due anni dopo aver iniziato la convivenza, all’inizio dell’estate, ma prima feci un’ulteriore rivoluzione: mi licenziai e mi misi in proprio, sia perché non ho mai tollerato che qualcuno potesse impormi cosa fare, sia perché avevo delle idee che preferivo arricchissero me anziché il mio capo, ma anche perché volevo stare il più possibile insieme a lei, e se avessi continuato a lavorare come dipendente vivendo nel mio paese sarei uscito la mattina presto per tornare la sera. 
Seguirono altri tre anni di convivenza ancora più privi di eventi dei due precedenti. Il mio errore, che fu anche un torto nei confronti di lei, fu quello di lasciarmi avviluppare dall’immobilismo: non uscivamo mai, i fine settimana erano indistinguibili dai giorni feriali, ogni giorno pareva la copia di quello appena concluso. Io non riuscivo a essere propositivo, nemmeno quando mi imponevo di esserlo, in parte perché - per quanto possa sembrare pazzesco - quella vita mi andava tutto sommato bene, in parte perché lei, pur essendo palesemente insoddisfatta, aspettava che fossi io a risolverle i problemi, e non era disposta ad aiutarmi ad aiutarla in alcun modo. Ci stavamo murando vivi in una casa vuota, fondendo le nostre due vite in un’unica non-vita. Ogni tanto uscivo con gli amici (che lei si rifiutava di frequentare) e ogni tanto venivano a trovarci i genitori e la sorella di lei (verso cui ero sempre più insofferente). Lei aveva talmente rallentato gli studi universitari da essere praticamente ferma, ma non lavorava né cercava lavoro. 
Badava ossessivamente alla pulizia e all’ordine della casa, rinfacciandomi per questo di non fare niente nonostante fossi l’unico ad avere un’attività che ci permetteva di vivere e fossi frequentemente impegnato nell’aiutare mio padre nel completamento della casa. A volte litigavamo, ma bastava poco per scoppiare a ridere dopo aver tenuto forzatamente il broncio. Alternavamo periodi in cui facevamo sesso quotidianamente ad altri di astinenza in cui lei mi accusava di essere interessato solo a scopare. Se la abbracciavo allora volevo solo portarla a letto. Idem se le davo un bacio sul collo mentre lavava i piatti. Se le accarezzavo i fianchi anziché un complimento era un insulto. Tale era la distorsione operata dalla sua mente. Il desiderio (magari reciproco) di fare l’amore la notte a letto era prontamente soffocato da lei che altrimenti avrebbe dovuto alzarsi per andare a lavarsi, e prevedeva che non ne avrebbe avuto voglia; vietato farlo anche la mattina appena svegliati perché le scappava e non voleva ritrovarsi costretta ad abbandonare le lenzuola calde a causa della vescica sollecitata. 
Così il sesso stava diventando sempre meno passione istintiva e sempre più “oh, che si fa, si scopa?” alle quattro del pomeriggio. Da qualche parte ho letto che più un uomo fa sesso con una donna e più si innamora di lei, mentre una donna più è innamorata di un uomo e più desidera fare sesso con lui. Be’, eravamo entrati in un circolo vizioso che ci stava allontanando e spegnendo. Non me ne rendevo pienamente conto e temo di non essere riuscito a descrivere quel tran tran sufficientemente bene da farvene rendere conto almeno a voi, ma mi stava avvelenando la vita. Stava avvelenando anche la sua e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che fungesse da antidoto, ma io certamente non lo ero. Similmente, avrei avuto bisogno d’una donna forte che mi guidasse fuori dalle sabbie mobili, ma lei certamente non lo era. Non eravamo sposati e avremmo potuto lasciarci in qualsiasi momento senza particolari traumi. Invece ci venne l’idea di fare un figlio. 

