19/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 3


Terza puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso le prime due parti corri a leggerle ai link qui sotto.

 

LIBERO ARBITRIO

 Convivemmo per due anni nella cittadina dove lavoravo, in un monolocale in affitto che pagavo interamente io. Lei raggiungeva l’università in un’ora di treno; io avrei potuto recarmi in azienda a piedi, tanto ero vicino. Furono due anni che riesco a ricordare con difficoltà: a tratti mi sembrano privi di eventi importanti, come fossi rimasto in standby, una spugna immersa in un liquido lentamente assorbito. Sforzandomi di raccogliere i pensieri per scrivere questa parte del racconto, mi viene naturale concentrarmi sugli aspetti negativi (arrivati in fondo alla lettura non vi sarà difficile capire perché) ma certamente vivere insieme è stato anche bello e istruttivo. Si trattava di un’esperienza che facevo in anticipo rispetto alla maggior parte dei miei coetanei, che per lo più vivevano ancora coi genitori. Dopo essere rimasto isolato per anni dall’universo femminile, improvvisamente ero costantemente a contatto con una donna, privo di una zona franca che occultasse gli imbarazzi dell’intimità quotidiana; perché una donna è anche pipì da seduti, porta del bagno aperta, bidet, ciclo, assorbenti, depilazione, biancheria intima stesa ad asciugare. E mi piaceva. 
Non era più necessario aspettare il fine settimana e viaggiare tre ore in macchina per fare sesso. Potevamo dormire abbracciati ogni notte, e nessun risveglio ci avrebbe costretto a decine di ultimi baci che rendessero sopportabile la separazione fino all’incontro successivo. Questo quadretto idilliaco non vi inganni: lei continuava a comportarsi come aveva sempre fatto, ostentando mutismo, assumendo comportamenti passivo-aggressivi in seguito a provocazioni che esistevano solo nella sua mente, sentendo frequentemente il suo ex, rifiutandosi di conoscere i miei amici e persino di visitare i miei genitori. Mio padre era da anni impegnato nella costruzione di una casa bifamiliare nel mio paese, con l’idea di destinare un appartamento a me e uno a mio fratello. Decidemmo di rendere velocemente abitabile la casa così da porre fine allo sperpero del denaro dell’affitto. Ci trasferimmo nella nuova dimora meno di due anni dopo aver iniziato la convivenza, all’inizio dell’estate, ma prima feci un’ulteriore rivoluzione: mi licenziai e mi misi in proprio, sia perché non ho mai tollerato che qualcuno potesse impormi cosa fare, sia perché avevo delle idee che preferivo arricchissero me anziché il mio capo, ma anche perché volevo stare il più possibile insieme a lei, e se avessi continuato a lavorare come dipendente vivendo nel mio paese sarei uscito la mattina presto per tornare la sera. 
Seguirono altri tre anni di convivenza ancora più privi di eventi dei due precedenti. Il mio errore, che fu anche un torto nei confronti di lei, fu quello di lasciarmi avviluppare dall’immobilismo: non uscivamo mai, i fine settimana erano indistinguibili dai giorni feriali, ogni giorno pareva la copia di quello appena concluso. Io non riuscivo a essere propositivo, nemmeno quando mi imponevo di esserlo, in parte perché - per quanto possa sembrare pazzesco - quella vita mi andava tutto sommato bene, in parte perché lei, pur essendo palesemente insoddisfatta, aspettava che fossi io a risolverle i problemi, e non era disposta ad aiutarmi ad aiutarla in alcun modo. Ci stavamo murando vivi in una casa vuota, fondendo le nostre due vite in un’unica non-vita. Ogni tanto uscivo con gli amici (che lei si rifiutava di frequentare) e ogni tanto venivano a trovarci i genitori e la sorella di lei (verso cui ero sempre più insofferente). Lei aveva talmente rallentato gli studi universitari da essere praticamente ferma, ma non lavorava né cercava lavoro. 
Badava ossessivamente alla pulizia e all’ordine della casa, rinfacciandomi per questo di non fare niente nonostante fossi l’unico ad avere un’attività che ci permetteva di vivere e fossi frequentemente impegnato nell’aiutare mio padre nel completamento della casa. A volte litigavamo, ma bastava poco per scoppiare a ridere dopo aver tenuto forzatamente il broncio. Alternavamo periodi in cui facevamo sesso quotidianamente ad altri di astinenza in cui lei mi accusava di essere interessato solo a scopare. Se la abbracciavo allora volevo solo portarla a letto. Idem se le davo un bacio sul collo mentre lavava i piatti. Se le accarezzavo i fianchi anziché un complimento era un insulto. Tale era la distorsione operata dalla sua mente. Il desiderio (magari reciproco) di fare l’amore la notte a letto era prontamente soffocato da lei che altrimenti avrebbe dovuto alzarsi per andare a lavarsi, e prevedeva che non ne avrebbe avuto voglia; vietato farlo anche la mattina appena svegliati perché le scappava e non voleva ritrovarsi costretta ad abbandonare le lenzuola calde a causa della vescica sollecitata. 
Così il sesso stava diventando sempre meno passione istintiva e sempre più “oh, che si fa, si scopa?” alle quattro del pomeriggio. Da qualche parte ho letto che più un uomo fa sesso con una donna e più si innamora di lei, mentre una donna più è innamorata di un uomo e più desidera fare sesso con lui. Be’, eravamo entrati in un circolo vizioso che ci stava allontanando e spegnendo. Non me ne rendevo pienamente conto e temo di non essere riuscito a descrivere quel tran tran sufficientemente bene da farvene rendere conto almeno a voi, ma mi stava avvelenando la vita. Stava avvelenando anche la sua e avrebbe avuto bisogno di qualcuno che fungesse da antidoto, ma io certamente non lo ero. Similmente, avrei avuto bisogno d’una donna forte che mi guidasse fuori dalle sabbie mobili, ma lei certamente non lo era. Non eravamo sposati e avremmo potuto lasciarci in qualsiasi momento senza particolari traumi. Invece ci venne l’idea di fare un figlio. 

SWEET CHILDREN OF MINE

A 31 anni ero padre e legato a quella donna ben più di quanto avrebbe potuto fare un matrimonio. Quel bambino mi condannò definitivamente… ma sapete una cosa? È impossibile pentirsi di aver fatto un figlio, anche quando si vorrebbe cambiarne la madre. In sala parto mi trovavo alle spalle della mia compagna cercando di aiutarla per quanto possibile (cioè zero) al culmine di un travaglio lunghissimo, quando lui finalmente si decise a mettere fuori la testa ed emise il primo suono che mi annunciava quanto reale fosse, molto più della promessa rappresentata dal pancione che lo ospitava. Poi lo estrassero completamente e lo vidi: mi meravigliai che avesse un aspetto preciso, mentre fino a un istante prima aveva tutti gli aspetti del mondo; soprattutto mi meravigliai di riconoscere i miei lineamenti in lui. Infine, mentre ricucivano i danni provocati dal suo passaggio, me lo misero in braccio avvolto in un panno e ci guardammo negli occhi, i suoi ovviamente ancora annebbiati.
 Messa da parte la poesia, gestire un figlio è complicato e faticoso, sia per la madre che per il padre. Ancora più complicato se la tua relazione è già a pezzi. Ancora più faticoso se non puoi nemmeno contare sui nonni, un paio perché lontani, gli altri due perché assenti. Improvvisamente non ero solo colpevole di non aiutare abbastanza a mantenere la casa ordinata e pulita (la stessa casa che vi ricordo stavo continuando a costruire con mio padre, impastando cemento, spostando pietre, legando tondini di ferro), ero colpevole di non badare a mio figlio quanto faceva lei. Ed era vero, non mi nasconderò dietro un dito, e devo ammettere che lei è un’ottima madre. Già da tempo sentivo che ciò che non funzionava avrebbe potuto e dovuto funzionare, che l’infelicità non era l’unica condizione di vita possibile, che le mie scelte erano state alquanto discutibili, che anzi non avevo nemmeno scelto ma mi ero lasciato trasportare dal corso degli eventi, da un destino nefasto che era stato deciso da altri quando ero ancora piccolo. Scivolai lentamente nella depressione e nel distaccamento che ciò comporta. Perché allora, dopo due anni di stress, di fatica, di allontanamento reciproco, di frustrazione, di risentimento, di privazioni, decidemmo di mettere al mondo un altro figlio? Mistero! Davvero non lo so spiegare. A onor del vero non fu una scelta ponderata come per il primo, ma non fu nemmeno un incidente. 
 Avevo 34 anni e già due figli. Stavolta arrivò una femminuccia a completare il quadretto, ma non eravamo decisamente la famiglia del Mulino Bianco. Quando nacque era già iniziato il mio risveglio, l’uscita dal guscio di sfigato in cui ero ancora ingabbiato: avevo iniziato a prendermi cura del mio aspetto, a fare esercizio fisico, a mettere in discussione gli abiti che indossavo, la mia attività aveva ingranato e guadagnavo bene, ero rispettato nel mio ambiente di lavoro, clienti importanti utilizzavano prodotti col mio marchio bene in vista, davo del tu ad amministratori delegati e dirigenti di società che fatturavano cento milioni l’anno, senza sentirmi in soggezione e anzi dimostrando molta spontaneità. Anche con le donne.