SWEET CHILDREN OF MINE

A 31 anni ero padre e legato a quella donna ben più di quanto avrebbe potuto fare un matrimonio. Quel bambino mi condannò definitivamente… ma sapete una cosa? È impossibile pentirsi di aver fatto un figlio, anche quando si vorrebbe cambiarne la madre. In sala parto mi trovavo alle spalle della mia compagna cercando di aiutarla per quanto possibile (cioè zero) al culmine di un travaglio lunghissimo, quando lui finalmente si decise a mettere fuori la testa ed emise il primo suono che mi annunciava quanto reale fosse, molto più della promessa rappresentata dal pancione che lo ospitava. Poi lo estrassero completamente e lo vidi: mi meravigliai che avesse un aspetto preciso, mentre fino a un istante prima aveva tutti gli aspetti del mondo; soprattutto mi meravigliai di riconoscere i miei lineamenti in lui. Infine, mentre ricucivano i danni provocati dal suo passaggio, me lo misero in braccio avvolto in un panno e ci guardammo negli occhi, i suoi ovviamente ancora annebbiati.
 Messa da parte la poesia, gestire un figlio è complicato e faticoso, sia per la madre che per il padre. Ancora più complicato se la tua relazione è già a pezzi. Ancora più faticoso se non puoi nemmeno contare sui nonni, un paio perché lontani, gli altri due perché assenti. Improvvisamente non ero solo colpevole di non aiutare abbastanza a mantenere la casa ordinata e pulita (la stessa casa che vi ricordo stavo continuando a costruire con mio padre, impastando cemento, spostando pietre, legando tondini di ferro), ero colpevole di non badare a mio figlio quanto faceva lei. Ed era vero, non mi nasconderò dietro un dito, e devo ammettere che lei è un’ottima madre. Già da tempo sentivo che ciò che non funzionava avrebbe potuto e dovuto funzionare, che l’infelicità non era l’unica condizione di vita possibile, che le mie scelte erano state alquanto discutibili, che anzi non avevo nemmeno scelto ma mi ero lasciato trasportare dal corso degli eventi, da un destino nefasto che era stato deciso da altri quando ero ancora piccolo. Scivolai lentamente nella depressione e nel distaccamento che ciò comporta. Perché allora, dopo due anni di stress, di fatica, di allontanamento reciproco, di frustrazione, di risentimento, di privazioni, decidemmo di mettere al mondo un altro figlio? Mistero! Davvero non lo so spiegare. A onor del vero non fu una scelta ponderata come per il primo, ma non fu nemmeno un incidente. 
 Avevo 34 anni e già due figli. Stavolta arrivò una femminuccia a completare il quadretto, ma non eravamo decisamente la famiglia del Mulino Bianco. Quando nacque era già iniziato il mio risveglio, l’uscita dal guscio di sfigato in cui ero ancora ingabbiato: avevo iniziato a prendermi cura del mio aspetto, a fare esercizio fisico, a mettere in discussione gli abiti che indossavo, la mia attività aveva ingranato e guadagnavo bene, ero rispettato nel mio ambiente di lavoro, clienti importanti utilizzavano prodotti col mio marchio bene in vista, davo del tu ad amministratori delegati e dirigenti di società che fatturavano cento milioni l’anno, senza sentirmi in soggezione e anzi dimostrando molta spontaneità. Anche con le donne.