LA TEDESCA

 Un conoscente di Firenze che capitava spesso nel mio paese aveva organizzato una grigliata notturna in un campo non lontano da casa mia a cui avrebbero partecipato mio fratello e dei giapponesi venuti con lui dalla città. Anche un mio grande amico era stato invitato e mi supplicò di partecipare dato che gli altri presenti non brillavano per simpatia. Il mio amico ed io lasciammo la macchina in uno spiazzo e ci incamminammo verso il luogo della grigliata, inerpicandoci per lo stradello che conduceva alla radura circondata dagli alberi dove sarebbe stato acceso il fuoco, lo stesso posto dove avevo guardato le stelle con la mia prima ragazza. Gli altri erano già là. Quando arrivammo fummo folgorati da una sorpresa: inaspettatamente era presente una fanciulla tedesca, e che fanciulla! Ventenne, alta, prosperosa, dai lunghi capelli biondi e dai lineamenti marcati e femminili. Appariva ancora più bella sperduta tra quegli uomini. Era in vacanza in Italia ed era stata coinvolta da uno dei giapponesi, che presumibilmente avrebbe voluto provarci. Non era il solo: tutti i maschi presenti avevano l’acquolina in bocca, e non per la carne che si cuoceva sul fuoco. Chissà lei come si sentiva, rendendosi conto d’essere l’unica femmina in mezzo a un gruppo di affamati, di notte, in mezzo a un bosco, lontano dalla civiltà. Non saprei dire perché lo feci, ma l’istinto mi spinse subito verso di lei, quando anni prima le sarei stato il più lontano possibile e non sarei nemmeno riuscito a dirle ciao. 
Iniziai a scherzarci amabilmente e lei reagì subito positivamente. Studiava italiano e quindi lo biascicava un po’, ma parlammo prevalentemente in inglese. Non volevo dare l’impressione d’essere un cane affamato gettato sull’osso, così alternai lo scambio di battute con lei alla conoscenza dei ragazzi giapponesi, che ovviamente erano per me altrettanto sconosciuti. Feci il brillante e anche loro reagirono positivamente. Insomma, fungevo da collante e devo dire che il mio entusiasmo ravvivò il gruppo, che prima del mio arrivo era muto e imbarazzato. Ovviamente la persona che mi interessava davvero non aveva nazionalità del Sol Levante ma tedesca, così mi spostai sempre più verso di lei - che continuava a versarmi da bere riempiendo i nostri bicchieri - finché la grigliata si divise in due gruppi netti: da una parte noi due, dall’altra tutti gli altri. Calò la notte ed eravamo piuttosto alticci: ridevamo sguaiatamente d’ogni stupidaggine, mischiavamo parole italiane, inglesi e tedesche, parlavamo d’arte (che lei studiava), facevamo profonde osservazioni sulla luna. 
Ci adagiammo vicino al fuoco e ci baciammo. Durò pochissimo, poi lei si ritrasse dicendomi “non posso” (eh sì, anche lei fidanzata, il ragazzo era rimasto a Monaco). Prima di tornare a Firenze mi abbracciò stretto e volle mandarmi una richiesta d’amicizia su Facebook per tenerci in contatto. Ho dedicato spazio a questo episodio della mia vita perché, a dispetto della sua apparente insignificanza, fu secondo me un punto di svolta: per la prima volta mi sentii il vincente della situazione, il maschio alfa, e per di più proprio nelle mie zone, da sempre teatro delle mie sconfitte. Anche gli altri presenti lo avevano percepito: quella sera il mio amico si sentì in dovere di confidarmi che la sorella della ragazza che frequentava aveva espresso parole di apprezzamento nei miei confronti. Perché non lo aveva detto prima? Credo che me lo disse solo allora proprio perché inconsciamente mi aveva riconosciuto come alfa. Quella bellezza teutonica a cui non ero abituato e che mai avrei pensato di poter attrarre produsse in me tutti i sintomi dell’innamoramento. La colpa era della feniletilamina, il cosiddetto ormone della felicità, prodotto in quantità industriale in seguito a quell’evento e responsabile del battito accelerato e della sensazione di gioia, eccitazione, euforia, infaticabilità e persino mancanza di appetito. Il problema della feniletilamina è che quando la sua produzione cessa bruscamente (ad esempio perché l’oggetto dell’amore non ricambia) il corpo e la mente vanno in crisi d’astinenza, e sono dolori.  
Sprofondai in un nuovo stato depresso, e stavolta ebbi molti quesiti con cui arrovellarmi il cervello: avrei potuto avere di più? La tedesca era stata un caso? Le ero davvero piaciuto o era solo ubriaca? Chi ero io, uno sfigato o un seduttore? Qual era il mio valore? Chi soffre di carenze d’autostima ha bisogno degli altri per determinare il proprio valore, e io non potevo mettermi alla prova liberamente. Mi ero fregato con le mie stesse mani.

GIULIA


 Al culmine di quel periodo di depressione approdai a una chat senza registrazione dove bastava scegliere un nickname “usa e getta” e si era subito pronti a contattare le altre persone connesse. Fu così che conobbi Giulia, l’unico personaggio di questa storia di cui scriverò il nome (tra poco capirete perché). Devo ammetterlo: sono sempre stato bravo a mettere insieme le parole, e in un luogo virtuale foderato di frasi e privo di immagini riesco a muovermi meglio di John Travolta in discoteca. Ricordo ancora la frase che mi uscì chattando con una bassista, in risposta all’osservazione su quanto il suo strumento sia importante nonostante molti ascoltatori inesperti non riescano a distinguerne le note: “il basso è la linfa vitale che scorre nei canali sotterranei della musica”. La colpì. 

Non pretendo colpisca anche voi - a meno che non siate fan di Moccia - però ammetterete la sua seducente aura poetica. (In quanto a te, sconosciuta bassista livornese di cui non ricordo il nome, se leggi questa frase ricordati che sei in debito di una notte di sesso bollente.) Con Giulia fu una prima chiacchierata piacevole, ma certamente non esaltante. Ciò che mi esaltò fu ricevere le sue foto per mail: era una ragazza inaspettatamente carina, acqua e sapone, coi capelli lunghi e scuri come piacciono a me. Ciò che mi catturò definitivamente fu la sua storia: abbandonata all’altare appena un anno prima quando il fidanzato si era arreso alla propria omosessualità, malata di cuore e già sottoposta a un intervento, in osservazione costante e in attesa di un’ulteriore operazione risolutiva, viveva sola nella casa che avrebbe dovuto condividere col marito. Avrei avuto bisogno d’una crocerossina ma avevo io stesso velleità da crocerossino.

 Continuammo a chattare e scambiarci mail e foto quotidianamente per più di un mese. Le tenni virtualmente compagnia anche quando la ricoverarono in ospedale per un malore legato al cuore. Avevamo stretto un rapporto epistolare davvero intenso, come due innamorati ottocenteschi. Un nostro incontro era dato per scontato, mi parlava addirittura di cosa avrebbe cucinato qualora avessimo organizzato una cena a casa sua; sebbene le avessi parlato della mia situazione, dalle frasi che scriveva sembrava che immaginasse un futuro con me, e in quel momento della mia vita avevo proprio bisogno di simili attenzioni e speranze. Ci cascai così bene che contemplai seriamente la possibilità di abbandonare la mia famiglia per lei. A dispetto dei voli pindarici che spiccavamo insieme, non mi dette mai il numero di telefono sostenendo che sarebbe stato meglio sentire le reciproche voci dal vivo, né mi rivelò dove abitasse precisamente. Non riuscivo nemmeno a trovarla su Facebook. Io che mi vanto d’essere così intelligente non mi ero ammoscato nulla? Si avvicinò la data pianificata per l’incontro. Manco a dirlo, mi disse che doveva essere ricoverata d’urgenza in ospedale per un’operazione e di non preoccuparmi se non si fosse fatta viva nei giorni successivi. Non si fece viva e iniziai a preoccuparmi davvero. Le mandai diverse mail a cui ovviamente non rispose. Iniziai a supporre di essere stato ingannato. Be’, lo sperai perché le volevo bene e preferivo saperla fasulla che morta. Le mandai una mail dicendole che ero troppo preoccupato, stavo male e avevo bisogno di sapere la verità: se aveva giocato doveva dirmelo e amen.
Nessuna risposta. Dovevo fare qualcosa: mettendo insieme le informazioni che mi aveva dato feci una ricerca e chiamai l’ospedale dove era ricoverata ma mi risposero che non c’era nessuno registrato con quel nome; pensarono volessi fare uno scherzo. Io capii che lo scherzo l’avevo subito io, e finalmente la mia intelligenza sopita si svegliò: analizzando il tracking delle sue mail ipotizzai che la città in cui sosteneva d’abitare fosse quella vera; vedendo alcune foto dell’esterno di casa sua intuii come avrebbe dovuto presentarsi la zona vista dall’alto, così individuai la via tramite Google Maps; utilizzando Street View ebbi la conferma definitiva e scoprii il numero civico. Infine ottenni il numero telefonico di casa e il nome dell’uomo a cui era intestato. Le mandai una mail di ultimatum precisando che avrei potuto far squillare quel telefono. Stavolta rispose. Mi rivelò che si era inventata tutto, che era sua abitudine ingannare uomini in chat per poi sparire, che non sapeva nemmeno lei perché lo facesse. 

Era una donna molto grassa e obiettivamente molto brutta, davvero malata di cuore e in attesa di un intervento, sposata con un pover’uomo ignaro del comportamento della moglie. Le foto che mi aveva mandato erano quelle di sua cugina. Scoppiai a piangere davanti al computer. Quel volto che avevo guardato con tenerezza e che per me era diventato sinonimo di amore, quegli occhi digitali che credevo altrove scrutassero la digitalizzazione dei miei, quel corpo di cui già immaginavo il calore, appartenevano a una donna che nemmeno sapeva esistessi. 

IL FORUM DEI BRUTTI

Quella disavventura mi fece riflettere molto sul potere della bellezza: avrei provato certe sensazioni se avessi visto il suo vero volto fin dall’inizio? Ovviamente no. Atroce dubbio: che effetto faceva alle donne la vista del mio? Che speranze avevo d’essere amato? Tornai a pensare ossessivamente al mio passato, al fatto di aver dato il primo bacio a 25 anni, alle disavventure sentimentali, alle scarsissime esperienze, alle colpe di mia mamma, alla calvizie, e iniziai a cercare conferme su Google.
 Fu così che un link mi fece approdare al Forum dei Brutti, uno spazio ospitato da ForumFree e amministrato dall’utente Scarabocchio. Un luogo delirante fatto da persone deliranti. Fu amore a prima vista. Non potevo limitarmi a leggere: dovevo contribuire, quindi innanzitutto iscrivermi e scegliere un nickname. In quel momento nel lettore dei cd stava girando l’adagio della nona sinfonia di Mahler. Colsi l’attimo. Mi servirebbero cinque capitoli solo per descrivere la mia permanenza in quel forum di sfigati eccellenti: goliardia, humour nero, disperazione reale mischiata al trolling più becero, discorsi sui massimi sistemi e slogan ripetuti fino alla nausea (conta solo il bel faccino, è tutto finito, un brutto vero può avere al massimo due cesse obese ogni mille tentativi), attention whoring, flame come piovesse, minacce di morte per mano dell’anonima sarda e di solerti e affamati maiali, amicizie autentiche. È lì che ho conosciuto il Redpillatore, uno degli utenti più divertenti e profondi del forum. Il forum è stato la cassa di risonanza della mia autoanalisi: l’ho usato come un Caro Diario interattivo, ho cercato comprensione in persone che finalmente potevano davvero comprendermi, ho analizzato nuovi punti di vista che descrivevano una realtà altrimenti indecifrabile. Il forum è stato anche un amplificatore di sensazioni negative: quando la depressione riaffiorava, il confronto con gli utenti la intensificava facendomi sentire ancor più un fallito, un mostro pieno di difetti fisici, una creatura predestinata alla sofferenza. Finché, tra alti e bassi, arrivò quello che gli psicologi chiamano “episodio depressivo maggiore”.

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18/10/18

La Soluzione al Problema Incel? L' Astinenza



Caro Redpillatore,

leggo la tua pagina da qualche tempo e, attraverso di essa, ho appreso dell’esistenza della LMS Theory.

Devo confessarti che non sono molto avvezzo ai social media, anche per questioni anagrafiche (credo di essere più vecchio di te e della gran parte degli utenti della tua pagina); tuttavia vi ho trovato la conferma a convinzioni profonde maturate in una vita in cui mi è spesso capitato, per caso o per lavoro, di occuparmi di coppie separate o divorziate.

I complimenti per la tua pagina sono, in tal senso, davvero sentiti.

Ciò posto, mi permetto di proporti quelli che non sono certo dei “correttivi” alla teoria, che anzi poggia su basi solidissime, ma semplici pensieri – parole in libertà, diciamo pure- circa un tema che mi appare decisivo.

La domanda fondamentale a cui penso cerchino risposta ogni giorno della loro vita buona parte degli uomini, ivi inclusi coloro che visitano la tua pagina è: dunque, che fare?


Appurato cioè che risponde al vero tutto quanto la teoria LMS afferma e che, quindi, per molti una normale relazione resterà solo un miraggio, se non dopo i 40/50, dato per scontato tutto ciò... ch’avemo a ffà? Se femm?

Se posso, vorrei provare in qualche modo a dare una risposta. Fondamentalmente, le vie sono due: la prima, arcinota, è la prostituzione. Sul punto non mi dilungo perché mi sembra tu abbia già sviscerato l’argomento più volte.
C’è però anche una seconda strada, sempre più snobbata al giorno d’oggi, che in passato ha però avuto grande successo: l’astinenza.

Con ciò intendo non solo la mancanza di rapporti sessuali (quella è ovvia, se stiamo parlando di incel...), ma di qualunque attività sessuale (masturbazione compresa).
Riderai, probabilmente, o forse no. Ma quel che dico è vero.
Non è difficile vivere senza sesso; solo i primi tempi sono un po’ duri, ma poi diventa assolutamente naturale. Il testosterone, anche se non sembra, è una bestia facile da addomesticare perché si, è feroce, ma anche prevedibile.

All’uomo che decida di vivere così si spalancano orizzonti, oceani, universi.È incredibile quale parte della nostra vita e delle nostre energie siano monopolizzati dal sesso; ed in fondo, a pensarci bene, si tratta di una giostra folle: ci lanciamo in avventure pericolosissime, ci copriamo di ridicolo, ci sobbarchiamo di spese spaventose, il tutto per giungere al tanto agognato deliquio post orgasmico.



Il quale presenta poi tutti i suoi costi, mai indifferenti, il più delle volte enormi, in termini economici, di stress, di autostima, di tempo perduto.
Se non erro –ma è probabile che invece sia così- esiste una definizione che il gergo “redpill” dà di chi abbia intrapreso questa strada: “volcel”.
Se posso permettermi, anzi, sarebbe bello che dedicassi a questo tema qualche articolo in più.

Al di là delle questioni terminologiche, però, si tratta un fenomeno antichissimo: pensa al monachesimo (cristiano e non), all’eremitismo, all’anacoretismo che per secoli e millenni il mondo ha conosciuto.

Ad essere onesti, anzi, quasi tutti i più grandi saggi della storia, da Buddha a Gesù Cristo, potrebbero oggi definirsi “volcel”.



Non è una forma di ribellione verso un sistema che –è un fatto oggettivo- si va ormai avvitando in una spirale autodistruttiva.
Non è nemmeno la scelta di chi si improvvisi entomologo del genere umano, preferendo osservare
la vita piuttosto che viverla, magari creandoci sopra una pagina Facebook...


Nossignore, è molto di più: è riconquista della propria libertà.
Non più marionette della Natura, non più vittime del ruolo di “riproduttori” che la società ha ritagliato per noi, ma Uomini. Certo, dirai tu, la sessualità è importante; è un bisogno naturale, quanto quello di nutrirsi e dissetarsi. E chi lo nega? ​

Tuttavia, mentre non si può vivere senz’acqua o senza cibo, vivere senza sesso si può.
Si riacquista anche la propria razionalità (non a caso, come detto, proprio i saggi spesso vivono in “castità”), perché si vede la realtà per quello che è, non più deformata attraverso la lente del sesso.
Non sto suggerendo ai ragazzi di oggi di emulare Origene, evirandosi. Certo che no.
Ma di essere Uomini, questo si. Senza contare che l’assenza interesse verso il genere femminile,
soprattutto quando sia naturale (e non ostentata, come quella che consigliano i PUA), disorienta le
donne conducendole a reazioni esilaranti.
Di più, se diffusa, essa giungerebbe ad intaccare l’essenza stessa del loro potere.
Del resto, non è nemmeno scelta da consigliarsi esclusivamente ai brutti. Anche i belli, infatti,
invecchiano, magari impoveriscono, e si ritrovano soli. Potrei sbagliarmi ma credo che tu stesso, in un recente post, abbia messo in luce quest’aspetto.
Direi addirittura che per i belli ritrovatisi di colpo brutti è forse anche peggio, perché rimpiangono
la vita che non hanno più (i brutti invece rimpiangono in genere assai poco) e si vengono a trovare
in una condizione che non sanno minimamente gestire.