LA TEDESCA

 Un conoscente di Firenze che capitava spesso nel mio paese aveva organizzato una grigliata notturna in un campo non lontano da casa mia a cui avrebbero partecipato mio fratello e dei giapponesi venuti con lui dalla città. Anche un mio grande amico era stato invitato e mi supplicò di partecipare dato che gli altri presenti non brillavano per simpatia. Il mio amico ed io lasciammo la macchina in uno spiazzo e ci incamminammo verso il luogo della grigliata, inerpicandoci per lo stradello che conduceva alla radura circondata dagli alberi dove sarebbe stato acceso il fuoco, lo stesso posto dove avevo guardato le stelle con la mia prima ragazza. Gli altri erano già là. Quando arrivammo fummo folgorati da una sorpresa: inaspettatamente era presente una fanciulla tedesca, e che fanciulla! Ventenne, alta, prosperosa, dai lunghi capelli biondi e dai lineamenti marcati e femminili. Appariva ancora più bella sperduta tra quegli uomini. Era in vacanza in Italia ed era stata coinvolta da uno dei giapponesi, che presumibilmente avrebbe voluto provarci. Non era il solo: tutti i maschi presenti avevano l’acquolina in bocca, e non per la carne che si cuoceva sul fuoco. Chissà lei come si sentiva, rendendosi conto d’essere l’unica femmina in mezzo a un gruppo di affamati, di notte, in mezzo a un bosco, lontano dalla civiltà. Non saprei dire perché lo feci, ma l’istinto mi spinse subito verso di lei, quando anni prima le sarei stato il più lontano possibile e non sarei nemmeno riuscito a dirle ciao. 
Iniziai a scherzarci amabilmente e lei reagì subito positivamente. Studiava italiano e quindi lo biascicava un po’, ma parlammo prevalentemente in inglese. Non volevo dare l’impressione d’essere un cane affamato gettato sull’osso, così alternai lo scambio di battute con lei alla conoscenza dei ragazzi giapponesi, che ovviamente erano per me altrettanto sconosciuti. Feci il brillante e anche loro reagirono positivamente. Insomma, fungevo da collante e devo dire che il mio entusiasmo ravvivò il gruppo, che prima del mio arrivo era muto e imbarazzato. Ovviamente la persona che mi interessava davvero non aveva nazionalità del Sol Levante ma tedesca, così mi spostai sempre più verso di lei - che continuava a versarmi da bere riempiendo i nostri bicchieri - finché la grigliata si divise in due gruppi netti: da una parte noi due, dall’altra tutti gli altri. Calò la notte ed eravamo piuttosto alticci: ridevamo sguaiatamente d’ogni stupidaggine, mischiavamo parole italiane, inglesi e tedesche, parlavamo d’arte (che lei studiava), facevamo profonde osservazioni sulla luna. 
Ci adagiammo vicino al fuoco e ci baciammo. Durò pochissimo, poi lei si ritrasse dicendomi “non posso” (eh sì, anche lei fidanzata, il ragazzo era rimasto a Monaco). Prima di tornare a Firenze mi abbracciò stretto e volle mandarmi una richiesta d’amicizia su Facebook per tenerci in contatto. Ho dedicato spazio a questo episodio della mia vita perché, a dispetto della sua apparente insignificanza, fu secondo me un punto di svolta: per la prima volta mi sentii il vincente della situazione, il maschio alfa, e per di più proprio nelle mie zone, da sempre teatro delle mie sconfitte. Anche gli altri presenti lo avevano percepito: quella sera il mio amico si sentì in dovere di confidarmi che la sorella della ragazza che frequentava aveva espresso parole di apprezzamento nei miei confronti. Perché non lo aveva detto prima? Credo che me lo disse solo allora proprio perché inconsciamente mi aveva riconosciuto come alfa. Quella bellezza teutonica a cui non ero abituato e che mai avrei pensato di poter attrarre produsse in me tutti i sintomi dell’innamoramento. La colpa era della feniletilamina, il cosiddetto ormone della felicità, prodotto in quantità industriale in seguito a quell’evento e responsabile del battito accelerato e della sensazione di gioia, eccitazione, euforia, infaticabilità e persino mancanza di appetito. Il problema della feniletilamina è che quando la sua produzione cessa bruscamente (ad esempio perché l’oggetto dell’amore non ricambia) il corpo e la mente vanno in crisi d’astinenza, e sono dolori.  
Sprofondai in un nuovo stato depresso, e stavolta ebbi molti quesiti con cui arrovellarmi il cervello: avrei potuto avere di più? La tedesca era stata un caso? Le ero davvero piaciuto o era solo ubriaca? Chi ero io, uno sfigato o un seduttore? Qual era il mio valore? Chi soffre di carenze d’autostima ha bisogno degli altri per determinare il proprio valore, e io non potevo mettermi alla prova liberamente. Mi ero fregato con le mie stesse mani.