Considera peraltro che il periodo che abbiamo da vivere come brutti (over 50) non è inferiore a quello che avremo vissuto da belli e sessualmente attivi, posto di esserlo mai stati. Ergo, farsi due conti non sarebbe male per nessuno.

Quella dei “volcel” è, alla fine, la scelta più razionale, anche se la meno conveniente per la società nel suo complesso.
È, in fondo, la Ragione che vince sull’istinto e, perché no, sulla Natura stessa.
E, del resto, come diceva il più celebre degli Incel, redpillato ante litteram, quest’ultima è madre di parto, ma di voler matrigna. Dunque non mi preoccuperei più di tanto di ignorare i suoi piani, perché in essi il nostro benessere non è neanche lontanamente contemplato.
Essere liberi, anzi, Liberi; non di quella libertà fasulla che ci viene propinata ogni giorno: libertà di
godere, di scopare, di darsi a qualunque piacere che presto diventa vizio, e dunque droga su cui campano migliaia di avvoltoi.
Questa finta libertà, che poi, al contrario, è appunto schiavitù, non giova a nulla. Gli attori porno versano, quasi tutti, in grave depressione, nonostante l’invidia e l’idolatria di cui sono fatti oggetto.

Schiavi del loro stesso piacere, divenuto droga.


Quella di cui parlo io è un’altra cosa: è Libertà vera, sano distacco dalle proprie pulsioni che conduce a uno stato di felicità diversamente irraggiungibile e conferisce una forza spaventosa in qualunque relazione umana. Si tratta, alla fine, di essere Uomini; il che, oltre che un diritto, è un dovere morale.
Bene, mi son dilungato oltre ogni misura (ed, anzi, ho ridotto più volte il pezzo...). Per questo motivo mi scuso, ti ringrazio e ti saluto.

Continua così.


Il proph. 


Il Redpillatore Risponde


Ciao, leggendoti mi è venuto in mente Napoleon Hill, non so se lo conosci.
Nel suo libro più celebre, "Pensa e arricchisci te stesso", molto famoso nella community pua e menzionato anche in The Game di Neil Strauss, parla della "trasmutazione sessuale", ovvero del convogliare le energie sessuali verso altre attività e ritiene che sia proprio la capacità di incanalare l'impulso sessuale, che è l'energia più forte che Madre Natura ci ha dato, ciò che fa la differenza tra mediocrità e genialità.

Penso che il tuo discorso sia sensato, e se uno riesce a fare a meno di pensare al sesso e non farsi rovinare la vita dall'incelness buon per lui.

Su di me ho sempre trovato il discorso inapplicabile.
Non ricordo di aver passato una settimana in vita mia senza masturbarmi e anche quando avevo una ragazza e avevo rapporti più o meno regolari, ogni volta che ritornavo a casa dopo essermi incontrato con lei mi masturbavo ugualmente.

Credo che il desiderio sessuale sia estremamente soggettivo, oltre che dipendente dall'età (mi pare di capire che tu abbia intorno ai 40-50 anni quindi in parte il tuo punto di vista potrebbe anche essere influenzato dalla tua età), quindi sublimare il desiderio sessuale in altre attività non è per tutti così semplice.

Però, ripeto, se uno vuole prendere quella strada io certo non glielo impedisco, anche se francamente avrei zero consigli da dargli a tal proposito ed ecco perché non parlo di quel tema.

Considera però anche un'ultima cosa: diversi studi dimostrano come masturbarsi sia importante dal punto di vista salutistico. Il ristagno del liquido seminale favorisce la comparsa di prostatiti ed è anche associato ad un maggior rischio di cancro alla prostata.

Temo quindi che eliminare anche totalmente la masturbazione non sia proprio consigliabile.

Ciao e grazie di seguirmi!
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17/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 2




La seconda puntata della mini-biografia redpillata di Mahler. Se hai perso la prima parte corri a leggerla al link qui sotto.




IL PRIMO BACIO


 Eppure alla fine l'universo mi portò qualcosa. Avevo 25 anni e avevo dei capelli ridicoli: mi ostinavo a portarli lunghi nonostante fosse evidente che alla sommità i follicoli avevano combattuto una tremenda battaglia col DHT (un derivato del testosterone: noi calvi diveniamo nostro malgrado esperti endocrinologi) venendo miseramente sconfitti. La guerra sarebbe stata definitivamente persa di lì a poco, lasciando una landa desolata e infertile degna d’un bombardamento nucleare. Da pochi mesi ero entrato nel club dei lavoratori dipendenti, avendo così iniziato a guadagnare i primi soldi; l’azienda si trovava a mezz'ora d’auto da casa mia e vi lavoravano alcuni amici ex compagni di scuola. Era passata la primavera, la stagione del risveglio dei sensi, ed era giunta l’ennesima estate, l’ennesima alba che illuminava la mia immarcescibile verginità. 

Non mi ero arreso, ma non speravo più in niente. Con questo stato d’animo mi ritrovai a frequentare in amicizia una diciottenne che in estate veniva dalle mie parti per trovare la nonna. Non era stata una mia iniziativa: la madre di lei mi aveva chiesto il favore di farlo, dato che la figlia non brillava per socievolezza e non conosceva nessuno. La portai con me diverse volte coinvolgendola nelle uscite coi miei amici, finché iniziammo a rimanere sempre più spesso soli. Una sera eravamo in un campo a vedere le stelle cadenti e facendoci reciprocamente il solletico accarezzai per la prima volta la gamba di una ragazza (wow!). Non ci baciammo anche se sarebbe stato naturale farlo, ma è quella la sera che ricordo con più gioia, fatta di momenti così magicamente innocenti che - da profano - associo alle sensazioni che sarebbe stato giusto sperimentare da adolescente. Credo di essermi innamorato di lei quella sera.

 La sera successiva eravamo in giro in macchina ed era evidente che dovesse succedere qualcosa. L’avevo capito persino io nonostante il simpatico omino che vive nel mio cervello continuasse a ripetermi sghignazzando: “ahah, non dire cazzate, tu non piaci a nessuna, nessuna!” L’avevo capito ma non avevo idea di cosa fare: i pensieri ansiosi come sempre bloccavano le mie azioni. Eravamo parcheggiati in una piazzola isolata; a un certo punto lei, evidentemente frustrata dal mio immobilismo, tese una mano e tirò giù la zip del cardigan che indossavo; ma niente, nemmeno quello riuscì a smuovermi: il semaforo era verde, le macchine dietro strombazzavano innervosite, e io ero nel panico col motore spento. Tirai su la zip, riaccesi il motore e guidai ancora un po’, per poi fermarmi in un altro parcheggio semideserto. 

 Parlavamo e io ero disteso con la testa sulle sue gambe mentre mentalmente mi incitavo: fallo, fallo, fallo. E accadde. Incredibilmente detti retta a me stesso, mi sollevai, e la baciai. Ricordo ancora benissimo la sensazione di lei che rispondeva al mio bacio, la sua lingua che mi entrava in bocca e toccava la mia danzando delicatamente nel palato. Non mi addentrerò in ulteriori dettagli per rispetto di lei. Vi basti sapere che in quella sessione di scuole serali mi misi in pari facendo un corso intensivo. Troppo intenso: la mattina seguente ero talmente stravolto che per poco non feci un frontale andando a lavoro!

 La cosa strana è che non ero sopraffatto dalla felicità; anzi, dentro di me albergava un misto di sensazioni positive e negative: eccitazione, senso di colpa, inadeguatezza, gioiosa incredulità, ansia per il futuro. Fortunatamente i sentimenti negativi svanirono nel giro di poche ore, lasciando solamente un gran desiderio di rivederla per continuare a esplorare il suo corpo di donna. 