GIULIA


 Al culmine di quel periodo di depressione approdai a una chat senza registrazione dove bastava scegliere un nickname “usa e getta” e si era subito pronti a contattare le altre persone connesse. Fu così che conobbi Giulia, l’unico personaggio di questa storia di cui scriverò il nome (tra poco capirete perché). Devo ammetterlo: sono sempre stato bravo a mettere insieme le parole, e in un luogo virtuale foderato di frasi e privo di immagini riesco a muovermi meglio di John Travolta in discoteca. Ricordo ancora la frase che mi uscì chattando con una bassista, in risposta all’osservazione su quanto il suo strumento sia importante nonostante molti ascoltatori inesperti non riescano a distinguerne le note: “il basso è la linfa vitale che scorre nei canali sotterranei della musica”. La colpì. 

Non pretendo colpisca anche voi - a meno che non siate fan di Moccia - però ammetterete la sua seducente aura poetica. (In quanto a te, sconosciuta bassista livornese di cui non ricordo il nome, se leggi questa frase ricordati che sei in debito di una notte di sesso bollente.) Con Giulia fu una prima chiacchierata piacevole, ma certamente non esaltante. Ciò che mi esaltò fu ricevere le sue foto per mail: era una ragazza inaspettatamente carina, acqua e sapone, coi capelli lunghi e scuri come piacciono a me. Ciò che mi catturò definitivamente fu la sua storia: abbandonata all’altare appena un anno prima quando il fidanzato si era arreso alla propria omosessualità, malata di cuore e già sottoposta a un intervento, in osservazione costante e in attesa di un’ulteriore operazione risolutiva, viveva sola nella casa che avrebbe dovuto condividere col marito. Avrei avuto bisogno d’una crocerossina ma avevo io stesso velleità da crocerossino.

 Continuammo a chattare e scambiarci mail e foto quotidianamente per più di un mese. Le tenni virtualmente compagnia anche quando la ricoverarono in ospedale per un malore legato al cuore. Avevamo stretto un rapporto epistolare davvero intenso, come due innamorati ottocenteschi. Un nostro incontro era dato per scontato, mi parlava addirittura di cosa avrebbe cucinato qualora avessimo organizzato una cena a casa sua; sebbene le avessi parlato della mia situazione, dalle frasi che scriveva sembrava che immaginasse un futuro con me, e in quel momento della mia vita avevo proprio bisogno di simili attenzioni e speranze. Ci cascai così bene che contemplai seriamente la possibilità di abbandonare la mia famiglia per lei. A dispetto dei voli pindarici che spiccavamo insieme, non mi dette mai il numero di telefono sostenendo che sarebbe stato meglio sentire le reciproche voci dal vivo, né mi rivelò dove abitasse precisamente. Non riuscivo nemmeno a trovarla su Facebook. Io che mi vanto d’essere così intelligente non mi ero ammoscato nulla? Si avvicinò la data pianificata per l’incontro. Manco a dirlo, mi disse che doveva essere ricoverata d’urgenza in ospedale per un’operazione e di non preoccuparmi se non si fosse fatta viva nei giorni successivi. Non si fece viva e iniziai a preoccuparmi davvero. Le mandai diverse mail a cui ovviamente non rispose. Iniziai a supporre di essere stato ingannato. Be’, lo sperai perché le volevo bene e preferivo saperla fasulla che morta. Le mandai una mail dicendole che ero troppo preoccupato, stavo male e avevo bisogno di sapere la verità: se aveva giocato doveva dirmelo e amen.
Nessuna risposta. Dovevo fare qualcosa: mettendo insieme le informazioni che mi aveva dato feci una ricerca e chiamai l’ospedale dove era ricoverata ma mi risposero che non c’era nessuno registrato con quel nome; pensarono volessi fare uno scherzo. Io capii che lo scherzo l’avevo subito io, e finalmente la mia intelligenza sopita si svegliò: analizzando il tracking delle sue mail ipotizzai che la città in cui sosteneva d’abitare fosse quella vera; vedendo alcune foto dell’esterno di casa sua intuii come avrebbe dovuto presentarsi la zona vista dall’alto, così individuai la via tramite Google Maps; utilizzando Street View ebbi la conferma definitiva e scoprii il numero civico. Infine ottenni il numero telefonico di casa e il nome dell’uomo a cui era intestato. Le mandai una mail di ultimatum precisando che avrei potuto far squillare quel telefono. Stavolta rispose. Mi rivelò che si era inventata tutto, che era sua abitudine ingannare uomini in chat per poi sparire, che non sapeva nemmeno lei perché lo facesse. 

Era una donna molto grassa e obiettivamente molto brutta, davvero malata di cuore e in attesa di un intervento, sposata con un pover’uomo ignaro del comportamento della moglie. Le foto che mi aveva mandato erano quelle di sua cugina. Scoppiai a piangere davanti al computer. Quel volto che avevo guardato con tenerezza e che per me era diventato sinonimo di amore, quegli occhi digitali che credevo altrove scrutassero la digitalizzazione dei miei, quel corpo di cui già immaginavo il calore, appartenevano a una donna che nemmeno sapeva esistessi. 

IL FORUM DEI BRUTTI

Quella disavventura mi fece riflettere molto sul potere della bellezza: avrei provato certe sensazioni se avessi visto il suo vero volto fin dall’inizio? Ovviamente no. Atroce dubbio: che effetto faceva alle donne la vista del mio? Che speranze avevo d’essere amato? Tornai a pensare ossessivamente al mio passato, al fatto di aver dato il primo bacio a 25 anni, alle disavventure sentimentali, alle scarsissime esperienze, alle colpe di mia mamma, alla calvizie, e iniziai a cercare conferme su Google.
 Fu così che un link mi fece approdare al Forum dei Brutti, uno spazio ospitato da ForumFree e amministrato dall’utente Scarabocchio. Un luogo delirante fatto da persone deliranti. Fu amore a prima vista. Non potevo limitarmi a leggere: dovevo contribuire, quindi innanzitutto iscrivermi e scegliere un nickname. In quel momento nel lettore dei cd stava girando l’adagio della nona sinfonia di Mahler. Colsi l’attimo. Mi servirebbero cinque capitoli solo per descrivere la mia permanenza in quel forum di sfigati eccellenti: goliardia, humour nero, disperazione reale mischiata al trolling più becero, discorsi sui massimi sistemi e slogan ripetuti fino alla nausea (conta solo il bel faccino, è tutto finito, un brutto vero può avere al massimo due cesse obese ogni mille tentativi), attention whoring, flame come piovesse, minacce di morte per mano dell’anonima sarda e di solerti e affamati maiali, amicizie autentiche. È lì che ho conosciuto il Redpillatore, uno degli utenti più divertenti e profondi del forum. Il forum è stato la cassa di risonanza della mia autoanalisi: l’ho usato come un Caro Diario interattivo, ho cercato comprensione in persone che finalmente potevano davvero comprendermi, ho analizzato nuovi punti di vista che descrivevano una realtà altrimenti indecifrabile. Il forum è stato anche un amplificatore di sensazioni negative: quando la depressione riaffiorava, il confronto con gli utenti la intensificava facendomi sentire ancor più un fallito, un mostro pieno di difetti fisici, una creatura predestinata alla sofferenza. Finché, tra alti e bassi, arrivò quello che gli psicologi chiamano “episodio depressivo maggiore”.

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