UN ADULTO FIDANZATINO 


Continuammo a vederci quotidianamente, poi lei andò alcuni giorni al mare con le amiche come da programma, quindi tornò di nuovo nel mio paese. In quel breve periodo di separazione e attesa mi ero innamorato ancora di più, tant’è che quando la rividi la trovai bellissima, come l’apparizione d’una Madonna. A dispetto del mio crescente amore, durante quei nuovi giorni insieme mi sembrò fredda, distante, tormentata; sembrava in bilico tra la voglia di concedersi fisicamente e quella di resistermi. La mia inesperienza sessuale ovviamente non aiutò a spingerla nella direzione che avrei voluto. Infine le scuole riaprirono e tornò nella sua città. Una relazione non sarebbe stata impossibile, in fin dei conti abitava ad appena un’ora d’auto, e infatti io la consideravo la mia ragazza. Però non mi permise mai di andarla a trovare accampando scuse, finché un giorno di inizio autunno ero a tavola apprestandomi a pranzare quando improvvisamente mi si chiuse lo stomaco: un suo sms mi informava che era confusa e si trovava sul treno per andare a passare il fine settimana fuori regione a casa del suo ex (in seguito seppi che ex non era, dato che non si erano ufficialmente lasciati nel periodo in cui stavamo insieme). Provai a chiamarla ma a quanto pare tra le donne è diffuso il pensiero che, dopo aver sganciato una bomba, sia meglio troncare ogni comunicazione radio. Per il bene dell’uomo, ça va sans dire. 

Mi crollò il mondo addosso: ero impotente mentre l’unica gioia che l’universo mi aveva portato stava andando a farsi scopare da un altro uomo. Ero un 25enne sentimentalmente immaturo e reagii in maniera eccessivamente drammatica a quella che qualunque coetaneo avrebbe considerato una storiella estiva giunta al termine. Anziché replicare con un orgoglioso “fanculo, avanti la prossima” cercai disperatamente di riconquistarla e fui protagonista di un paio di scenate veramente ridicole, di cui mi vergogno profondamente. L’ultima terminò con me in lacrime tra le sue braccia, la sera che vennero suggellate la mia sconfitta e la vittoria dell’ex.

 Nei giorni seguenti, sempre più abbattuto, mi trovai in lacrime anche tra le braccia di un carissimo amico e collega di lavoro, che mi dette un consiglio che si sarebbe rivelato risolutivo per la mia vita. In positivo o in negativo lo lascerò decidere a voi. 

C6: COLPITO E AFFONDATO 


Il mio amico mi consigliò di installare sul computer un programma di chat allora relativamente diffuso: C6. A quel tempo le chat non erano il regno dell’apparenza, dell’egocentrismo e della pretenziosità femminile che conosciamo oggi, in parte perché erano appannaggio di pochi timidi e timide che cercavano strade alternative alle difficoltà sociali della vita reale, ma principalmente perché la banda a disposizione era poca e quindi le immagini e i video non potevano essere al centro dell’attenzione, tant’è che non era nemmeno prevista una foto del profilo. Si sceglieva un nickname e ci si buttava nella mischia. Certo, era sempre possibile scambiarsi foto, magari per mail, ma non era qualcosa di scontato o addirittura obbligatorio. 

 Nel giro di poco tempo riuscii a organizzare un paio di incontri con delle ragazze della mia provincia, senza però combinare nulla. Nonostante i due insuccessi, fu positivo constatare quanto fossi cambiato grazie a quell’unica esperienza estiva: ero propositivo, mi sentivo a mio agio, non avevo difficoltà a parlare, anche se - va detto - non provai a baciarle. Nemmeno il due di picche esplicito della prima ragazza, che rifiutò un secondo incontro, mi abbatté. Nel frattempo continuavo a chattare con una ragazza di un’altra regione conosciuta fin dai primi giorni di C6, quando non avevo ancora capito che era opportuno impostare il filtro geografico prima di procedere alla ricerca delle utentesse online. Questa ragazza si comportava in maniera alquanto strana e talvolta mi faceva persino dubitare fosse una femmina. Su sua richiesta le avevo inviato diverse foto e le ero piaciuto molto fisicamente, ma lei si rifiutava di mandarne a me, sostenendo di essere grassissima e di non volere farsi vedere. Inoltre era scostante, spesso si esprimeva a monosillabi, si offendeva per un nonnulla ed era incredibilmente permalosa. Non fossi stato lo sfigato che ero, probabilmente l’avrei mandata subito a quel paese. Alla fine la convinsi a mandarmi quelle benedette foto, e mi resi conto che era davvero una ragazza diciannovenne e non era assolutamente grassa. 

Organizzammo un incontro a casa mia per l’ultimo dell’anno, ormai prossimo. Prima di incontrarla feci qualcosa di cui allora non potevo immaginare l’importanza, altrimenti avrei immortalato in una foto quel momento storico: mi rasai la testa a zero. Da quel giorno di tanti anni fa i miei capelli non sono mai stati più lunghi di pochi millimetri. Chissà, forse sono un Sansone alla rovescia: tutta la mia debolezza risiedeva nei capelli e liberarmene mi permise finalmente di spiccare il volo. Un volo a capofitto nel precipizio... ma andiamo con ordine. 

 Ci incontrammo e lei era decisamente timida e imbarazzata mentre io non lo ero per niente, e questo mi pose in netta posizione di superiorità: sul divano provai a baciarla con spavalderia e rispose subito positivamente al mio bacio. Quella sera finimmo a letto insieme e per la prima volta dormii con una donna. Dormire insieme è una pratica che troppo spesso viene sottovalutata: io la considero una delle esperienze più profonde che un uomo possa avere con una donna. Abbandonarsi alle braccia di Morfeo dopo essersi abbandonati l’uno all’abbraccio dell’altra è un segno di grande fiducia reciproca, anche se non escludo che per un maschio sia un modo inconscio di “maternizzare” la partner. 

LA SBRONZA 


Devo essere sincero: non fu amore a prima vista. Non posso dire di essere stato travolto dal suo aspetto, o dal suo modo di fare, o dai suoi pensieri. Forse la nostra relazione avrebbe dovuto nascere e morire quella prima sera, anche considerato che ci separavano quasi tre ore di auto. Invece continuai a vederla, un po’ per inerzia, un po’ perché il destino tesseva trame intricate e appiccicose come la tela d’un ragno. Si presentò nuovamente uno scenario simile a quello che avevo appena vissuto con la precedente ragazza: un ex ingombrante che non si capiva quanto ex fosse, distante geograficamente in quanto viveva in un’altra regione ma assiduo in quanto anch’egli disperatamente sfigato, lei così legata a lui da non riuscire a smettere di sentirlo telefonicamente nonostante le conversazioni finissero immancabilmente in litigi. Anzi, sembrava che lei avesse bisogno di quei litigi come dell’aria. 

Stavamo insieme da meno di un mese e mi disse che doveva fare chiarezza e che sarebbe andata da lui per passare il fine settimana, che avrebbe dormito nel suo letto ma non sarebbe successo niente. Mi impuntai e le dissi che non lo avrei accettato. Accettò il mio ultimatum e annullò l’incontro, ma non smise mai di sentirlo per telefono, finendo per parlare più con lui che con me, eleggendo lui a confidente del suo cuore e relegando me al ruolo di muto fidanzato. Naturalmente una persona sana di mente non avrebbe mai accettato tutto questo, soprattutto per una donna appena conosciuta e per la quale non era nemmeno scattato il proverbiale colpo di fulmine. Io però non ero sano di mente: ero entrato da poco in un mondo nuovo, un territorio affascinante ma ostile, convinto di dover difendere ogni millimetro conquistato perché se avessi ceduto sarei certamente tornato alla desolante solitudine che avevo lasciato pochi mesi prima, l’unica realtà a quel tempo vividamente impressa nella mia mente. Avevo le sembianze giuste per mimetizzarmi, quelle di un adulto, ma sapevo bene di essere un bluff, un fanciullo che poteva essere scoperto in qualunque momento. 

Inoltre non potevo tollerare d’essere nuovamente battuto da un altro uomo: era in gioco il mio orgoglio e ricordavo perfettamente il bruciore della precedente sconfitta per mano dell’ex. Non solo: ero come annebbiato dai fumi dell’alcool, mi ero rapidamente ubriacato come chi beve un bicchiere a stomaco vuoto, e l’euforia portata dal vino mi incatenava alla bottiglia. Allontanarmi da casa e dal paese, ritrovarmi in un luogo così differente (in una città!), rimanere a dormire da lei, passeggiare mano nella mano, accompagnarla al centro commerciale, avere qualcuna da chiamare e che mi chiamasse: ero innamorato di quelle sensazioni mai sperimentate prima, mi sentivo finalmente accettato nel club delle persone normali; confuso ed estasiato mi muovevo a tentoni, le cose accadevano più velocemente di quanto riuscissi a decodificarle, e in mezzo a quella giostra lei era l’unico punto fermo. Lei era Virgilio che mi accompagnava fuori dall’inferno, e io, ubriaco com’ero, l’avevo scambiata per Beatrice. Continuammo a vederci ogni fine settimana. Io strappavo al lavoro ogni minuto possibile per raggiungerla e stare con lei. Al di là degli aspetti positivi che ho già descritto - e che per me rappresentavano una novità assoluta - il nostro rapporto era piuttosto disfunzionale e frustrante.


 Lei continuava a offendersi per nulla esattamente come faceva in chat, interpretando negativamente qualunque cosa io dicessi, prendendo per insulti qualunque critica o battuta, rifiutandosi di esprimere qualsiasi opinione preferendo trincerarsi dietro a un’infinità di “non lo so”. A dire il vero questi comportamenti erano presenti in minima parte quando eravamo fisicamente insieme, ma diventavano la prassi durante la settimana al telefono. A volte smetteva di rispondere alla mie chiamate e ai miei messaggi, a volte mi lasciava per poi riprendermi il giorno dopo. Io ci soffrivo ma mi stavo abituando a quel nuovo tipo di sofferenza: è incredibile quanto il dolore e le privazioni possano legare un animo tormentato. Anziché fuggire a gambe levate cercavo in tutti i modi di averla vinta, manco fosse una gara: se lei non mi rispondeva continuavo a chiamarla finché non si arrendeva, se mi lasciava al telefono mi facevo tre ore di auto per farle la sorpresa di trovarmi di fronte al suo portone, se sentiva il suo ex la tormentavo finché non mi rivelava cosa si erano detti. I mesi passarono rapidi e il nostro rapporto si contorse sempre più, attorcigliandoci l’uno all’altra in una stretta soffocante ma difficilmente snodabile. Finché arrivò giugno e la fine della scuola e lei dovette decidere in quale università iscriversi. Ebbi una “grande” idea: iscriviti nella città vicina a quella dove lavoro, così prendiamo una casa in affitto! Poco più di un anno dopo aver dato il primo bacio, già convivevo.

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15/10/18

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R) - PARTE 1


Il Redpillatore mi ha proposto di scrivere la mia storia. Dato che parlare di me è una delle cose che amo di più, ho accettato e ora vi beccate 'sto mattone che manco "Guerra e Pace". 

LE ORIGINI DEL MA(H)LE(R)


Partiamo dalla caratteristica che più d'ogni altra sintetizza la mia presenza nei circuiti redpill: ho dato il primo bacio a una ragazza quando avevo 25 anni, cioè dopo aver preso la patente, essermi diplomato e laureato, aver iniziato a lavorare, e in sostanza aver fatto tutta una serie di esperienze decisamente più adulte che appoggiare le labbra a quelle d'un altro essere umano. Ho persino perso i capelli prima di perdere la verginità

Insomma, a 25 anni ero un kissless virgin, un incel della peggior specie. Perché lo ero? La mia infanzia è stata costellata da una serie di sfortune, alcune comuni, altre decisamente peculiari. Quando ero bambino passavo moltissimo tempo con mio nonno paterno, una persona dotata di grande cultura, unico musicista in famiglia, appassionato di fotografia e letteratura. Eravamo veramente legati, e ritengo di assomigliargli moltissimo. Morì anzitempo prima che io compissi sei anni. Credo che il senso di abbandono e dipendenza che provo sia nato con la sua scomparsa, ma chi può dirlo con certezza? Di sicuro ho continuato a fantasticare sul suo ritorno per molto tempo, anche dopo aver metabolizzato il significato della morte.

NON E' VITA SOTTO IL SETTE, MA NEMMENO NELLE SETTE


  Mia mamma è stata certamente la mia più grande sfortuna. Non saprei dire come si sia presa cura di me nei primissimi anni di vita, ma temo non molto bene. È una persona carente di equilibrio, forse anche lei vittima di dinamiche familiari disfunzionali. Si affiliò ai testimoni di Geova e trascinò anche me, bambino inconsapevole, mentre mio padre non poté fare nulla perché fu messo fuori gioco da false accuse di violenza e finì col separarsi, salvo poi tornare un paio d'anni dopo per limitare il più possibile i danni

Immaginate che meraviglia per un bambino far parte di quella congrega di pazzi: vietato festeggiare i compleanni, sia i propri che quelli degli amici; vietato festeggiare Natale, Pasqua, Carnevale; obbligo di studiare costantemente la Bibbia e le altre pubblicazioni della setta; obbligo di presenziare alle adunanze (l'equivalente delle messe) tre volte a settimana, compresa la domenica pomeriggio; vietati persino gli sport agonistici e la realizzazione di disegni religiosi in classe, così da far sentire il bambino un diverso e un emarginato in mezzo ai suoi pari. E naturalmente accompagnare gli adulti di casa in casa per rompere le scatole alle altre persone e farsi ridere dietro e disprezzare. A complicare la situazione, mia nonna era stata cacciata dai testimoni di Geova e pertanto doveva essere ostracizzata dal resto della famiglia nonostante vivesse al piano sotto al nostro. Io avevo con lei un bel rapporto, ma dovevo vederla di nascosto e ricordo ancora il senso di angoscia quando mi trovavo nel suo appartamento e sentivo mia mamma rincasare in anticipo, non sapendo se scappare di sopra prima che mi vedesse - deludendo mia nonna - oppure affrontare il rabbioso sdegno di mia madre. 

Riuscite a immaginare i danni che una situazione del genere può produrre nella psiche di un bambino? Abbandonai di mia volontà i testimoni quando ero in seconda media, contemporaneamente distaccandomi emotivamente da mia madre, ma ormai il danno era fatto; per molti anni mi è stato impossibile scrivere o pronunciare la parola "Geova", o persino udirla da altri o in televisione, senza provare un profondo senso di vergogna. Anche senza Geova e i suoi testimoni, mia madre riuscì a portare avanti l'opera di distruzione della mia autostima e della mia serenità adolescenziale con atteggiamenti familiari fortemente conflittuali e continui litigi con mio padre che sfociavano nella violenza più grottesca.  


 BAD STATUS DELLE QUATTRO PARETI 



 Quanto appena descritto era amplificato da un'altra "sfortuna": vivere in un piccolo comune di montagna dove tutti si conoscono e dove uno status negativo può compromettere la reputazione per sempre. Ho usato le virgolette perché in realtà amo il posto dove vivo e non vorrei vivere da nessun'altra parte, ma è innegabile che, fossi vissuto in città, avrei potuto affrancarmi più facilmente dal mio passato perché mi sarei imbattuto in persone senza un'opinione preconcetta di me, e sarei cresciuto senza quel senso di inferiorità che mi attanagliava ogni volta che incrociavo una ragazza domandandomi cosa sapesse della mia vita.

 Non pensate però a me come a un completo emarginato: avevo pochi amici, ma tutti ottimi, e lo sono tuttora dopo molti anni; uscivo spesso, anche se crescendo ho sviluppato un atteggiamento via via più disilluso e depresso che mi ha portato a negarmi esperienze che adesso rimpiango (come passare il capodanno del 1999 in casa coi genitori anziché in qualche piazza europea); ho subito qualche episodio di bullismo alle medie, ma niente di tragico, e alle superiori godevo del rispetto dei miei compagni di classe; suonavo in un gruppo e ci esibivamo dal vivo con una buona risposta da parte del pubblico. 


 Q.I. QUOZIENTE DI INCELLISMO


 Sono una persona molto riflessiva, introversa, portata al pensiero, all'introspezione e alla razionalità. Se siete appassionati di tipi psicologici, sono un INTP. Chiunque abbia una personalità simile potrà confermarvi quanto questa non aiuti ad affrontare le relazioni sociali durante l'adolescenza. Ciononostante non definirò mai questa caratteristica una sfortuna, nemmeno con tutte le virgolette del mondo: amo ciò che sono internamente a dispetto di tutto l'odio di me stesso che mi è stato instillato fin da quando ero bambino, e considero la mia intelligenza l'unica ragione per cui sono sopravvissuto. Ho una frattura mentale che trovo molto compatibile col disturbo narcisistico di personalità: da un lato sono sinceramente orgoglioso di me, tanto da sfiorare l'arroganza e in certi casi oltrepassarla, dall'altro sono altrettanto sinceramente il mio peggior detrattore, costantemente tormentato dalla vergogna. 

Mi sento contemporaneamente superiore e inferiore agli altri, ma mai come gli altri; affascinante, no? A volte credo che l'attrito tra questi due poli inconciliabili abbia prodotto una sorta di mediazione: un personaggio vincente ma fasullo mandato a confrontarsi col mondo al posto mio, una specie di armatura che protegge la mia fragilità. La cosa pazzesca è che col tempo, grazie alla maturazione e ai successi professionali, sono diventato realmente simile a quel personaggio. Paradossalmente recito la parte di me stesso.  


 E BRUCE WILLIS ALLORA? 


Finora non ho parlato di estetica, e ciò sembrerà strano a chi ha associato gli incel al motto "sotto il 7 non è vita". La verità è che non sono brutto, e non credo di esserlo stato nemmeno da giovane. Semmai ero trascurato e abbandonato a me stesso, senza nessuno di fidato che mi dicesse: cambia pettinatura, vestiti un po' meglio, pompa quei muscoli, fai questo, fai quest'altro. La mia più grande sfortuna estetica - la ciliegina sulla torta arrivata proprio quando avevo l'età giusta per cercare un riscatto - è stata quella di perdere i capelli in maniera aggressiva a 20 anni. La "fortuna nella sfortuna" è quella di avere un cranio che regge bene la calvizie, ma andatelo a raccontare a un ventenne! Il trauma della calvizie precoce consiste nel veder deperire profondamente il proprio aspetto senza poterci fare nulla, oltretutto in quella parte del corpo che usiamo come biglietto da visita e che non possiamo coprire: il viso. Il colpo di grazia per un uomo con un'autostima già compromessa.  


TUTTI I MIEI DUE DI PICCHE



 Un kissless virgin adulto non è soltanto un vergine che non ha mai baciato. È un uomo a cui nessuna donna ha mai detto "ti amo", che non ha mai avuto il viso di una ragazza a pochi millimetri dal suo, che non è mai stato speciale per nessuna né ha mai potuto definire "mia" un'altra persona, fosse anche per un solo giorno. La società lo ha lasciato fuori dalla porta non facendogli vivere una banale esperienza apparentemente alla portata di chiunque, e questo lo fa dubitare del proprio valore. Siamo esseri umani e non infiliamo la lingua dappertutto, perché non è igienico. Ecco, passati molti anni un kissless virgin potrebbe legittimamente supporre che la sua bocca non sia un posto igienico dove infilare una lingua, e conseguentemente allarmarsi per la propria.

 Bene, avevo 25 anni compiuti e non avevo ancora dato un misero bacio. Certamente non perché la cosa non mi interessasse: le ragazze erano da anni un argomento di conversazione costante con gli amici. Ricordo di avere avuto un primo interesse concreto già in prima media, fantasticando sul farlo sapere a lei tramite un bigliettino nello zaino; in seconda media chiedevo consigli al mio compagno di banco su come dichiararmi a una coetanea che mi piaceva; in seconda superiore ero cotto di una ragazza di un anno più giovane, compagna di classe di un amico che assillavo chiedendo di lei costantemente. L'autostima precaria però spegneva ogni azione accesa dai miei desideri. Quando ero in prima superiore, seppur spinto più dagli amici che da un sincero ardore, feci organizzare a un amico comune un incontro con una ragazza molto carina per proporle di metterci insieme. Fu la prima volta che ci provai con una ragazza e una delle esperienze più imbarazzanti della mia vita: non spiccicai parola restando muto davanti a lei per quelli che sembrarono minuti interminabili, mentre i miei amici e le sue amiche ci osservavano in disparte e io con la coda dell'occhio osservavo loro; quando finalmente decisi che l'ordalia doveva terminare, me ne uscii con un poco convinto "ti vuoi mettere con me?" al quale lei replicò fin troppo gentilmente con "sto già insieme a un altro". 

Quell'esperienza mortificante mi frenò dal dare repliche, e infatti non ci provai con nessun'altra fino al terzo anno di università, quando mi innamorai di un’amica. Dopo mesi di struggimento e timidi corteggiamenti trovai il coraggio di organizzare un incontro e mi dichiarai in camera sua: stavolta le parole fluirono copiose - pure troppo! - ma in maniera veramente confusa. Credevo ancora di dover descrivere i sentimenti imbrigliandoli nelle parole, anziché lasciarmi guidare da essi. Dovevo giustificare perché provassi determinate cose, spiegando razionalmente che, sì, magari meritavo anch'io la considerazione di una ragazza, ma senza troppa convinzione dato che ero il primo a non esserne pienamente convinto. Non successe niente. Tornai a casa con un misto di gioia per essere riuscito nell'impresa e tristezza perché di fatto non era cambiato nulla. Non mi aveva nemmeno esplicitamente rifiutato: aveva preso atto di quanto le avevo detto, ed era finita lì. L'errore atroce fu dichiararmi nuovamente a lei circa un anno dopo, di nuovo in camera sua, di nuovo parole parole parole, di nuovo quella sensazione d'essere fuori posto. Di nuovo non successe niente, ma stavolta ero risultato più ridicolo, e seppi in seguito che lei se ne lamentò con gli amici comuni, descrivendomi come un maniaco. Mi arrabbiai ma, ripensandoci adesso, come biasimarla? Queste tre esperienze rappresentano l'intero curriculum dei miei approcci alle ragazze prima dei 25 anni. Un po' poco per dichiararmi un incel vittima dell'universo. Potessi tornare indietro farei molto di più, ma chi adesso lo afferma non è più quel ragazzo. Quel ragazzo aspettava che l'universo gli portasse qualcosa anziché essere lui ad andarla a prendere, e nemmeno la delusione lo smuoveva.

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11/10/18

Test DNA 23andme: I Miei Risultati e le Mie Opinioni


Come Funziona 23andme?

Non vi nascondo che la prima volta che ho effettuato il Test del DNA per le origini, rivolgendomi al servizio di 23andme, ho provato una fortissima emozione.
Oggi mi trovo ad aver visionato centinaia e centinaia di risultati 23andme, e dal test saprei a grandi linee individuare la provenienza geografica di un individuo perché conosco più o meno quali sono le percentuali di composizione ancestrale di ogni popolazione europea, talvolta anche a livello regionale, ma all'epoca avevo visto solo pochissimi risultati e potevo basarmi su un numero limitato di recensioni, quindi il mio esperimento genetico era un viaggio verso l'ignoto e, come si sa, tutto ciò che non si conosce e non si può controllare spaventa.
Se parliamo di DNA poi l'eccitazione diventa doppia, visto che si tratta della parte più intima di noi stessi, quella che più determina ciò che siamo e mettere in discussione ciò che siamo non è per nulla facile.
Capirete quindi bene perché quel giorno di circa 3 anni fa, quando aprii il mio account 23andme, avevo le dita che tremavano.

Alla fine però è stata una bellissima esperienza e, se vorrete provarla anche voi, mi piacerebbe spiegarvi un po' come funziona questo test genetico commerciale.

Innanzitutto bisogna ordinare il kit, che è composto fondamentalmente da una provetta dentro la quale dovrete raccogliere la saliva che verrà analizzata per estrarne il dna, da una capsuletta contenente liquido conservante per la saliva e dalle relative istruzioni.

Una volta sputato dentro la provetta dovrete riconsegnare il campione di saliva al corriere, che manderà il pacco ai laboratori negli USA, non prima però di avere inserito sul sito di 23andme il codice del vostro kit, in modo tale che la compagnia possa associare il kit al vostro account e mandarvi i risultati via internet. Questo passaggio è piuttosto importante.

23andme kit
23andme kit

I Miei Risultati 

Nel vecchio articolo sul miglior test del dna, avevo spiegato in linea di massima come funziona un test, quindi se non l'avete letto vi consiglio di andarci immediatamente, perché se siete profani non capirete molto di quello che sto per scrivere. Utile anche l'articolo complementare che spiega come interpretare i risultati.

Comunque, alcuni punti in sintesi:
  • il 23andme si basa sulla genetica recente, quindi circa gli ultimi 2000-3000 anni, anche se loro ti dicono che riguarda gli ultimi 500 anni, ma è solo un modo per farti capire che i campioni si riferiscono alle popolazioni autoctone, quindi prima della scoperta dell'America e del Colonialismo.
  • I vostri risultati vengono confrontati con i campioni delle singole aree geografiche. Si tratta di campioni dai quali sono stati estratti dei marker genetici, in seguito messi a confronto per stabilire quali siano tipici di una determinata area.


Veniamo al dunque.

I miei risultati autosomici (ho totali origini del Nord Italia) in versione speculative eccoli qui.

23andme northern italian results
23andme northern italian results


Europeo per il 99.9 %. Mena 0.1%.

La mia parte europea è per il 56.2 % Sud Europea, per il 35.2 % Nord Europea, mentre per l'8.5% è "complessivamente europea" (significa che sanno che è europea ma non sanno stabilire con certezza la zona).

Attenzione con la terminologia, perché con nord europeo normalmente si intende tutto ciò che viene dai Paesi nordici (Scandinavia) mentre in 23andme è nord europeo praticamente tutto ciò che sta sopra le Alpi, quindi anche Austria, Svizzera e persino la parte della Francia più meridionale rispetto a molte parti del nord Italia.

Andando ad analizzare la composizione ancestrale più nello specifico si nota che, come prevedibile, la percentuale di Italian è quella maggiore, con un 32.5 %.
Segue un 12.7% di French and German, che è una componente che raggiunge i massimi livelli nella zona a cavallo tra Germania/ Francia/ Svizzera.
Un'altra minoranza significativa è quella rappresentata dall'elemento Balkan, in misura del 5% (massima concentrazione in Kosovo).
Seguono uno 0.9 % di britannico, uno 0.8% di iberico (sarebbe basco) e uno 0.6% di Sardo.
Rimangono poi le rimanenti percentuali genetiche di nord e sud europeo.
Assenti la Scandinavia e l'Est Europa.

C'è poi uno 0.1% di indistinto mena, probabilmente un overlapping risalente all'epoca di Roma e dell'estensione del suo dominio anche in nord Africa e medio oriente.

Che dire?
Beh, sono dati piuttosto congruenti se andiamo a confrontare gli altri nord italiani che si sono testati.
Diciamo che alcune zone del nord Italia viaggiano un po' più verso il 20-25%  di nord europeo mentre altre arrivano oltre il 40%, ma in linea di massima i dati sono quelli.

Probabilmente la maggior parte del mio nord europeo è in realtà genetica mittel europea, come è un po' per tutti, dal momento che nell'area padana non si registrano alti picchi di genetica scandinava.

Per avere altri risultati 23andme italiani e confrontarli con i vostri o con i miei, vi rimando all'articolo sulla genetica italiana.

Aplogruppi e Genetica Neanderthal

23andme offre anche la possibilità di conoscere l'aplogruppo paterno e materno.
Nel mio caso, il primo è G-L42, che è un aplogruppo neolitico la cui clade è di origine abbastanza incerta ma sembrerebbe essere associata alla cultura della ceramica lineare che si colloca nel 5500–4500 a.C in Europa centro-orientale.

Il mio aplogruppo materno è invece H1a1, collocato temporalmente tra i 2000 e i 6000 anni fa e di origine geografica indeterminata (H1 comunque è una clade tipicamente europea).

23andme mi ha trovato anche 276 variabili Neanderthal, che corrispondono ad una percentuale del 2.9% e che mi collocano nel 77mo percentile degli utenti con origini europee (questo significa che su cento utenti europei 77 hanno meno genetica Neanderthal di me).

Per quanto riguarda i dati riguardanti le origini etniche ho concluso.
Poi ci sarebbero le altre funzioni, come quella relativa ai cugini genetici, ma magari ne parlerò in un altro articolo

In Conclusione:

Penso che 23andme sia molto valido, la compagnia è affidabile e solida. Se dovessi trovare qualche difettuccio direi che l'interfaccia non è molto funzionale e il servizio clienti poco efficiente.
Per quanto riguarda le composizioni ancestrali penso che chi è italiano testandosi incontri due limiti:
  1. l'Italia non è sufficientemente frazionata: c'è un indistinto "italiano" e il sardo, mentre ad esempio LivingDNA distingue fra nord, centro e sud Italia (più il Sardo). Se siete centro o sud italiani, su 23andme vi verrà fuori un 70-80% di "italian", che lascia un po' insoddisfatti.
  2. Il Mena non è mappato bene, troppo pochi campioni medio orientali e nord africani di riferimento. Questo comporta un eccessivo overlapping, molta genetica europea meridionale viene segnata come Mena perché magari è di origine greca e 23andme non sa distinguere il greco dall'anatolico nei suoi campioni turchi.
Rimane comunque un ottimo test e lo consiglio assolutamente.  Ricordatevi che i dati di 23andme si possono anche scaricare e inserire in altri calcolatori, al link qui sotto vi spiego come fare per il principale, che è quello di Gedmatch.

Buon divertimento!

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04/10/18

Chi è il ''Normie'' in Italiano?

Normie
Normie

Normie: Cosa Significa

Nella community redpill anglofona viene spesso fatto utilizzo, sia nei forum che nei meme,  del termine normie, il cui significato italiano però sembra non essere ben chiaro a tutti.
In effetti "normie" è un derivato di "normal", cioè normale, e definire la normalità è sempre complesso.
Molti tendono ad interpretarlo come "uomo medio", persona nella media, ed è già un inizio ma secondo me non basta perché con questa definizione si rischiano di fare alcuni errori.

Ci ho riflettuto un po' e direi che in italiano, l'aggettivo che calza meglio per normie è sicuramente conformista.

Il normie è il conformista, è un gregario, uno che segue le logiche del gregge.
Il normie è quello che più tende ad omologare il proprio pensiero, comportamento e abitudini al contesto sociale in cui vive.
Questo lo rende per certi versi il cittadino perfetto, perché i suoi comportamenti sono prevedibili e quindi è facilmente controllabile e questo offre un enorme vantaggio soprattutto in una società consumistica in cui c'è una forte produzione di massa.

La donna è mediamente più normie dell'uomo, tende ad adattarsi e a scendere a compromessi con più facilità e ad essere più conformista dell'uomo.
I belli tendono ad essere mediamente più normie dei brutti, anche se non c'è necessariamente un legame tra l'estetica e la condizione normie.

Ci possono benissimo essere brutti che sono normies e belli o normaloidi che non lo sono.

Il normie tende generalmente ad avere poco senso dell'ironia e dell'autoironia, tende a prendere un po' la vita com'è senza riflettere troppo.
E' poco analitico e riflessivo, di conseguenza è tendenzialmente blupillato.
Ha scarsa propensione tecnologica, compra Apple anche se non è la marca con il miglior rapporto qualità /prezzo (ironicamente il motto di apple è "think different", l'opposto di ciò che fa il suo acquirente medio), i suoi interessi difficilmente sono di nicchia, tende un po' ad avere le passioni che ha la gente comune e spesso le coltiva anche piuttosto con superficialità.
Gli interessi normie da donne sono principalmente i vestiti (o accessori), i viaggi e il sushi; gli interessi normie da uomo sono il calcio, i motori e la figa.

L'umorismo normie è generalmente molto banale e fa leva sui bisogni fisiologici delle persone e sui loro vizi e difetti. Ad esempio, a cosa serve la data di scadenza sul barattolo di nutella??ahahahahahahahah
I normie scherzano sul mangiare, sul dormire, sull'essere annoiati, sulla loro pigrizia e invece prendono seriamente le battute più argute (lo abbiamo già detto che i normie non hanno senso dell'ironia?)
Qui sotto un tipo di battuta che farebbe scompisciare un normie.

umorismo normie

I Normie in un Grafico


La curva di Rogers che descrive il processo che porta gli individui ad adottare una determinata innovazione tecnologica direi che si può applicare benissimo anche per l'argomento che stiamo trattando ora.

All'inizio abbiamo gli innovatori, ovvero quelli che aprono la strada alla diffusione di una tecnologia.
Poi c'è un gruppo di pionieri, una piccola minoranza di persone particolarmente recettiva alle nuove tecnologie che inizia ad adottarle.

Poi arriva la massa.

Ecco, questa massa sono i normie. Alla fine arrivano i ritardatari, di solito i vecchi con una propensione alla tecnologia davvero minima.

Normie
Normie


Se ci pensate internet agli inizi era uno strumento di nicchia per pochi nerd, ora invece lo usa chiunque.
Gli acquisti su internet all'inizio li facevano pochi pionieri perché gli altri non si fidavano (il normie tende ad essere diffidente un po' verso tutto, tranne verso i veri pericoli) mentre ora li fanno un po' tutti.

I Normie sono quelli che hanno investito in bitcoin a fine 2017, quando il prezzo era già alto e poco prima che tornasse a scendere.

Il discorso è applicabile non solo alle tecnologie ma anche alle idee o alle filosofie.
Mi viene in mente ad esempio il mondo PUA, del quale io mi posso considerare un pioniere.

All'inizio in pochissimi conoscevano i metodi pua, erano community semisegrete su internet.
Poi c'è stata sempre una maggiore diffusione, sempre più gente ha pensato di guadagnarci sopra, sempre più furbetti hanno aperto forum e siti cercando di attirare il maggior numero di utenti tramite i motori di ricerca e alla fine sono arrivati cani e porci, prima dell'inevitabile collasso.

Se prima i metodi di seduzione erano un interesse di nicchia, alla fine sono diventati mainstream, a disposizione di qualunque pischello volesse cercare su google "come piacere alla mia compagna di banco".

Chiaramente un po' tutti siamo normie, chi più chi meno, chi in un settore e chi in un altro.

Io ad esempio ho l'interesse piuttosto comune del cinema, ma ho anche quello dell'antropologia fisica, che è considerata una disciplina per svalvolati mentali (come in effetti io sono).

Voi tutti miei follower al momento siete dei pionieri per quanto riguarda la diffusione delle idee redpill, ma sono sicuro che in molti altri settori sarete anche voi dei normie.

C'è in fondo anche chi è normie non tanto per omologazione, quanto perché  è proprio lui che è fatto così.

E voi, siete più normie o più controcorrente? Se vi va, elencate un po' di mentalità, idee, abitudini, tecnologie che secondo voi sono tipicamente normie in questo periodo.

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